Intervista al generale Luigi Chiapperini: dallo sbarco in Normandia ai droni, come cambia la guerra anfibia
Le parole pesano, soprattutto quando arrivano da Donald Trump. La tregua di due settimane annunciata nel confronto con l’Iran riduce per ora la pressione, ma non cambia il quadro strategico. Teheran rimette al centro lo Stretto di Hormuz, e la crisi resta tutt’altro che chiusa. Tra analisi e interpretazioni diverse, riemerge un’ipotesi tanto suggestiva quanto complessa: uno sbarco anfibio?
L’immaginario corre subito alla Sbarco in Normandia, ma la realtà operativa del terzo millennio è radicalmente diversa. Oggi il problema non è più arrivare a riva, ma sopravvivere prima di toccarla. Le moderne difese costiere – missili, droni, mine, sistemi A2/AD – hanno trasformato lo sbarco in una delle operazioni più rischiose. Per questo la dottrina contemporanea, in particolare quella dello United States Marine Corps, si muove tra due approcci: da un lato l’assalto diretto, erede del Novecento; dall’altro una manovra dal mare basata su velocità, distanza e dispersione, per non offrire mai un bersaglio concentrato.
Sul piano delle piattaforme, negli ultimi anni alcuni attori hanno puntato su mezzi più veloci e armati, pensati per scenari ad alta intensità. È il caso del Type 05 amphibious fighting vehicle (foto seguente – ZBD-05 e ZTD-05), tra i veicoli anfibi più rapidi oggi disponibili, con velocità in acqua nell’ordine dei 15-16 nodi (28-30 km/h!).

Il tema, più che il confronto diretto, è un altro: in un contesto che evolve rapidamente, piattaforme concepite anni fa sono ancora adeguate alle minacce attuali? Oggi, accanto agli ordigni improvvisati, si sono affermati droni aerei e navali, capacità di sorveglianza continua e attacchi a lunga distanza. In questo contesto, la sola blindatura non può più essere considerata una garanzia sufficiente?
Per approfondire il tema abbiamo intervistato il generale Luigi Chiapperini, figura di riferimento del mondo lagunare. Ufficiale con una lunga esperienza operativa, ha risposto ai nostri quesiti con la concretezza di chi conosce a fondo sistemi, limiti e prospettive del combattimento anfibio.
Quali sono oggi i requisiti davvero imprescindibili – in termini di protezione, mobilità, potenza di fuoco e integrazione – per un veicolo da sbarco moderno?
Le operazioni anfibie sono tra le più complesse specialmente negli scenari attuali in quanto iniziano in un ambiente, quello marino, e si sviluppano poi in azioni di combattimento terrestre. Ecco la necessità di dotare le forze anfibie di mezzi versatili in grado di soddisfare requisiti operativi validi nei due domìni così diversi tra loro.

Solo per citare i più importanti, i veicoli dovranno avere la capacità di essere lanciati sia da piattaforme navali (azioni ship-to-shore) sia dalla terraferma (azioni shore-to-shore), di affrontare la navigazione anche in condizioni di mare estreme, di navigare il più velocemente possibile e di avere una adeguata capacità di trasporto di personale ed equipaggiamento.
Quanto influisce la velocità in acqua – anche in relazione alle soluzioni propulsive – sulla sopravvivenza e sul rischio operativo durante l’avvicinamento alla costa?
Differenti velocità sia in navigazione che nel movimento a terra incidono in maniera sensibile sulla capacità di assolvere una missione. Che poi detta velocità sia raggiunta con gli idrogetti dell’AAV7 (foto seguente) o con le eliche del VBA (foto precedente) ha un’importanza relativa specialmente nella navigazione in mare.

Altro discorso nella navigazione in acque interne, con le eliche che potrebbero subire qualche inconveniente; non abbiamo però ancora riscontri negativi a riguardo. In sintesi, la velocità di una formazione militare è fondamentale.
Alla luce delle nuove minacce, i droni – aerei e navali – possono essere considerati una forma evoluta di IED nelle operazioni anfibie?
Non ci sono dubbi al riguardo. I droni marini e aerei, unitamente alle minacce nello spettro elettromagnetico, costituiscono la nuova frontiera dei possibili rischi che si devono affrontare in un conflitto e pertanto anche, anzi a maggior ragione, le ondate di assalto e attacco impegnate in un’operazione anfibia dovranno fare i conti con essi. Da qui la necessità di rendere i mezzi il più possibile protetti e di realizzare intorno alle formazioni anfibie una “bolla tattica”.
Oggi la sopravvivenza è garantita più dalla protezione passiva o dalla combinazione di mobilità, velocità e riduzione della firma radar e termica?
Mi consenta una battuta: è impossibile realizzare “bunker naviganti”. Come dicevo prima risulta necessario, specialmente per i mezzi anfibi, raggiungere un compromesso tra tutte le caratteristiche menzionate. Ma le moderne tecnologie possono aiutare a rendere ben protetto anche un veicolo che può apparire relativamente modesto in termini di blindatura. Mi riferisco sia ai nuovi materiali, sempre più leggeri ma al tempo stesso più resistenti di quelli del passato, che alle protezioni attive (APS), il tutto inserito nelle bolle tattiche.
Come si aggiorna una piattaforma anfibia nel tempo senza riprogettarla e quanto incidono le esigenze operative dei militari rispetto alle scelte industriali?
È sicuramente arduo aggiornare ulteriormente progetti come l’AAV7, già derivante a sua volta dall’LVTP-7 (foto seguente) concepito negli anni ’70 dello scorso secolo. Più facile sarà farlo eventualmente con i mezzi più moderni, come il VBA, nella considerazione che si fa sempre più ricorso a soluzioni modulari che consentono di riprogettare singole componenti dei veicoli.

Naturalmente si deve sin da ora, quando ancora stiamo ricevendo i primi esemplari del nuovo veicolo blindato anfibio, concepire i mezzi del futuro da sviluppare sulla base degli scenari strategici possibili tra 20 o 30 anni.
Alla luce dei mezzi ad alta velocità, lo sbarco è ancora una fase di transizione logistica o è diventato a tutti gli effetti un combattimento ad alta intensità?
Pensare a operazioni anfibie come quelle condotte nella Seconda Guerra Mondiale è al momento fuorviante. È difficile che si possano reiterare quelle operazioni di massa, almeno al momento. Prova ne sia, tra gli altri provvedimenti, la rivoluzione in atto riguardante il Corpo dei Marines (USMC) per il quale è in fase avanzata di elaborazione il nuovo concetto di impiego che prevede la sua inserzione in caso di necessità in aree marittime chiave con presenza massiccia di isole e stretti, allo scopo di attuare autonomamente o supportare il tradizionale Anti access/Area denial delle formazioni aeronavali.

Il concetto richiede piattaforme più agili per integrare le tradizionali navi anfibie, formazioni disperse di navi con e senza equipaggio, droni a lungo e breve raggio ed infine nuove tecnologie dirompenti.
Immagini: OpenAI / chinamil / U.S. Navy / U.S. Marine Corps / U.S. Army
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