Venezuela 2026: il ritorno dell’America alla Dottrina Monroe. Tra competizione globale, precedenti storici e irrilevanza europea
L’operazione militare statunitense “Absolute Resolve” condotta tra il 2 e il 3 gennaio 2026 in Venezuela, culminata con la cattura di Nicolás Maduro, ha prodotto un’immediata accelerazione di uno scenario geopolitico già in forte evoluzione. Non si è trattato di un episodio improvviso o isolato, ma di un atto deliberato, inserito in una strategia più ampia di riappropriazione dello spazio emisferico americano da parte di Washington.
L’azione americana combina tre elementi: prossimità geografica, vulnerabilità del regime e valore simbolico del teatro. La giustificazione ufficiale, incentrata sulla lotta al narcotraffico, svolge una funzione essenzialmente strumentale. Serve a legittimare l’operazione sul piano giuridico e comunicativo, soprattutto verso l’opinione pubblica interna, ma non è sufficiente a spiegare la portata e il significato dell’intervento. Allo stesso modo, la lettura che riduce l’azione al controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane risulta riduttiva. Il petrolio conta, ma non è il vero obiettivo. Il Venezuela, in questa vicenda, è il mezzo attraverso cui si colpisce un equilibrio strategico più ampio.
L’operazione venezuelana va letta come un caso di deterrenza per interposizione, una tecnica classica delle potenze egemoni quando intendono ristabilire la gerarchia regionale. Per comprenderne l’intima essenza occorre fare riferimento alla visione trumpiana dell’America First, spesso banalizzata come isolazionista. In realtà, essa rappresenta una gerarchizzazione degli interessi vitali degli Stati Uniti, non un loro abbandono. E l’America Latina, nella storia strategica statunitense, è sempre stata considerata uno spazio non negoziabile. In questo senso, l’intervento in Venezuela segna il ritorno esplicito a una Dottrina Monroe aggiornata alla versione 2.0 (già definita informalmente Dottrina “Donroe” dallo stesso Donald Trump), non più rivolta contro le potenze europee, ma contro le grandi potenze extra-continentali del XXI secolo: Cina e Russia. Il Venezuela diventa così un laboratorio di una dinamica più ampia: la riaffermazione dell’ordine emisferico come prerequisito dell’ordine globale.
Negli ultimi anni Caracas si era progressivamente trasformata in un nodo strategico della penetrazione russo‑cinese nell’emisfero occidentale. Pechino vi aveva investito capitali, infrastrutture e credito; Mosca vi aveva costruito una presenza politica e militare simbolicamente rilevante. Il risultato era un regime che, pur fragile sul piano interno, svolgeva una funzione geopolitica chiara: offrire a due potenze revisioniste un punto d’appoggio nel “cortile di casa” degli Stati Uniti.
Sul piano economico‑finanziario, il Venezuela rappresentava da anni un nodo della strategia cinese di penetrazione emisferica. Attraverso credito, infrastrutture e investimenti energetici, Pechino aveva trasformato Caracas in un debitore strutturale, utilizzando il debito come leva di influenza politica. Per Washington, lasciare che una potenza rivale consolidasse una posizione di controllo su un hub energetico e finanziario nel proprio emisfero significava accettare una forma di “colonialismo del credito” incompatibile con la logica storica dell’ordine americano. L’operazione militare risponde anche a questa dinamica: interrompere un processo di dipendenza finanziaria (come dimostra l’incontro tra l’inviato speciale cinese e Maduro solo poche ore prima dell’azione) che avrebbe reso il Venezuela un avamposto cinese nel cuore del continente.
Dal punto di vista militare, l’operazione venezuelana conferma la capacità statunitense di condurre interventi rapidi, asimmetrici e ad alta precisione in contesti regionali instabili. La combinazione di superiorità informativa, capacità di proiezione a corto raggio e integrazione tra forze speciali e assetti tecnologici avanzati ha permesso a Washington di ottenere un risultato politico‑strategico con un costo operativo minimo. È un modello di intervento che gli Stati Uniti hanno perfezionato negli ultimi vent’anni e che oggi utilizzano come strumento di gestione dell’ordine emisferico: colpire rapidamente per ristabilire la deterrenza senza impegnarsi in operazioni prolungate. Un risultato che, per rapidità e precisione, si contrappone implicitamente alla difficoltà russa nel conseguire obiettivi analoghi nel proprio vicinato strategico, come dimostrato dal fallimento nel rovesciare rapidamente il governo di Kyiv nel 2022.
L’azione americana mira dunque a spezzare questa dinamica, negando a Russia e Cina l’accesso strategico a una piattaforma energetica e politica di primo livello.
