Venezuela: anatomia di uno stato catturato
La Repubblica Bolivariana ha ceduto in poco più di qualche ora all’offensiva mirata americana, che ha colpito rapidamente i punti nevralgici del debole potere venezuelano. Alla luce dell’arresto dell’ormai ex presidente Maduro, come in ogni regime change che si rispetti, si pongono i quesiti sul come sia avvenuto e cosa riservi l’immediato futuro, al netto dei decreti che, anno per anno, hanno anticipato grottescamente le date delle festività natalizie bolivariane.
Gli attori della commedia venezuelana sono diversi, interni ed esterni al gran consiglio caraqueño; subito gli uomini forti, i veri policy maker atti a certificare lo status di utile comparsa di Maduro: Vladimir Padrino López, ministro della difesa, ed il ministro dell’interno, Diosdado Cabello. È su di loro che dovranno appuntarsi le attenzioni internazionali.
Attenzioni che riguardano molti paesi e molte organizzazioni prive di certificazioni di legittimità e capaci di creare uno scenario che, a logica e buon senso, non può certo fermarsi al casus belli del narcotraffico, che pure ha ruolo importante. Da almeno 20 anni Hezbollah è presente in Sud America come attore attivo nello sfruttare le fragili economie neolatine e le preesistenti organizzazioni criminali tanto da trasformare il continente in una riserva finanziaria e strategica garantendo un flusso di risorse necessarie a sostenere le proprie attività rafforzando la capacità iraniana di aggirare le sanzioni consolidando la linea Caracas, Teheran. Beirut.
Tutto è stato preparato per tempo e accuratamente, quando dagli anni ’80 migliaia di sciiti libanesi si sono stabiliti in Brasile, Paraguay, Argentina, Colombia e Venezuela; Hezbollah non controlla i flussi migratori ma ne utilizza ma ne utilizza le reti interne come infrastruttura relazionale innestandosi sulle reti criminali preesistenti offrendo riciclaggio, intermediazione finanziaria, trasferimento di fondi.
Il Venezuela è al centro del sistema; Chavez e Maduro realizzano un’alleanza strategica con Teheran: gli aerei fantasma sulla tratta Caracas – Teheran si moltiplicano, sospettati di trasportare oro e valuta. Nel Sud del Venezuela si consolida il peso di Hezbollah, con l’estrazione illegale di oro poi immesso a tonnellate nei circuiti Caracas, Teheran e Beirut. L’oro diventa la carta geopolitica iraniana da giocare per aggirare le sanzioni.
Il partito di Dio fa da intermediario, collega imprese iraniane con i mercati internazionali, sfrutta le criptovalute come Bitcoin e Tether. Ancora più forte l’interesse per l’uranio peruviano, utile a garantire l’indipendenza energetica di Teheran.
È un lavoro di lungo periodo, che non mira alla radicalizzazione immediata ma alla costruzione di consenso e identità, creando un ambiente favorevole alle attività economiche del movimento. Hezbollah è bene attento a non utilizzare la leva della violenza, strumento che metterebbe a rischio l’ecosistema creato nel tempo.
L’Occidente è lento, non reagisce: la linea non è condivisa, le sue reazioni sono frammentarie e creano spazi entro cui Hezbollah si incunea abilmente. Il Venezuela si trasforma in hub logistico e criminale, ospita centinaia di membri operativi di membri di Hezbollah; la sua infiltrazione nei gangli di uno stato al collasso crea una convergenza tra terrorismo, narcotraffico, equilibri di potere che garantisce, tra l’altro, la distribuzione di centinaia di passaporti, non meno di 10.000 a soggetti provenienti da Siria, Iran e Libano, molti dei quali affiliati al network jihadista.
Spaccio e distribuzione della cocaina garantiscono proventi di centinaia di milioni di dollari reinvestiti alimentando un flusso finanziario che alimenta la jihad e la proiezione strategica della rete sud-americana. Ecco che Caracas diviene l’asse dell’evasione degli stati revisionisti, volti ad erodere l’efficacia sanzionatoria occidentale.
Washington si è trovata di fronte ad un dilemma: limitarsi alle consuete sanzioni oppure neutralizzare un hub utile anche ad attacchi su scala intercontinentale, uno stato narco-jihadista troppo vicino al proprio confine? La dottrina Monroe allora funziona non più quale esclusione di potenze in aree invalicabili, ma quale strumento fondato sulla proiezione di sicurezza preventiva.
