Venezuela, Iran, Groenlandia: tre regioni, tre posture, un nuovo paradigma strategico
Venezuela, Iran e Groenlandia non sono tre crisi isolate, ma tre funzioni strategiche distinte attraverso cui gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio modo di esercitare potere nel XXI secolo. Il Venezuela rappresenta un caso di gestione ibrida e sfruttamento della crisi interna; l’Iran una postura di deterrenza attiva; la Groenlandia una competizione sistemica di lungo periodo.
A prima vista queste aree non sono confrontabili: hanno storie, equilibri regionali e rapporti con gli USA completamente divergenti. Eppure, tutte e tre rivelano una stessa matrice strategica di fondo: dopo due decenni di guerre terrestri ad alta intensità politica e bassa redditività strategica, Washington ha adottato un modello di intervento più leggero, rapido e multidominio, un paradigma adattivo del potere americano, in cui strumenti diversi sono combinati in funzione degli obiettivi specifici nella competizione globale.
Questa impostazione emerge con forza nei modi in cui gli Stati Uniti si muovono. Innanzitutto nella tutela o estensione dei propri interessi senza ricorrere a ingaggi terrestri prolungati; quindi nella combinazione di strumenti militari, economici, diplomatici e cognitivi; infine nella gestione della dimensione interna come parte integrante della politica estera.
Venezuela
Dopo anni di instabilità politica e crisi economica, col ritorno di Trump l’amministrazione statunitense ha lanciato nel 2025 una campagna progettata per disarticolare reti criminali e pressioni transnazionali, con obiettivi politici anche verso il regime di Nicolás Maduro (operazione Southern Spear). Il raid condotto nell’ambito dell’operazione Absolute Resolve del gennaio 2026 con la cattura dell’ormai ex presidente venezuelano – e il successivo insediamento di una leadership transitoria filo-occidentale – non è stato concepito come un’occupazione, bensì come un riposizionamento rapido dello status politico interno. Si tratta di una combinazione di fattori, quali pressioni militari e di intelligence mirate (non invasione territoriale), negoziati diplomatici e influenza sulle élite locali, utilizzo di strumenti economici orientati a restringere i margini di manovra delle fazioni ostili. Il Venezuela non è stato un intervento di costruzione statale, ma un’operazione di sfruttamento di una vulnerabilità preesistente, calibrata per evitare ogni forma di impegno prolungato.
Gli Stati Uniti hanno così puntato su effetti rapidi e non prolungati, riducendo la necessità di un impegno di terra continuativo e sfruttando la crisi interna venezuelana come componente di debolezza strutturale. Nonostante la distensione dei rapporti tra USA e Venezuela, nell’ambito delle reazioni internazionali Caracas non ha mancato di condannare ufficialmente gli attacchi USA-Israele contro l’Iran, dimostrando che la politica degli Stati Uniti è percepita come interconnessa su scala globale, e che ogni teatro d’azione influenza la percezione di Washington nelle relazioni regionali.
Se in Venezuela Washington ha sfruttato una crisi interna, in Iran ha invece adottato una postura di deterrenza attiva, fondata sull’uso selettivo della forza. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione Epic Fury (“Ruggito del Leone” nella versione israeliana), una serie di attacchi aerei contro obiettivi chiave iraniani con lo scopo dichiarato di degradare le capacità missilistiche e nucleari di Teheran e indebolire la sua influenza regionale. L’attacco ha colpito al vertice la leadership iraniana, eliminando la Guida Suprema Alì Khamenei e parte dell’élite politico‑militare. La prevedibile risposta iraniana, articolata in centinaia di missili e droni contro obiettivi statunitensi e alleati nella regione del Golfo, ha condotto a un’escalation del conflitto.
Quello che emerge in particolare però è la rottura definitiva della fase di conflitto “per procura” che aveva caratterizzato decenni di confronti indiretti. La fine della proxy war non è un evento isolato: riflette un contesto internazionale in cui la guerra convenzionale è tornata possibile anche tra attori dotati di deterrenza nucleare, come dimostra il caso russo‑ucraino.
Iran
Nel Medio Oriente, gli Stati Uniti non perseguono un’occupazione territoriale, ma una deterrenza attiva combinata con pressione militare limitata – o quantomeno controllata. Washington evita l’impiego massiccio di truppe di terra, ma mira a colpire selettivamente centri di potenza strategica, limitare la capacità di proiezione dell’avversario e preservare la propria libertà di manovra globale. La posta in gioco non è semplicemente l’Iran come bersaglio, ma l’equilibrio regionale e globale: gli Stati Uniti cercano di mostrare che non intendono tollerare un programma nucleare ostile, pur volendo evitare di rimanere incastrati in un conflitto prolungato.
Proprio in questo è evidente la rottura col recente passato: le lezioni maturate dai conflitti degli anni 2000 in Iraq prima e Afghanistan poi, con i deludenti risultati ottenuti nel medio-lungo termine, hanno imposto un cambio al paradigma del “boots on the ground” e all’imposizione diretta di una nuova leadership politica.
Detto ciò occorre spostare l’attenzione sulla politica interna USA. La reazione del Congresso statunitense, con critiche bipartisan all’assenza di una strategia post-attacco, riflette infatti le tensioni interne e il peso della dimensione domestica nella politica estera. Negli Stati Uniti contemporanei la politica estera non è più uno spazio relativamente separato dal confronto domestico, ma ne è diventata una proiezione diretta. Essa è ormai elettoralizzata, polarizzata e comunicativamente iper-accelerata. Ogni decisione strategica è immediatamente tradotta in chiave di consenso interno, valutata in termini di percezione pubblica e sottoposta a una dinamica mediatica permanente. Ne deriva che l’uso della forza non è solo uno strumento di politica internazionale, ma anche – e soprattutto – un atto comunicativo rivolto all’elettorato nazionale.
