Quando un paese diventa un selfie
“Lo Stato sono io”, la frase attribuita a Luigi XIV, resta forse il manifesto più brutale dell’assolutismo. Ma aveva almeno una sua tragica coerenza: il sovrano pretendeva di incarnare lo Stato perché lo Stato, in quel sistema, era costruito attorno alla sua persona.
Oggi siamo molto oltre il ridicolo. Non perché i leader non contino, ma perché vengono spesso scambiati per le nazioni che temporaneamente rappresentano.
La disputa tra Donald Trump e Giorgia Meloni sulla presunta richiesta di una foto al G7 rientra perfettamente in questa degenerazione. Trump sostiene che la premier italiana lo avrebbe “implorato” per una foto e che lui avrebbe ceduto perché gli avrebbe fatto pena. Meloni nega e liquida tutto come invenzione.
Ma il punto non è stabilire chi dei due stia mentendo. Potrebbero non mentire nemmeno, nel senso più banale del termine. Potrebbe esserci stata una frase fraintesa, un atteggiamento equivocato, una scena filtrata dall’ego, dalla vanità o dalla percezione deformata di chi guarda. Per un presidente americano che ha già dato più volte l’impressione di muoversi tra impulsività, narcisismo e “scarso equilibrio istituzionale”, anche un – purtroppo – oramai normale selfie può trasformarsi, nella propria testolina, in un’implorazione.
Ed è proprio qui il problema. Non è grave che Trump dica una volgarità. Non è nemmeno sorprendente. È grave che, attorno a quella volgarità, si costruisca subito una disputa in cui l’Italia rischia di essere ridotta alla postura di un presidente del consiglio e gli Stati Uniti alla battuta di un presidente.
I Paesi non sono i loro capi (pro tempore!)
La storia di un Paese non coincide con il carattere, l’ego o la convenienza comunicativa di chi la governa per qualche anno.
Confondere l’Italia con Meloni, o gli Stati Uniti con Trump, significa accettare la stessa logica dell’assolutismo, ma in versione televisiva e social: “lo Stato sono io”, aggiornato a “la notizia sono io”.
La polemica, alla fine, serve soprattutto ai due protagonisti. Fa parlare di loro, alimenta tifoserie, sposta l’attenzione dal merito dei rapporti tra Italia e Stati Uniti, dalla guerra, dalla difesa, dall’industria, dalle scelte strategiche e dagli interessi nazionali. Trasforma la politica estera in pettegolezzo di corte.
E invece bisognerebbe sofisticamente ignorare e andare oltre. Perché gli uomini (e le donne) passano, i Paesi restano.
Imparare dagli israeliani?
Secondo Axios, poche settimane addietro, Trump avrebbe detto a Netanyahu: “Sei completamente fuori di testa” (“You’re fucking crazy”), “Saresti in prigione se non fosse per me” (“You’d be in prison if it weren’t for me”), “Ti sto salvando il culo” (“I’m saving your ass”), “Ormai ti odiano tutti” (“Everybody hates you now”) e “Tutti odiano Israele per questa storia” (“Everybody hates Israel because of this”). In un altro passaggio gli avrebbe urlato: “Che cazzo stai facendo?” (“What the fuck are you doing?”). Parole ben più pesanti della battuta su Meloni.
Ebbene Netanyahu NON ha trasformato l’offesa personale in una crisi d’onore nazionale, confondendo un Paese con la propria piccola persona. Ha incassato, ha corretto dove conveniva, ha resistito dove riteneva necessario. Perché una nazione adulta non misura la propria dignità dal numero di repliche – sigh! “social” – indignate, ma dalla capacità di difendere i propri interessi senza farsi trascinare sul terreno scelto dall’altro.
Alla nostra allibita presidente del consiglio, per la prossima occasione, mi permetto di suggerire un sobrio mantra istituzionale: “Stato, testa, interessi, calma, abbozza”. Essendo romanesco, potrebbe non conoscerlo. L’acronimo è S.T.I.C.A.!
L’articolo Quando un paese diventa un selfie proviene da Difesa Online.
“Lo Stato sono io”, la frase attribuita a Luigi XIV, resta forse il manifesto più brutale dell’assolutismo. Ma aveva almeno…
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