Ucraina: la guerra che il mondo non ha ancora capito
L’arte della guerra sta cambiando sotto gli occhi di tutti e l’Ucraina è diventata il laboratorio più avanzato di questa trasformazione, mentre gran parte del mondo continua a prepararsi a conflitti che appartengono al passato. Non è la prima volta che accade qualcosa di simile: all’inizio del 1940 gli ufficiali polacchi cercarono di avvertire i francesi delle nuove tattiche della guerra lampo tedesca, ma furono ignorati, e il risultato fu una resa rapida e traumatica. Oggi, come allora, c’è ancora tempo per adattarsi, ma il margine si sta rapidamente assottigliando.
Una delle lezioni più chiare che emergono dal conflitto iniziato nel 2022 è il mutamento radicale del ruolo del soldato. Le persone sono diventate la risorsa più preziosa, vulnerabile e difficile da rimpiazzare sul campo di battaglia, mentre molti dei sistemi d’arma che hanno dominato il pensiero militare tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo stanno perdendo centralità. Carri armati, artiglieria pesante e piattaforme tradizionali sono sempre più costosi e sempre meno adatti a sopravvivere in un ambiente saturato di sensori e di minacce automatiche. Al loro posto si stanno imponendo sistemi senza pilota di ogni tipo, che in pochi anni sono diventati il cuore della nuova dottrina militare, cambiando la struttura degli eserciti e il significato stesso del combattimento. Le piattaforme a controllo remoto non richiedono più grandi equipaggi, sono più piccole, più agili e più facili da produrre, e proprio per questo la loro potenza complessiva cresce in modo esponenziale mentre i costi unitari crollano e la produzione assume dimensioni industriali.
Sempre più militari operano ormai come gestori di droni, sensori e sistemi automatizzati, mentre chi resta in ruoli più tradizionali si concentra su compiti specifici come le operazioni speciali, la sorveglianza o la logistica. La guerra combattuta dall’Ucraina ha mostrato con chiarezza che il campo di battaglia moderno è dominato da una vasta kill zone profonda fino a quaranta chilometri lungo l’intera linea del fronte, una zona sorvegliata e colpita da droni in grado di individuare e distruggere quasi qualsiasi concentrazione di fanteria o di mezzi. In questo contesto, le operazioni vengono sempre più spesso condotte da operatori che agiscono lontano dalla linea di contatto, nascosti nelle retrovie o in bunker sotterranei, mentre tentativi di grandi sfondamenti meccanizzati sono destinati a fallire. Al posto delle colonne di carri armati e dei duelli di artiglieria, l’offensiva moderna richiede dispersione estrema, mimetismo e pazienza, con l’obiettivo di spostare gradualmente la zona di pressione sempre più in profondità nelle retrovie nemiche.
Il successo dipende dalla capacità di produrre rapidamente enormi quantità di droni da combattimento a basso costo e di aggiornarne di continuo i sistemi di controllo. Le prime fasi del conflitto, in cui un singolo drone colpiva un singolo bersaglio, stanno già diventando un ricordo: oggi l’intelligenza artificiale consente a un operatore di gestire intere flotte di droni contemporaneamente, controllando chilometri di fronte anziché poche centinaia di metri. Questo riduce la necessità di mobilitazioni di massa e sposta l’attenzione sulla professionalità, sulla preparazione tecnica e sulla capacità di adattamento dei singoli operatori.
In uno scenario del genere, il combattimento tende a polarizzarsi: o un nemico impreparato crolla sotto la nuova intensità tecnologica, oppure si scivola in una lunga guerra di posizione che ricorda, per certi versi, la Prima Guerra Mondiale. In questi casi diventa decisivo controllare la zona di attacco, mantenere flussi logistici costanti e, allo stesso tempo, privare l’avversario delle stesse capacità, colpendo rifornimenti, energia e comunicazioni.
