Trump always chickens out? (Trump si tira sempre indietro?)
Si è arrivati, sembrerebbe, ad un accordo per un cessate il fuoco (inizialmente di due settimane). Ovviamente, tutto è in divenire e tra poche ore la situazione potrebbe essere diversa. D’altronde meno di 12 ore fa c’era chi vaneggiava (del tutto a sproposito) di ricorso al nucleare da parte USA
Accordo per un cessate il fuoco solo temporaneo? Probabilmente no, in quanto chi militarmente ha più interesse ad una sospensione dei combattimenti è l’Iran (che può approfittare della sosta per ricostruire almeno in parte il proprio potenziale bellico).
Se gli Usa lo hanno accettato è perché agli USA è venuta a mancare la determinazione a combattere e a continuare il conflitto.
Sappiamo che Washington tenterà di vendere al proprio pubblico domestico l’accordo come un successo della pressione esercitata dalla gigantesca macchina militare statunitense, ma temo che finirà con l’accettare condizioni che rappresentano una grave sconfitta strategica.
Vediamo cosa ci dicono questo accordo e queste 5 settimane di conflitto (e i due mesi di tensione che lo hanno preceduto).
Aspetti Militari
Gli USA non sono stati in grado di definire un obiettivo chiaro per il loro peraltro massiccio intervento militare. A seconda dei giorni, ascoltando le eccessivamente frequenti dichiarazioni del POTUS1, sembrava essere la liberazione del popolo iraniano dopo 47 anni di dittatura (ovvero indurre un regime change), alte volte era prevenire le possibilità di Teheran di divenire una potenza nucleare in grado di minacciare i suoi vicini, altre volte ancora difendere la libera circolazione marittima attraverso Hormuz, o altro, a seconda dei giorni.
L’impressione è stata quella di un presidente che volesse gestire personalmente le operazioni militari non in funzione degli obiettivi da perseguire, ma in funzione esclusivamente del suo ego e delle sue troppo frequenti dichiarazioni pubbliche di dubbio gusto. Come un attore di cabaret ormai vecchio alla continua ricerca di una nuova battuta che tenga alta l’audience.
Il siluramento da parte di Hegseth di ben 12 generali statunitensi conflitto durante (anche se nessuno di questi sulla linea di comando “Commander in Chief-CENTCOM” che gestiva le operazioni) dimostra il grave scollamento tra le gerarchie militari e l’amministrazione Trump. Non un bel segnale. Un segnale che ci si aspetta più da un regime dittatoriale in cui il “capo” si ritiene uno stratega incompreso (quali Hitler, Mussolini, Putin) che da un sistema democratico occidentale.
La chiusura di Hormuz da parte iraniana era ampiamente prevedibile. Garantire la libertà di navigazione attraverso questo delicato choke-point non era ipotizzabile senza aver preso il controllo della sponda dalla parte iraniana (che sarebbe stata una operazione terrestre impensabile) o la scorta di tutte le navi transito (opzione altrettanto impossibile). Era, pertanto, ovvio che conflitto durante Hormuz restasse chiuso. Però, la richiesta ai paesi amici di prendersene carico ha trasmesso l’impressione di un senso di disperazione da parte USA. Insomma, mentre sia Israele che l’Iran avevano biettivi chiari (come delineato in un precedente articolo La NATO sopravviverà alla guerra nel Golfo?) quelli USA apparivano tutt’altro che costanti nel tempo
Insomma, purtroppo, potrebbero essere stati gli USA di Trump, questa volta, a essersi dimostrati una “tigre di carta”. E Pechino osserva soddisfatta.
Rapporti con gli Alleati NATO
Dopo più di un anno di insulti di Washington agli alleati europei, di mire annessionistiche trumpiane su Groenlandia e Canada, di politica vessatoria dei dazi nei confronti del Vecchio Continente, di menefreghismo in merito all’Ucraina, le recenti dichiarazioni di Trump e Rubio nei confronti degli alleati e il discutibile intervento a gamba tesa di Vance nella campagna elettorale ungherese potrebbero aver marcato una ferita alla coesione transatlantica che non verrà superata.