Al di là delle inevitabili controversie giuridiche, l’operazione di questo inizio 2026 non rappresenta una deviazione dalla storia, ma la sua coerente prosecuzione. Gli Stati Uniti hanno più volte dimostrato di essere pronti a intervenire direttamente in America Latina quando percepiscono una minaccia sistemica ai propri interessi: dal Guatemala del 1954 (operazione “PBSuccess” con deposizione di Jacobo Árbenz Guzmán) a Panama nel 1989 (operazione “Just Cause” e deposizione di Manuel Noriega), passando per le azioni a Cuba (fallito sbarco alla Baia dei Porci nel 1961), Repubblica Dominicana (operazione “Power Pack” nel 1965) e Grenada (operazione “Urgent Fury” nel 1983). Anche in quei casi, la narrativa ufficiale – anticomunismo, difesa della democrazia, lotta al narcotraffico – ha sempre accompagnato, senza mai sostituirla, la logica fondamentale della negazione dello spazio geopolitico a potenze ostili.
In questa cornice, uno degli effetti più rilevanti dell’operazione venezuelana riguarda Cuba. L’Avana è il primo destinatario indiretto del messaggio americano. Da decenni Cuba rappresenta il centro simbolico e logistico dell’anti-americanismo caraibico, nonché il principale collegamento regionale tra il Venezuela bolivariano e i suoi sponsor esterni. Colpire Caracas significa isolare Cuba, ridurne la profondità strategica e dimostrare che la protezione garantita da Mosca e Pechino non è né automatica né priva di costi. È una classica operazione di deterrenza per prossimità: si agisce su un attore per disciplinarne un altro.
Come già evidenziato, l’operazione venezuelana non è un episodio isolato, ma parte di una più ampia ricalibratura strategica americana. Washington sta ridefinendo la propria postura globale lungo tre assi: contenimento della Cina nel Pacifico (Taiwan), contrasto alla penetrazione sino-russa in Africa e controllo delle rotte artiche emergenti (Groenlandia), dove la competizione per risorse e accesso strategico è destinata a intensificarsi. In questo quadro, la stabilità dell’emisfero occidentale diventa la condizione necessaria per concentrare risorse nei teatri extra-regionali più critici.
Accanto alla dimensione geopolitica, l’operazione risponde anche a una precisa logica di politica interna. La cattura di Maduro consente all’amministrazione Trump di presentare un risultato tangibile nella lotta al narcotraffico, di promettere una riduzione dei flussi migratori venezuelani e di rafforzare l’immagine di una leadership forte e risoluta in vista delle elezioni di medio termine. Storicamente, operazioni rapide, asimmetriche e ad alta visibilità hanno spesso prodotto ritorni politici interni significativi. Anche in questo caso, la politica estera si rivela uno strumento diretto di consenso.
In tutto questo, colpisce il ruolo marginale – quando non del tutto assente – dell’Europa. L’Unione Europea non ha influenzato l’evento, non lo ha condizionato e difficilmente ne gestirà le conseguenze. Le reazioni europee si sono limitate a dichiarazioni di principio, richiami al diritto internazionale e appelli alla moderazione. È la conferma di una realtà ormai strutturale: l’Europa non è più un attore geopolitico autonomo, ma un commentatore degli eventi. Nel mondo reale, quello in cui si decide e si agisce, contano gli attori capaci di usare il potere; non quelli capaci soltanto di esprimere valutazioni.
L’azione americana in Venezuela segna dunque il ritorno esplicito a una logica di ordine imposto, non negoziato. È un messaggio certamente rivolto a Caracas, ma che parla soprattutto a Pechino, a Mosca, a L’Avana e, indirettamente, a tutti gli altri. Il teatro è locale, ma la posta in gioco è globale.
In questo quadro, la marginalità europea non è un’anomalia, ma il riflesso di un ordine internazionale sempre più definito dalla capacità di proiettare potere, non dalla capacità di formulare norme. L’operazione venezuelana mostra che, nel mondo multipolare competitivo, gli attori che contano sono quelli in grado di agire rapidamente, assumersi rischi e imporre esiti. L’Europa, priva di questi strumenti, resta spettatrice di dinamiche che altri modellano.
(L’autore è ufficiale e insegnante di storia militare)
Note e riferimenti
- Livingstone, G. (2009), America’s Backyard: The United States and Latin America from the Monroe Doctrine to the War on Terror, Zed Books.
- Schoultz, L. (1998), Beneath the United States: A History of U.S. Policy Toward Latin America, Harvard University Press.
- Galgani, P. F. (2007), America Latina e Stati Uniti: dalla dottrina Monroe ai rapporti tra G. W. Bush e Chávez, Franco Angeli.
- Sexton, J. (2012), The Monroe Doctrine: Empire and Nation in Nineteenth-Century America, Hill and Wang.
- Ferrer, A. (2021), Cuba: An American History, Simon & Schuster;
- Brands, H. (2018), American Grand Strategy in the Age of Trump, Brookings Institution Press.
foto: The White House
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