Hormuz: perché il blocco navale di Trump rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang
Come era prevedibile la prima (?) tornata di colloqui in Pakistan tra USA e Iran non ha sortito effetti. Ci si sarebbe sorpresi che avessero avuto esiti diversi perché, per ora, né gli Usa né l’Iran ritengono di avere interesse ad una soluzione del conflitto.
L’Iran sa di poter resistere ancora alla pressione militare USA e vuole sfruttare il vantaggio che il ricatto posto sulla libera navigazione attraverso Hormuz gli sta fornendo. Agli sponsor neanche tanto nascosti del regime degli Ayatollah (Cina e Russia) la situazione attuale va bene, vedono gli Usa attorcigliarsi su loro stessi con un presidente le cui continue esternazioni (talvolta scomposte) non possono non destare perplessità. Sicuramente, per il momento né Pechino né Mosca stanno consigliando a Teheran flessibilità nelle trattative.
La presidenza USA, tra minacce apocalittiche agli iraniani, promesse immaginifiche al proprio elettorato, rapporti molto tesi con gli alleati europei e rapporti non più idilliaci neanche con gli alleati mediorientali, non può non rendersi conto di essersi infilata in un vicolo cieco da cui sembra credere di poter uscire solo alzando continuamente la posta.
L’ultima mossa di Trump (sottoporre ad un proprio blocco navale le navi che Teheran lascia transitare da Hormuz) potrebbe risultare essere un boomerang. Vedremo perché.
Intanto, cosa muove la Casa Bianca?
Più del pericolo del nucleare iraniano e dei diritti degli iraniani, il vero obiettivo strategico di Trump può essere solo sottrarre l’Iran all’influenza cinese e sottrarre a Pechino l’accesso indisturbato alle risorse iraniane. Ove non ci riuscisse, l’intera operazione Epic Fury per Washington sarebbe stata costosa e vana.
Per quanto Trump sia pressato sul fronte interno a chiudere il conflitto, a Washington sanno che accettare una trattativa nello stato attuale significherebbe concedere alla Cina un ruolo nella regione del Golfo persino accresciuto rispetto a quello che aveva prima della guerra. Nonostante le pressioni dell’elettorato MAGA e le critiche dei DEM, Trump e i suoi ministri non potrebbero accettarlo.
Sicuramente le “burocrazie” di Foreign Service, Pentagono e National Security Agency avranno da tempo allertato il POTUS in merito ai rischi di questa politica, ma Trump pare più interessato al parere del suo “inner circle”, composto da consiglieri la cui fedeltà pare far premio sulla competenza, e non ha mai fatto mistero di disdegnare l’opinione dei tecnici.
In questo contesto tumultuoso, mentre appare chiaro che Washington a questo punto sia costretta a continuare ad aumentare la pressione su Teheran, desta perplessità l’ultimo coniglio uscito dal capiente cappello a cilindro dello Zio Sam.
Mi riferisco al blocco navale dello Stretto di Hormuz. Il concetto espresso dal presidente Trump ad una lettura superficiale potrebbe apparire lineare: gli iraniani lasciano passare solo le navi che decidono loro (e dopo aver pagato un ricco pedaggio ai Guardiani della Rivoluzione) mentre impediscono alle altre navi transitare. Il secondo blocco, quello USA, viene presentato come la volontà del supereroe buono di ristabilire un senso di giustizia, impedendo anche agli amici dei “cattivi” di transitare. Certo, ma questo mi pare un approccio da fumetto di supereroi, non degno della visione strategica di una superpotenza.
Premettiamo che quello di Trump sarebbe solo uno dei tre “blocchi navali” che al momento ostacolano il transito da Hormuz.
Il primo, ovviamente, è quello imposto dagli iraniani. Iraniani che richiedono un pagamento sia in denaro sia in termini di riconoscimento dell’autorità di Teheran su Hormuz (concetto che noi europei, anche per una questione di principio, avremmo difficoltà a riconoscergli),
Poi c’è quello statunitense, che vorrebbe impedire il transito a coloro che sono scesi a patti con Teheran o che operano a favore di paesi che supportano il regime degli Ayatollah.
Il terzo, forse quello che sarà più duraturo nel tempo e forse anche più efficace, è quello di fatto autoimposto dagli armatori e dagli assicuratori, timorosi per i rischi in quel tratto di mare e alla ricerca di soluzioni alternative.