Certo, Trump ha sempre dichiarato di voler uscire dalla NATO, ma come abbiamo già avuto modo di scrivere, in realtà non lo ha mai voluto neanche lui (Trump lascerà la NATO? Può distruggerla restando dentro)
Gli europei da tempo dovevano rendersi conto che dovevano costruire una alternativa europea alla NATO, in quanto spesso gli interessi strategici sulle due sponde dell’Atlantico non erano più coincidenti.
Il crescente disinteresse USA per la questione ucraina e le recenti tensioni fungeranno da acceleratore in questa direzione. E ciò sarebbe decisamente un esito per noi positivo di questo conflitto.
Purtroppo, però, gli europei sembrano non essersi resi conto che, per quanto Trump possa essere indisponente, quella in corso nel Golfo avrebbe dovuto essere anche la “nostra guerra”, perché lasciare in piedi un regime terrorista come quello iraniano è più pericoloso per noi che per gli USA. Certo, gli USA non ci hanno consultati e ci hanno trattati a pesci in faccia, d’accordo. Ma a volte occorre accettare anche compagni di viaggio poco simpatici se si va nella medesima direzione e se loro possiedono l’auto.
Certamente non era il caso di essere “belligeranti”. Ma essere “non belligeranti” è diverso dall’essere neutrali. Anche in relazione all’Ucraina siamo “non belligeranti”, ma non siamo neutrali. In relazione all’Iran, invece, abbiamo voluto essere neutrali. Forse senza renderci conto del sistema di vasi comunicanti che collega Cina, Russia e Iran.
Hormuz
Di fatto la bozza di accordo sancisce il diritto di Iran e Oman a chiedere il pedaggio (2 milioni di dollari per nave) al naviglio in transito per Hormuz. Ciò è in violazione del principio di libera navigazione e, ovviamente, avrà un impatto sul costo finale delle merci trasportate. Ancora più pericoloso è che costituisce un precedente che potrebbe essere replicato in altri choke points marittimi.
Il fatto poi che il pagamento del pedaggio verrebbe chiesto in yuan anziché in dollari, mina ulteriormente la già traballante supremazia della moneta americana.
Monarchie del Golfo
Il massiccio schieramento di forze aeronavali statunitensi nella regione si è dimostrato insufficiente a garantire la sicurezza delle monarchie sunnite del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Oman, Baharein, Kuwait, UAE) con cui gli USA hanno finora intessuto importanti relazioni politiche ed economiche. Relazioni che si basavano anche sul presupposto che l’aquila statunitense potesse proteggerli in caso di aggressioni o di pressioni di altri (Iran, certo, ma anche della Cina). Questo presupposto pare ora traballante.
Israele
Israele puntava al rovesciamento del regime teocratico iraniano che ha fatto della distruzione dello Stato di Israele un suo obiettivo religioso e politico. Ora deve prendere atto che gli USA si sono fermati prima che questo obiettivo fosse raggiunto. Però, comunque Israele non ha perso e ha conseguito qualche risultato.
Senza l’intervento americano i danni arrecati all’apparato militare e industriale iraniano non avrebbero mai potuto essere provocati da Israele da solo.
Le capacità di Teheran di supportare, finanziare e armare i suoi proxi (Hamas, Hezbollah e Houthi) risultano grandemente compromesse, almeno nel breve periodo. Israele, verosimilmente, approfitterà di questa situazione temporanea per tentare di mettere al sicuro la sua frontiera settentrionale e ricacciare Hezbollah a nord del Litani.
Inoltre, le ritorsioni a tutto campo dell’Iran verso le monarchie sunnite hanno verosimilmente scavato un solco tra queste ultime e i regime di Teheran che probabilmente sarà duraturo e ciò potrà andare a favore di Israele e di un rafforzamento dei Patti di Abramo.

Regime change in Iran
Non si può provocare un regime change senza una forte e organizzata resistenza interna. Nulla da parte USA è stato fatto in tal senso (e non ci sarebbe stato neanche il tempo di farlo se non si fosse incominciato ad organizzarla almeno mesi fa).
Si è pensato erroneamente che il compito potesse essere affidato alle milizie curde. Milizie, peraltro, già disilluse in merito alla fedeltà del supporto americano dopo il tradimento di Trump nel suo primo mandato. Ma la resistenza avrebbe dovuto essere un movimento nazionale, non separatista. Comunque, neanche i curdi sono in realtà intervenuti.
