Visita del ministro Crosetto negli Stati Uniti: quello che Washington dice e quello che Roma si racconta…
La diplomazia serve anche a questo: prendere rapporti di forza molto concreti e rivestirli di parole accettabili. Poi, però, basta leggere in parallelo i comunicati ufficiali per capire la differenza tra ciò che gli Stati Uniti dicono e ciò che noi preferiamo raccontarci.
L’incontro di ieri al Pentagono tra il segretario alla guerra Pete Hegseth e il ministro della Difesa Guido Crosetto è un caso da manuale.
Nel resoconto americano l’Italia è innanzitutto un alleato utile. Utile perché ospita forze USA da oltre ottant’anni. Utile perché sul territorio italiano si trovano circa 30.000 tra militari statunitensi, personale civile e familiari. Utile perché la nostra geografia permette agli Stati Uniti di disporre di una piattaforma avanzata nel Mediterraneo, proiettata verso Balcani, Africa, Medio Oriente e fianco sud dell’Alleanza.
Non è un insulto. È la grammatica della potenza
Washington non si perde in pudori. Ringrazia l’Italia, certo, ma il primo elemento ricordato è l’ospitalità garantita alle forze americane. Il rapporto è storico, importante, strategico, ma viene letto nella sua sostanza fatta di basi, accesso, presenza, interoperabilità, disponibilità politica.

Il secondo punto è ancora più esplicito: “NATO 3.0”. Nella visione americana significa che gli europei devono assumersi la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale. Tradotto: gli Stati Uniti non intendono più pagare, da soli, la sicurezza di un continente che continua a parlare di autonomia ma fatica a finanziarla.
Da qui il riferimento al 5% del PIL per la difesa, presentato come nuovo standard globale per gli alleati. Qui il parallelo diventa impietoso. Per Washington è una soglia politica. Per l’Italia è una follia numerica prima ancora che strategica.
Già il 2% è stato raggiunto più sulla carta che nei bilanci reali, attraverso riclassificazioni e allargamenti del perimetro della spesa, non con un vero salto degli stanziamenti militari. Il 5%, in un Paese con debito enorme, crescita dello zero virgola, consenso sempre più critico e la maggioranza di cittadini che diserta le urne, appartiene più ad una propaganda da rana gonfia che alla programmazione seria.
Nel comunicato italiano il tono cambia
Al centro troviamo la solidità del rapporto tra Italia e Stati Uniti, la storia comune, i valori condivisi, l’evoluzione degli equilibri globali verso l’Indo-Pacifico, un’Europa più forte insieme agli Stati Uniti, il Mediterraneo allargato, il fianco est, il fianco sud e la collaborazione industriale.

Tutto vero. Ma molto più comodo. Perché nella versione italiana la questione appare come una scelta di responsabilità condivisa. In quella americana è soprattutto una richiesta di maggior carico sugli alleati europei. Noi parliamo di credibilità della NATO; loro parlano di europei che devono difendersi di più. Noi evochiamo il Mediterraneo allargato; loro ricordano che l’Italia è una piattaforma essenziale. Noi sottolineiamo il rapporto politico e valoriale; loro mettono in fila basi, truppe, percentuali di PIL, reparti e industria.
A casa nostra ci raccontiamo di essere centrali per vocazione geopolitica. A Washington ci considerano centrali se serviamo, se spendiamo, se produciamo sicurezza, se presidiamo teatri utili, se ospitiamo assetti, se la nostra industria contribuisce alla capacità dell’Alleanza.
Il punto non è scandalizzarsi. Gli Stati Uniti fanno gli Stati Uniti. Difendono i propri interessi, leggono gli alleati in base alla loro utilità e pretendono che chi beneficia dell’ombrello americano contribuisca di più. È normale.
Il problema è italiano
Continuiamo a voler essere percepiti come indispensabili senza pagare fino in fondo il prezzo politico, militare e industriale dell’indispensabilità. Vogliamo contare nella NATO, ma fatichiamo a spiegare ai cittadini che la difesa costa e persino a cosa serve. Vogliamo essere ponte nel Mediterraneo, attore europeo, partner degli Stati Uniti, interlocutore nel fianco sud e presenza credibile nel fianco est, ma con una cultura pubblica che considera ancora la sicurezza un capitolo secondario, quasi imbarazzante.
Continuando a inseguire percentuali irrealistiche con trucchi di bilancio, leggeremo ancora due versioni dello stesso incontro: quella americana, brutale ma chiara, e quella italiana, elegante ma rassicurante, per renderla digeribile.
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