Valeria Deplano, Alessandro Pes: Storia del colonialismo italiano. Politica, cultura e memoria dall’età liberale ai nostri giorni
Valeria Deplano, Alessandro Pes
Ed. Carocci, Roma 2024
pagg. 228
Gli autori, entrambi professori di Storia contemporanea presso l’università di Cagliari, sono riusciti nella difficile impresa di condensare, in poco più di 200 pagine, il tema del colonialismo italiano, con uno stile che rende interessante, anche ai non addetti ai lavori, questo saggio, arricchendolo con un’ampia bibliografia e con una cartografia essenziale.
Il libro è suddiviso in tre capitoli, tanti quanti sono i periodi del colonialismo, vale a dire quello liberale, quello fascista e quello repubblicano, individuando nell’Africa il focus principale della trattazione, con la consapevolezza che “le vicende dell’occupazione coloniale si intrecciano con la storia d’Italia e svolgono un ruolo nel determinarne l’evoluzione,” tanto da entrare, fin dai primi anni dell’unità d’Italia, nell’odonomastica e nel lessico italiano, come stanno a testimoniare la piazza dei Cinquecento a Roma, dedicata ai caduti della battaglia di Dogali del 1887, e il termine Amba Aradam – località dove si combatté, il 15 febbraio 1936, “una delle battaglie più sanguinose della guerra per l’occupazione italiana dell’Etiopia,”– che sta a indicare il caos per antonomasia.
La storia del colonialismo italiano ebbe inizio, formalmente, nel 1869 – con l’acquisto della baia di Assab sul mar Rosso da parte della società Rubattino e la successiva cessione, nel 1882, al governo italiano – anche se già dagli anni Trenta la regione del Corno d’Africa fu individuata dalla Chiesa come obiettivo dell’attività missionaria. Il 1° gennaio 1890 venne costituita, ufficialmente, la colonia Eritrea, “istituto amministrativo che raggruppava i possedimenti coloniali occupati dall’Italia sul mar Rosso,” occupazione che era passata, il 26 gennaio 1887, anche attraverso la pesante sconfitta di Dogali nonostante l’eroismo e il valore mostrato dai soldati, la cui celebrazione attraverso la stampa, la monumentalistica e le arti visuali contribuì, però, a spezzare il clima di opposizione all’espansione coloniale e a dar forma al primo dei miti coloniali italiani. La sconfitta di Adua del 1°marzo 1896, arrestando per molti anni le ambizioni italiane sul Corno d’Africa, “rappresentò per l’intera società civile dell’Italia liberale un brusco risveglio dal sogno coloniale.” Nel 1908 fu la volta della “Somalia italiana, unità amministrativa che comprendeva anche i territori della Somalia settentrionale” e che, dopo l’esperienza, rivelatasi fallimentare, “del colonialismo alla carta, fondato sull’idea che il capitale privato avrebbe messo a frutto i possedimenti coloniali di proprietà dello Stato,” affiancò l’Eritrea nelle nuove mappe coloniali italiane. Nel 1906, intanto, era stato fondato, ad Asmara, l’Istituto coloniale italiano, che aveva l’obiettivo di dedicarsi specificamente a sostenere i progetti espansionistici, impegnandosi “soprattutto ad alimentare il dibattito sul colonialismo con conferenze e pubblicazioni.” Dopo il Corno d’Africa fu la volta della Libia, con un intervento armato iniziato nel settembre del 1911, e che vide l’utilizzo di armi e strumentazione di nuova tecnologia e, “in particolare, l’uso più sistematico degli aeroplani come strumento di esplorazione, ma anche di attacco: seppure non dirimenti per l’esito bellico, fu in Libia che si ebbero i primi bombardamenti aerei.”