Non a caso già il 4 marzo 2025 è stato presentato negli USA il ddl bipartisan, il No Hezbollah in Our Hemisphere Act, volto a respingere l’influenza del partito di Dio nel continente americano. Anche se, va detto, già nel 2017, è stato sostenuto1 che l’amministrazione Obama avrebbe rallentato o ostacolato l’operazione un’indagine condotta dalla DEA per smantellare attività criminose attribuite a Hezbollah, rallentamenti motivati dall’intento di non compromettere l’accordo sul nucleare con l’Iran.
In ogni caso, l’associazione tra Hezbollah e il narcotraffico ha trovato riscontro, nel 2020, nel sequestro, nel porto di Salerno, di oltre 84 milioni di pasticche di Captagon.
La firma di molteplici accordi dimostra la reciproca dipendenza tra Venezuela e Iran, una relazione destinata ad avere un impatto profondo in tutto il continente a partire dall’avvento al potere di Chavez e Ahmadinejad, simboli di un costante isolamento internazionale, foriero di sanzioni.
La cooperazione irano-venezuelana assume il ruolo di passepartout per trovare nuove vie commerciali, come con il Brasile, il più importante partner latinoamericano; Teheran, che a Caracas dispone di Hispan TV, emittente televisiva che trasmette propaganda quotidiana in tutta l’America Latina, coltiva interessi pragmatici che garantiscono entrate sicure mentre gli USA sanzionano entità che, su suolo venezuelano, sostengono i programmi di produzione di droni da combattimento e di missili balistici di progettazione di Teheran verso cui, dal 2020, è stata trasferita quota parte dell’oro venezuelano quel ricompensa per l’aiuto necessario a rivitalizzare le raffinerie petrolifere, ferme per le sanzioni americane e comunque lasciate in gestione agli iraniani.
Ci sarebbe da domandarsi, a questo punto, se non sia stato piuttosto l’Iran, nel tempo, ad occupare i nodi vitali della Repubblica venezuelana; certo che la scelta del 3 gennaio, anniversario dell’eliminazione di Qassem Soleimani, lascia partire un messaggio rivolto a Khamenei, alle prese con una sollevazione popolare che evoca gli eventi del 1979.
Se non si tratta dell’apertura di un doppio fronte, poco ci manca, visto che da almeno 15 anni i pasdaran comprano terreni in Venezuela. Tra jihadismo e chavismo non esiste un’alleanza, ma sicuramente una convergenza di interessi basata sull’opposizione agli USA. Non è un mistero che in Venezuela operino gruppi armati locali (colectivos) e guerriglieri colombiani (ELN e fazioni dissidenti delle FARC), legati ad intermediari connessi a reti mediorientali criminali.
In ogni caso, mai come da stamani, è tornata di attualità l’info che vuole che le élite iraniane potrebbero trovare rifugio a Caracas in caso di caduta del regime, con flussi migratori già iniziati all’alba della guerra dei 12 giorni; un aspetto questo che, alla luce della collaborazione in atto, potrebbe indurre a preoccupazioni anche la Colombia, destinataria sia dell’addestramento impartito dai pasdaran anche in materia di intelligence, sia della costruzione di una fabbrica di droni a scopo bellico2.
L’asse che sostiene Caracas è un ecosistema di sopravvivenza che accomuna Russia, senza cui Maduro sarebbe già caduto da tempo; Iran, che aiuta nell’elusione delle sanzioni; Turchia, con la raffinazione dell’oro; Corea del Nord, con componenti militari low cost.
Ecco come il Venezuela è divenuto l’utile, forse non completamente consapevole, cuneo politico nel cortile di casa di Washington, talvolta inane nelle sue iniziative, animate da una diplomazia spesso senza conseguenze apprezzabili, exploit di Trump a parte, che non si è fatto scrupolo di inserire petroliere cinesi nella black list, tanto per rammentare quali rischi si corrano in questi giochi.
A fronte del conclamato fallimento politico dell’attore venezuelano, c’è da considerare l’emersione del Regno saudita, proprio in questi giorni quanto mai proattivo nelle iniziative in Yemen, contro gli EAU ed in prospettiva di una caduta iraniana. Sia Riyadh, e meno apertamente Mascate, hanno ribadito di non volere gli houthi, fiancheggiatori dell’Iran, ai propri confini.
Che possano scorgersi coincidenze temporali tra gli eventi iraniani e quelli venezuelani è lecito, come è comprensibile dover tenere conto dell’effettività di uno stato che ha progressivamente svenduto la propria sovranità. Emblematico Maduro, trattenuto da due agenti DEA, come un narcotrafficante qualunque e non come il capo di uno stato nemico.
1 The Politico
2 Tra i primi modelli già prodotti vi sono lo Shahed-131, impiegato dalla Russia in Ucraina, e il Mohager 6
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