Tornando al blocco imposto dagli USA, ci sono comunque alcuni problemi di natura politica, più che di natura prettamente militare. Certo, militarmente la U.S. Navy ha tutte le capacità per porre in atto quanto disposto da Trump, ma politicamente un tale blocco sarebbe davvero nell’interesse degli USA?
Intanto, da un punto di vista del diritto internazionale, gli USA, imponendo questo blocco violano anch’essi il principio della libertà di navigazione nelle acque internazionali.
Lo fa anche l’Iran? Certo, ma il presupposto di tutto questo conflitto è che l’Iran sia uno “Stato canaglia”. Gli USA, sia in ragione dei principi di cui si dicono paladini sia del loro ruolo di superpotenza, non possono permettersi di combattere uno Stato canaglia adottandone le stesse procedure. Verrebbe minato quel concetto di “moral high-ground” (superiorità morale), già di per sé molto discutibile, ma che gli USA adducono a giustificazione di questo come di altri interventi militari.
Andando poi nel pratico, come avviene il blocco USA?
Tutte le navi che intendono transitare devono essere monitorate, controllate e, eventualmente, autorizzate al transito. Operazione che non è limitata solo allo Stretto di Hormuz, ma che può prevedere di intercettare il naviglio sospetto anche in altre aree dell’Oceano Indiano.
Quale sarebbe poi la risposta della U.S. Navy nei confronti delle navi mercantili provenienti dalle acque del Golfo persico che gli iraniani lasciano passare in uscita?
Gli intimano di tornare indietro?
Certo, ma se queste non ubbidiscono, cosa fanno?
Inviano una squadra ispettiva per controllarne documentazione, destinazione e carico?
Ma in caso di rifiuto a farsi controllare?
Gli sparano addosso e le affondano?
Le abbordano e le pongono sotto sequestro?
Si limitano a seguirne le rotte per imporre sanzioni economiche (dazi?) alle nazioni di approdo?
Qualunque soluzione adottata, senza un mandato internazionale dell’ONU che autorizzi il blocco, si configurerebbe di fatto come illegittima, se non addirittura come una forma di pirateria.
Tutto ciò può essere accademico e, in fondo, forse l’aspetto del diritto internazionale non sarebbe quello prioritario. Il punto, invece, più critico potrebbe essere come si comportano con una nave cinese che intenda transitare?
Le vietano di passare?
Però, le autorità militari cinesi hanno già dichiarato che per loro Hormuz è aperto e non riconoscono l’autorità USA a imporre questo blocco. Un divieto imposto a navi mercantili cinesi comporterebbe l’intervento protettivo della marina militare del dragone.
Per ottenere l’apertura di Hormuz, Trump è pronto ad affrontare il rischio di un confronto militare nell’Indo-Pacifico con la Cina? Personalmente ne dubiterei.
Il rischio è che senza ottenere alcun beneficio da parte iraniana a favore dei paesi che Teheran, a torto o a ragione, classifica come “amici” degli USA, in realtà l’imponente e costoso dispiegamento del blocco navale a “stelle e strisce” per ragioni di realpolitik debba poi chiudere un occhio sul transito delle navi che operino a favore della Cina, o magari anche dell’India.
Insomma, forse esagero, ma temo che alla fine si bloccherebbero solo le navi dirette in Sri Lanka e poche altre.
Nel frattempo, gli alleati storici degli USA (nazioni europee, Giappone, Sud Corea) magari giungeranno a trattare sottobanco con i guardiani della rivoluzione per ottenere anche loro un lasciapassare. Gli USA bloccheranno i carichi di greggio, gas o fertilizzanti diretti ai loro alleati storici, già in ginocchio per l’inevitabile inflazione dei costi dell’energia?
Insomma, la decisione muscolare di Trump potrebbe sì apparire come quella del “giustiziere buono” che vuole che tutti abbiano uguale possibilità (o impossibilità) di accesso alle risorse custodite nel Golfo Persico, ma nel mondo reale rischia di minare ulteriormente la credibilità militare della superpotenza USA.
Se non gestito con giudizio questo blocco navale potrebbe rivelarsi per gli USA un vero boomerang. Ove così fosse, sarebbe una pessima notizia anche per noi europei, che non ci salveremo soltanto affermando che questa non è la nostra guerra (perché, che ci piaccia o meno, anche noi siamo trascinati nel vortice di questo conflitto, come lo siamo stati in quello russo-ucraino).
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