Con l’avvento del fascismo, “l’esordio coloniale del governo Mussolini avvenne all’insegna della continuità,” per svilupparsi, nei primissimi anni, in due direzioni: “quella della trattativa diplomatica per ottenere delle concessioni da parte delle altre potenze europee; e quella del consolidamento della presenza italiana nelle colonie occupate nell’età liberale.” Un cambiamento concreto, invece, si ebbe nella gestione interna delle colonie: “qui a cambiare furono in primo luogo le modalità di azione e l’idea stessa che si aveva del potere coloniale. Nessuna delega ai capi locali, accentramento del potere nelle mani dell’amministrazione italiana e pugno di ferro nella gestione di qualunque problema furono i capisaldi del nuovo corso fascista.” Le colonie e, soprattutto la Libia, furono teatro di scavi archeologici volti a riportare alla luce le rovine romane, ricoprendo così, “un ruolo molto importante nel tentativo di costruire un legame, ideale e materiale insieme, tra metropoli e colonia, ma anche tra passato e presente, che giustificasse le politiche coloniali del regime. […] L’esaltazione della romanità da parte del fascismo, legata alle politiche coloniali, raggiunse il suo culmine con la guerra contro l’impero etiopico e con la successiva proclamazione dell’impero dell’AOI” (Africa Orientale Italiana), avvenuta il 9 maggio 1936. Da parte del governo si cercò di creare una coscienza coloniale, necessaria “per la riuscita stessa del progetto espansionistico, perché inserire la dimensione africana nell’orizzonte dei cittadini poteva contribuire a convincerli a investirvi o a trasferirsi oltremare.” Ci fu, così, un proliferare di riviste colonialiste. Nel 1923 fu inaugurato, a Roma, il Museo coloniale. Fu istituita, nel 1926, la giornata coloniale. Nel 1927, l’Istituto coloniale italiano assunse il nome di Istituto coloniale fascista. L’AOI, però, dal punto di vista degli abitanti, “si costituiva di due componenti, quella dei metropolitani e quella dei sudditi, separati per legge in termini di diritti e doveri.” Si trattava, quindi, di una società fortemente gerarchizzata e segregata. L’istruzione, ad esempio, per i cittadini africani, “non doveva andare oltre le prime classi delle scuole elementari, perché lo scopo era quello di indottrinarli alla lealtà e obbedienza all’autorità fascista.” La Libia, una volta pacificata, “divenne un laboratorio nel quale per la prima volta il regime tentò di edificare una società coloniale che potesse definirsi fascista nelle pratiche, negli equilibri interni, nelle mentalità condivise.” Fu avviato, quindi, un progetto di colonizzazione demografica che trasformò “il paesaggio e l’ambiente tramite la costruzione di nuovi centri rurali, ma anche tramite l’importazione di specie vegetali e animali esogene.” Un grande impulso alla costruzione della Libia fascista fu dato, nel 1934, dall’arrivo a Tripoli, come governatore, di Italo Balbo. Sua fu l’idea di portare, in Libia, 100.000 coloni accuratamente scelti, in cinque anni. Un convoglio di 15 navi, partito il 28 ottobre 1938, trasportò i primi 16.000. Il programma di Balbo, però, rimase incompiuto a causa della sua morte, avvenuta il 28 giugno 1940, in un incidente aereo causato da fuoco amico.
L’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, con la successiva caduta dei fronti di guerra del Corno d’Africa e della Libia per mano degli alleati, comportò la fine del colonialismo italiano (ufficialmente fu la firma del trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 a decretare la rinuncia formale, da parte dell’Italia, alle proprie colonie) e il conseguente rimpatrio dei coloni, circa 28.000, che furono trasportati, in tre viaggi, da un convoglio costituito da quattro navi, verniciate di bianco. “L’attracco delle navi bianche sui porti italiani non riportava in patria soltanto i corpi degli ex coloni; con essi ritornavano nella penisola i sogni imperiali del regime fascista e, soprattutto, da quelle navi scendevano anche sessant’anni di colonizzazione italiana in Africa orientale.” Il flusso dei profughi provenienti dalle ex colonie italiane continuò fino agli anni Settanta e così, l’Italia repubblicana dovette affrontare il problema dei diritti e dell’appartenenza nazionale anche degli ex sudditi che giungevano in Italia – e che aveva, in quello degli ascari, il gruppo più numeroso – e, molti anni dopo, quello dei risarcimenti per i danni arrecati durante l’occupazione coloniale. La restituzione all’Etiopia, avvenuta il 25 aprile 2005, dell’obelisco di Axum, che era posto a Roma in piazza di Porta Capena, ha rappresentato, anche per il clamore mediatico e politico suscitato, l’emblema del riconoscimento, da parte dell’Italia, delle proprie responsabilità coloniali.

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