«Serviamo la Nazione, non la politica». Paglia a Milano e il confine che la politica deve rispettare
Il tenente colonnello Gianfranco Paglia visita i paracadutisti di Strade Sicure e rivendica la neutralità delle Forze Armate. Ha ragione. Ma la neutralità non si difende solo dalla caserma: si difende soprattutto da chi, fuori, trasforma il basco amaranto in una bandiera di parte.
Cinque giorni dopo l’arrivo dei 500 paracadutisti della Folgore a Milano, il tenente colonnello Gianfranco Paglia è andato a vederli lavorare. Ne è tornato con un’immagine e con un principio. L’immagine è quella dei milanesi che si fermano, stringono la mano ai soldati, camminano con una serenità che nel fine settimana del 17 e 18 ottobre non c’era. Il principio è quello che chiude il suo comunicato: i militari sono al servizio della Patria e delle Istituzioni, mai di un governo o di una parte politica. Tutto il resto, dice, è propaganda ideologica che non appartiene a chi porta l’uniforme.
Una settimana fa Paglia aveva dovuto rispondere a chi, in uno studio televisivo, descriveva i paracadutisti come uomini “abituati a sparare”. Ne ho scritto su queste pagine: la replica era giusta, la caricatura era inaccettabile, e la vera domanda restava un’altra. Oggi il fronte si è spostato. Non si discute più della preparazione dei parà, ma della loro presunta appartenenza: l’idea, ripetuta nei cortei e in qualche intervento politico, che l’Esercito in piazza Duomo sia lo strumento di un esecutivo, una “occupazione militare” voluta da una maggioranza.
A questo Paglia risponde con il giuramento. E fa bene, perché il giuramento non è retorica: è l’articolo 52 della Costituzione, che vuole le Forze Armate informate allo spirito democratico della Repubblica, ed è l’articolo 1483 del Codice dell’ordinamento militare, che impone loro di restare in ogni circostanza fuori dalle competizioni politiche. Il soldato che presidia la Galleria non ha scelto di essere lì. È stato inviato da un decreto legge, approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre, firmato dal Capo dello Stato il 22, ed eseguito dal prefetto di Milano d’intesa con il questore. La catena è istituzionale dall’inizio alla fine. Chi la descrive come una scelta di parte sbaglia bersaglio: la decisione politica è del governo, l’esecuzione è dello Stato.

Quello che Milano ha visto davvero
I fatti della settimana sono poco contestabili. Il 17 e 18 ottobre il centro di Milano ha conosciuto saccheggi, vetrine distrutte, incendi sul selciato, con decine di arresti e quattordici operatori delle forze di polizia feriti. Il 24 ottobre, con i paracadutisti schierati e i Lince davanti a Palazzo Reale, il corteo si è svolto in modo pacifico. Confcommercio ha ringraziato forze dell’ordine e militari; sette negozianti su dieci hanno tenuto aperto. Il sindaco Sala, riferendo in Consiglio comunale il 26, ha confermato di non essere contrario all’arrivo dei militari, aggiungendo che la sicurezza non si risolve con la sola repressione. Perfino la segretaria del Pd ha preferito leggere il sabato milanese come una vittoria della democrazia piuttosto che come un’occupazione.
Il dispositivo ha funzionato come deterrente. Su questo non c’è molto da discutere, e le strette di mano che Paglia racconta ne sono la conferma più semplice.

La neutralità è un dovere a doppio senso
Ed è qui che il principio enunciato dal consigliere del Ministro merita di essere preso sul serio fino in fondo, anche oltre le intenzioni di chi lo ha pronunciato.
I militari sono neutrali. Il contesto in cui vengono impiegati non lo è affatto. Nei giorni dello schieramento abbiamo visto fotografie dei paracadutisti rilanciate da esponenti delle istituzioni con didascalie che parlavano di “sessantottini in ritardo con la storia”, titoli di giornale che celebravano i parà come l’immagine capace di far esplodere i “fegati rossi”, slogan di partito che rivendicavano il passaggio “dalle parole ai fatti”. Dall’altra parte, striscioni contro la militarizzazione e dichiarazioni che trasformavano una vigilanza di obiettivi sensibili in un atto di forza contro il dissenso.
In entrambi i casi il basco amaranto viene usato come una bandiera. Da una parte come trofeo, dall’altra come spauracchio. E in entrambi i casi il soldato, che per legge non può replicare, si ritrova dentro una competizione politica da cui l’articolo 1483 gli impone di stare fuori.
Quando Paglia dice che la propaganda ideologica “non ci appartiene”, ha ragione: non appartiene ai militari. Ma appartiene a chi li manda, a chi li fotografa, a chi li contesta. La neutralità delle Forze Armate non si tutela soltanto con il contegno di chi le compone. Si tutela quando la politica, tutta, rinuncia a usarle come argomento. Un reparto in strada dovrebbe essere una misura di sicurezza pubblica, non un messaggio elettorale, e nemmeno la risposta a un messaggio elettorale.
Le strette di mano misurano un vuoto
C’è poi la seconda parte del comunicato, quella dei cittadini che ringraziano. È vera, ed è giusto dirla. Ma va letta per quello che è.
I milanesi che si fermano a stringere la mano a un paracadutista non stanno esprimendo un giudizio sul modello Strade Sicure. Stanno dicendo che il 17 ottobre si sono sentiti soli, e che il 24 non più. Quel ringraziamento misura un vuoto: quello percepito nelle ore in cui il centro della seconda città d’Italia è stato lasciato alla devastazione. È un verdetto sugli organici delle forze di polizia, che a Milano la stessa CGIL quantifica in circa 350 agenti mancanti, molto più che un argomento a favore della presenza stabile dell’Esercito nelle strade.
Lo scrivevo la settimana scorsa e lo ripeto: il problema non è la Folgore, è Strade Sicure. Un’operazione nata nel 2008 come misura temporanea, arrivata al diciottesimo anno con quasi settemila militari distolti dall’addestramento, e che una risoluzione approvata in Commissione Difesa il 1° ottobre vorrebbe portare a diecimila. Il decreto fissa al 31 dicembre la fine del rinforzo milanese. La domanda che nessuno sta facendo è cosa accadrà il 1° gennaio: se la città sarà più sicura perché nel frattempo si saranno rafforzati Polizia, Carabinieri e Polizia Locale, e si sarà dato alla sicurezza sussidiaria il ruolo che la legge le riconosce nella vigilanza degli obiettivi sensibili, oppure se si sarà semplicemente prorogato.
Paglia conclude dicendo che ogni volta che il Paese chiama, i militari rispondono “presente”. È vero, e chi ha portato quel basco sa che non è una formula. Ma il “presente” è la parte facile, perché è la parte che spetta ai soldati e i soldati la fanno sempre.
La parte difficile spetta a chi chiama. Consiste nel garantire che la chiamata sia giustificata, limitata nel tempo e accompagnata da ciò che la renda un giorno non più necessaria. E consiste nel non trasformare mai, per convenienza, chi risponde in un argomento contro qualcuno. Fino a quando questo non accadrà, i paracadutisti continueranno a fare bene il loro lavoro a Milano, e la politica continuerà a farne, male, il proprio.
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Il tenente colonnello Gianfranco Paglia visita i paracadutisti di Strade Sicure e rivendica la neutralità delle Forze Armate. Ha ragione….
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