Sei VM90P alla Somalia: l’ultima missione del Camaleonte
Il mio giudizio sull’Iveco VM90 è già noto, al punto che gli ho dedicato diversi articoli e l’ho addirittura ribattezzato “il camaleonte” (Un camaleonte di nome Iveco VM 90) vista la versatilità della sua piattaforma, che si è adattata persino a diventare un veicolo anfibio in un restyling civile. Vado addirittura oltre – magari provocando il mal di pancia a qualcuno – e lo chiamo un “super Daily”, perché, di fatto, l’ingegnosa idea nasce proprio da lì.
Mi ha tirato fuori da situazioni al limite durante un richiamo militare (foto), grazie alla sua coppia e ai differenziali bloccabili. Ci ho viaggiato in lungo e in largo, di giorno e di notte, per l’Italia e ho a lungo apprezzato per centinaia di chilometri anche la versione protetta, il “semiblindato”, dove dalla botola centrale, dietro l’autista, si poteva persino buttare fuori la cenere della sigaretta. L’unico posto, peraltro, per un vizio decisamente ufficioso ma sdoganato (non siamo ipocriti) che tiene un pò alta l’adrenalina dei soldati, e vigile l’attenzione.

Dal servizio alla cooperazione
L’Italia si prepara a cedere gratuitamente alla Somali National Police Force sei VM90P già appartenenti all’Arma dei Carabinieri, per un valore complessivamente indicato negli atti parlamentari in poco più di 170 mila euro. Una cifra che può impressionare, ma che non rappresenta il valore commerciale di sei blindati moderni appena acquistati, bensì il valore attribuito a mezzi che l’Amministrazione ha già dichiarato fuori servizio dopo un lungo e onorevole servizio.
Tuttavia, il vero tallone d’Achille del VM90P era sotto i piedi dell’equipaggio, vista una protezione concepita principalmente contro armi leggere e schegge, ma non per resistere alle mine e soprattutto agli IED che avrebbero caratterizzato i nuovi scenari operativi. In buona sostanza il sottoscocca non dispone di un fondo specificamente progettato e protetto. Un limite emerso tragicamente a Nassiriya il 27 aprile 2006, quando un ordigno colpì un VM90P provocando la morte di quattro militari italiani e uno romeno.
Quando la robustezza non basta più
La relazione dello Stato Maggiore della Difesa definisce tecnicamente obsoleti i veicoli in questione, entrati nel ciclo logistico tra il 1996 e il 2004, appartenenti a un segmento ormai vetusto del parco mezzi e caratterizzati da elevati oneri manutentivi e da possibilità d’impiego limitate negli attuali scenari di crisi. (documenti.camera.it ES0257) Il VM90P deriva dalla famiglia Iveco VM90 4×4 e, nella configurazione protetta, adotta, a seconda delle versioni, motorizzazioni turbodiesel da circa 100 CV, abbinato a una trasmissione manuale con riduttore e alla trazione integrale.
Era un mezzo semplice, molto robusto e dotato di una buona mobilità fuoristrada. Un insieme di caratteristiche ancora apprezzabili nei contesti in cui contano soprattutto facilità di manutenzione e una meccanica tradizionale senza “meccatronica”. Non a caso il VM90 continua ad avere estimatori anche nel mondo civile, dove può prestarsi a una seconda vita nell’avventura e nel fuoristrada.
Il vero neo, oggi, è rappresentato dalle motorizzazioni diesel e dalle conseguenti limitazioni legate alle emissioni e alla circolazione.
Il limite è sotto i piedi
Il vero limite, oggi, è però la protezione e, il VM90P, appartiene a una generazione di “protetti” sviluppata prevalentemente per contrastare il tiro delle armi leggere. Non possiede la concezione antimina e anti-IED propria dei successivi veicoli tattici, progettati ponendo al centro la sopravvivenza dell’equipaggio.
L’esperienza maturata nelle missioni in Iraq, Afghanistan e negli altri teatri operativi ha cambiato radicalmente i requisiti, ridefinendo la concezione del fondo della cellula abitativa, dei sedili, dei sistemi di dissipazione dell’energia generata dalle esplosioni e delle protezioni modulari (kit specifici in base all’esigenza). Poi c’è la parte che non c’è; quella oggi indispensabile dell’interconnessione e dei sistemi di controllo a distanza. Ma andremmo troppo per le lunghe e qui si tratta, soprattutto, di riconoscere e onorare i meriti di una grande macchina.
Questo non significa che il VM90P sia diventato inutile e, in un contesto come quello somalo, può ancora trovare impiego nei compiti di sicurezza, pattugliamento e supporto alle operazioni di contrasto di sommosse, dove la minaccia di Al-Shabaab rimane concreta. Va però ricordato che non è un MRAP né un VTLM di ultima generazione e che proprio gli IED, utilizzati nello scenario somalo, rappresentano un limite per il camaleonte.
Il costo della dismissione
C’è poi l’aspetto economico. È da riportare che non risulta pubblicamente quantificato un costo di demolizione specifico per questi sei mezzi, quindi sarebbe improprio sostenere che la cessione consenta di risparmiare una determinata cifra; l’operazione appare, piuttosto, come una forma di cooperazione tra Stati. È però documentato che, in procedure analoghe di dismissione, la Difesa ha richiamato la necessità di liberare caserme e le aree occupate dai materiali fuori uso, evitando ulteriori oneri derivanti dalla loro gestione. La documentazione parlamentare relativa ai sei VM90P precisa inoltre che la cessione non determina nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio della Difesa. Quindi, un eventuale titolo che menzioni un “regalo da 170 mila euro alla Somalia” è certamente efficace, ma racconta solo una parte della vicenda.
L’Italia, quindi, trasferisce gratuitamente mezzi che per le proprie esigenze operative sono ormai superati, ma che possono conservare una loro utilità; se vogliamo, si tratta di una forma di cooperazione internazionale che, contemporaneamente, consente di alleggerire un parco mezzi comunque destinato alla dismissione.
Donare o demolire?
Un paragone può essere fatto anche con il settore civile dove, per una normale autovettura la demolizione comporta costi amministrativi relativamente contenuti, ai quali possono aggiungersi trasporto e altre prestazioni. Nel caso di interi parchi mezzi pubblici, però, non esiste una tariffa unica.
Comuni ed enti pubblici dismettono i propri veicoli attraverso aste, alienazioni, rottamazioni o cessioni gratuite. Non esiste però una convenienza automatica e, stando alle fonti, tutto dipende dal valore residuo del mezzo e da chi sostiene i costi di ritiro, trasporto e passaggio di proprietà.
Il principio non è nuovo neppure nel trasporto pubblico dove, autobus dismessi in Italia sono stati ceduti anche a Cuba, continuando a svolgere il loro servizio. Un mezzo non più adeguato agli standard italiani può infatti conservare altrove una propria utilità.
Se la cessione permette anche di ridurre gli oneri di custodia e dismissione senza addossare all’ente cedente quelli di trasferimento, più che di un semplice “regalo” si può parlare di cooperazione attraverso il riutilizzo di un bene ancora funzionale.
La domanda semmai è un’altra: quanto può essere ancora sicuro, nel contesto somalo del 2026, un blindato concepito con criteri di protezione di trent’anni fa?
L’articolo Sei VM90P alla Somalia: l’ultima missione del Camaleonte proviene da Difesa Online.
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