Se si è pensato che potesse esserci una rivoluzione armata interna al regime, forse hanno sbagliato di grosso gli organi di intelligence USA. Se gli organi di intelligence USA , invece, non avevano contemplato una tale opzione, allora è stato criminale l’invito di Trump alla popolazione disarmata a scendere in piazza contro un regime assassino.
Certamente, magari gli israeliani hanno potuto illudere gli USA in merito ad una tale possibilità, ma gli USA dovevano essere coscienti della differenza di obiettivi strategici tra loro e Israele
Iran
Per vincere il regime iraniano non aveva bisogno di battere sul campo gli USA, doveva solo sopravvivere. Sopravvivere nonostante le enormi perdite umane e materiali subite (di cui il regime se ne frega) fino a chè gli americani ritenessero che il conflitto non conveniva più a Trump. E il regime è sopravvissuto.
Sicuramente si è trattato di un’occasione persa per il mondo libero, ma era forse prevedibile che gli USA non di Trump non sarebbero stati preparati a rischiare perdite umane né ripercussioni economiche che una operazione veramente efficace avrebbe imposto.
Cina
La Cina ne esce come la vera vincitrice. È vero che non è intervenuta a favore dell’Iran quando era sotto attacco, ma gli USA di fatto ne hanno dovuto chiedere il supporto per giungere al negoziato.
I paesi del Golfo probabilmente incominceranno a guardare a Est anziché a Ovest per la loro sicurezza.
Il suo alleato iraniano ne esce in fondo bene, riapre lo Stretto di Hormuz (fondamentale per Pechino) e il pedaggio previsto si prevede debba essere pagato in yuan.
Turchia
La Turchia non è riuscita a imporsi come attore negoziale, che era una sua aspirazione. Però, la ritirata USA le lascia il campo libero sia per continuare nella sua politica anti-isrealiana sia per contrastare l’Arabia Saudita nel cercare un ruolo di leadership nel mondo sunnita.
Taiwan, Giappone, Sud Corea
I paesi filo USA nell’Indo-Pacifico hanno l’ennesima conferma che il supporto USA, all’emergenza, potrebbe essere molto volatile. Si presume che ne terranno conto nei loro futuri rapporti con la Cina.
ONU
L’ONU ha continuato a dimostrare la sua assoluta incapacità non solo ad intervenire per la gestione delle crisi internazionali, ma persino a proporsi come formo di negoziato.
Il fatto che, a causa dei prevedibilissimi veti di Russia e Cina, non si sia riusciti ad approvare alcuna risoluzione che chiedesse il rispetto della libera navigazione attraverso Hormuz è solo l’ennesima conferma dei continui fallimenti di questa sopravvalutata Organizzazione Internazionale. Fallimenti iniziati già con le disastrose gestioni delle crisi in Somalia e in Bosnia nella prima metà degli anni ‘90 del secolo scorso.
Anche le vicende del Sud Libano ne sono una conferma e, francamente, stupisce come si continui in Italia a dargli credito (e ad affidargli la gestione di nostre unità militari)
Il grande pacificatore ?
Poche ore dopo essersi presentato in veste di dottor Stranamore, minacciando la fine della civiltà iraniana, il POTUS si è dichiarato soddisfatto di un accordo temporaneo che ricalca in toto le richieste di Teheran.
Ennesima giravolta, che Pechino, Teheran e Mosca guardano soddisfatti.
Ovviamente, come quando Trump, durante il suo primo mandato, concordò a Doha con i Talebani il ritiro USA dall’Afghanistan senza concordare nulla con gli alleati impegnati in quel teatro, ora ha deciso senza coinvolgere né Israele né le monarchie del Golfo.
Ennesimo tradimento USA nei confronti di alleati che avevano creduto in loro (una lunga triste storia dalla Baia dei Porci, al Vietnam, all’Iraq, all’Afghanistan), di cui anche noi europei dovremmo prendere atto al più presto.
Passo dubbio di una superpotenza che speriamo non voglia seguire le orme di Gloria Swanson in un bel film di Billy Wilder2
1 POTUS: President Of The United States
2 Sunset Boulevard (Viale del tramonto)
Foto: X
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