Interrompere le vie di rifornimento terrestri è una priorità assoluta, e per difendere la propria logistica gli eserciti devono sviluppare droni da trasporto manovrabili, indipendenti dalle infrastrutture stradali e capaci di muoversi anche in aree minate. Allo stesso tempo, per garantire un flusso continuo di munizioni e pezzi di ricambio verso depositi sotterranei lungo il fronte, serve una difesa aerea mobile basata su droni intercettori.
A livello strategico, gli obiettivi più importanti non sono più solo le truppe in campo aperto, ma fabbriche di armamenti, centri logistici e posti di comando nascosti nelle retrovie o sotto terra. Per distruggerli servono capacità di attacco a lungo raggio, e questo spinge i pianificatori militari a ripensare l’uso di costosi velivoli con equipaggio, sostituendoli progressivamente con droni strategici riutilizzabili. I test di aerei senza pilota sono già in corso e aprono la strada all’impiego massiccio di bombe guidate molto più economiche dei missili, oltre alla possibilità di utilizzare questi droni come vere e proprie “portaerei” per sciami di droni kamikaze.
Gli stessi principi valgono anche sul mare, dove i droni navali ucraini Sea Baby hanno dimostrato di poter infliggere danni significativi a unità della flotta russa del Mar Nero e persino colpire la cosiddetta flotta ombra di petroliere.
Guardando al futuro, la sicurezza nazionale dipenderà sempre di più dalla capacità di produrre in massa sistemi senza pilota e i loro componenti, un settore in cui la Cina detiene oggi un vantaggio enorme. Ridurre questa dipendenza è una sfida cruciale per qualsiasi Paese che voglia restare rilevante sul piano globale.
È un errore pensare, come fanno alcuni vertici militari occidentali, che la tecnologia stia rendendo la guerra più economica e livellando il campo: in realtà, anche se il costo unitario delle armi scende, la necessità di quantità sempre maggiori fa crescere la spesa complessiva. Inoltre, i droni da soli non bastano: senza comunicazioni digitali affidabili, paragonabili a quelle offerte da reti satellitari come Starlink, è impossibile coordinare operazioni, raccogliere dati e mantenere il collegamento tra unità e comandi, ed è per questo che potenze come la Cina stanno investendo miliardi in questo settore.
La trasformazione tecnologica rafforza anche il peso della guerra informatica, perché sabotaggi alle reti, blackout energetici e interruzioni delle comunicazioni possono aprire la strada a rapide avanzate nemiche. Un sistema informatico compromesso può rendere inutili difese vitali o ridurre drasticamente la capacità di recupero. Per questo l’innovazione militare deve diventare una priorità nazionale, dall’intelligenza artificiale ai sistemi senza pilota, e la rivoluzione più difficile deve avvenire nella mentalità dei generali.
Le dottrine tradizionali vanno ripensate dalle fondamenta, gli eserciti devono essere riequipaggiati e i vertici devono accettare di cambiare, o lasciare spazio a una nuova generazione di strateghi.
L’esperienza ucraina dimostra che, per avere successo nella guerra moderna, le forze armate devono imparare dai giganti tecnologici, adottare un pensiero flessibile e competere nella rapidità con cui introducono nuove soluzioni.
In un’epoca di cambiamenti militari accelerati, la scelta è semplice e brutale: adattarsi oppure accettare l’inevitabilità della sconfitta, perché a vincere saranno solo coloro che sapranno fare tesoro delle lezioni che arrivano oggi dai campi di battaglia dell’Ucraina, da Kyiv alle zone più remote del fronte.
(Nell’immagine di apertura è raffigurato il drone Linza UAV, sviluppato dall’Ucraina in collaborazione con la Germania nell’ambito dell’iniziativa Build with Ukraine. Il sistema, prodotto da Frontline Robotics e Quantum Systems, è in grado di trasportare fino a 2 kg su una distanza di circa 10 km ed è impiegato per attacchi, posa di mine e ricognizione tattica.)
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