La conseguenza è che il dominio cognitivo assume una centralità superiore rispetto al passato: non si tratta soltanto di influenzare l’avversario o gli alleati, ma di governare la narrazione interna, prevenire fratture politiche e mantenere coesione in una società profondamente divisa. L’intervento deve essere rapido, leggibile, politicamente difendibile e, soprattutto, non deve trasformarsi in un impegno prolungato che alimenti stanchezza strategica nell’opinione pubblica.
In questa prospettiva, la riduzione dei “boots on the ground” non è soltanto una scelta militare, ma una necessità politica. La postura multidominio diventa così funzionale a una strategia che deve essere efficace all’esterno e sostenibile all’interno.
Groenlandia
In Groenlandia, al contrario, la logica è quella della competizione strutturale di lungo periodo. Diversamente dai teatri latinoamericano e mediorientale, l’area dell’Artico non è oggi un fronte bellico ma un sito strategico di competizione tra gli Stati Uniti, la Russia e la Cina per il controllo di spazi, rotte e risorse. La competizione riguarda anche la definizione delle regole di accesso, sfruttamento e governance delle rotte artiche, un ambito in cui la dimensione normativa diventa parte integrante della competizione strategica, soprattutto con la Cina.
In risposta alla cosiddetta Greenland crisis, alle manovre militari statunitensi e alle minacce di annessione, i Paesi europei hanno rafforzato la presenza tramite esercitazioni multinazionali come l’operazione Arctic Endurance, per rafforzare la deterrenza e consolidare la presenza occidentale nella regione. In questo caso la postura statunitense non è orientata alla guerra diretta, ma a una proiezione di potenza permanente nell’area attraverso basi e capacità ISR (Intelligence, Surveillance, and Reconnaissance). Oltre a questo è considerato strategicamente vitale mantenere il controllo delle rotte artiche come corridoi strategici e prevenire l’espansione di influenza di attori rivali in un’area di diretto interesse strategico. È la logica della competizione strutturale: presenza, pressione, controllo delle rotte e prevenzione dell’espansione rivale.
Conclusioni
Questi tre casi evidenziano un punto centrale, gli Stati Uniti non perseguono un unico modello di intervento, ma un approccio strategico modulabile che combina:
- pressione cinetica limitata (Iran);
- pressione ibrida e gestione della crisi interna (Venezuela);
- competizione sistemica e presenza di lungo periodo (Groenlandia).
In primo luogo l’utilizzo mirato della forza militare sfruttando la propria superiorità, in particolare aeronavale – con un recupero di concetti ben consolidati nella tradizione USA ispirati alla combinazione del “Sea Power” di Alfred Thayer Mahan con il “Potere Aereo” di Giulio Douhet – senza prevedere automaticamente una massiccia occupazione mediante la componente terrestre. Quindi azioni calibrate di pressione economica e sanzionatoria, finalizzate a imprimere all’ambiente operativo una fisionomia congeniale a facilitare il conseguimento degli obiettivi strategici, unitamente alle azioni nel dominio cognitivo ed alle cosiddette narrative shaping, ovvero la costruzione strategica di narrazioni per orientare percezioni e comportamenti collettivi. Infine rimane centrale, nonostante la postura contingente, il sistema di alleanze e di deterrenza multilaterale già esistente.
La dimensione cognitiva – cioè la capacità di definire l’interpretazione degli eventi nella politica interna ed esterna – è diventata essa stessa un dominio di potere. In un’epoca in cui la politica estera è strettamente subordinata alla politica interna, ed è influenzata da sondaggi, narrativa pubblica e percezione dell’opinione pubblica, la gestione dell’informazione, delle aspettative e della narrazione è parte integrante dell’approccio strategico statunitense.
Venezuela, Iran e Groenlandia mostrano che gli Stati Uniti non applicano più un modello unico di intervento, ma una grammatica strategica adattiva che combina: uso selettivo della forza dove serve, gestione ibrida dove possibile, competizione sistemica dove necessario. È la forma contemporanea della potenza americana: meno invasiva, più adattiva, strutturalmente multidominio. Non è un ritorno al passato, ma l’evoluzione di una potenza che ha imparato a proiettare forza senza rimanere intrappolata nei teatri in cui interviene – e che oggi modella la competizione globale attraverso posture differenziate ma coerenti, perché tutte orientate alla preservazione della libertà d’azione globale americana.
(l’autore è ufficiale e docente di Storia Militare)
Bibliografia
- Mahan, A. T. (1890), The Influence of Sea Power upon History 1660-1783, Sampson Low, Marston & Co., Ltd.
- Douhet, G. (1921), Il dominio dell’aria, Stabilimento Poligrafico per l’Amministrazione della Guerra.
- Gray, C. S. (2010), The Strategy Bridge: Theory for Practice, Oxford Press.
- Brands, H. (2022), The Twilight Struggle: What the Cold War Teaches Us about the Great-Power Rivalry Today, Yale University Press.
- Secretary of Defense (2022), 2022 National Defense Strategy of The United States of America, U.S. Department of Defense. Disponibile su: https://media.defense.gov/2022/Oct/27/2003103845/-1/-1/1/2022-NATIONAL-DEFENSE-STRATEGY-NPR-MDR.PDF.
L’articolo Venezuela, Iran, Groenlandia: tre regioni, tre posture, un nuovo paradigma strategico proviene da Difesa Online.
Venezuela, Iran e Groenlandia non sono tre crisi isolate, ma tre funzioni strategiche distinte attraverso cui gli Stati Uniti stanno…
L’articolo Venezuela, Iran, Groenlandia: tre regioni, tre posture, un nuovo paradigma strategico proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
