I licenziamenti di Hegseth e il “Non prestiamo giuramento a un aspirante dittatore”
Ci sono due video in rete che hanno infiammato i social media questa settimana. Il primo riguarda l’arresto per protesta contro la guerra in Iran da parte di veterani delle guerre americane all’interno di Capitol Hill e il secondo quello del discorso del gen. Mark Milley, a capo del Joint Chiefs of Staff (il più alto incarico militare US) in occasione del suo addio alle armi per pensionamento, nel settembre del 2023. Entrambi, seppur distanti nel tempo, hanno in comune il senso di fedeltà alla propria nazione e la protesta contro un sistema politico prepotente, riassunte nella più celebre frase di Milley, “Non prestiamo giuramento a un aspirante dittatore”.
Sebbene quando venne pronunciato quel discorso Trump era ancora fuori dai giochi come presidente, rilanciarlo on line in questi giorni di guerra non è stata affatto una coincidenza. “Siamo unici tra gli eserciti del mondo – dichiarava allora Milley di fronte a una folla di centinaia di persone – Non giuriamo fedeltà a un Paese. Non giuriamo fedeltà a una tribù. Non giuriamo fedeltà a una religione. Non giuriamo fedeltà a un re, a una regina, a un tiranno o a un dittatore. E non giuriamo fedeltà a un aspirante dittatore. Giuriamo fedeltà alla Costituzione e siamo disposti a morire per difenderla”. Un quadro a tinte violente che, per il crescente dissenso interno americano alla guerra ora in atto nelle acque arabiche e del Golfo Persico, riassume appieno l’arroganza dell’attuale amministrazione e il suo staff nel violare procedure legali e la Costituzione americana. La stessa Costituzione che, con la loro protesta contro questa guerra, una sessantina di veterani e loro famigliari hanno preteso di difendere, riunendosi all’interno del Campidoglio, il cuore del potere americano, ma ne sono usciti in manette. Da qui la viralità dei video dei loro arresti.
I manifestanti avevano occupato il Cannon House Office Building, scandendo slogan come “Basta guerra in Iran”, sventolando tulipani rossi in onore delle vite iraniane spezzate dai bombardamenti americani e compiendo la cerimonia di piegatura della bandiera per i loro commilitoni caduti nelle prime operazioni di quest’ultimo conflitto. Simbolismo, memoria e messaggio chiaro che costoro volevano arrivasse a questa amministrazione. Organizzata da diverse associazioni di veterani – gli stessi che da sempre alimentano la retorica dei discorsi politici ufficiali circa il loro sacrificio per la Patria – la protesta ha messo in luce il crescente dissenso negli Stati Uniti riguardo allo scopo e ai costi di questo conflitto.
Con i negoziati incerti e ad alto rischio e i forti avvertimenti provenienti da Washington, questo momento riflette una divisione più profonda all’interno degli Stati Uniti su guerra, politica e responsabilità. Veterani che un tempo obbedivano agli ordini della politica, ora si oppongono alle politiche di prepotenza. Non si tratta di ideologia. È l’esperienza che parla. E quando questa voce si fa forte, il governo deve ascoltare. Perché quegli arresti non riguardano solo un problema di ordine pubblico. Sono rivelatori di una tensione più profonda, quella fra autorità e responsabilità, tra politica e opinione pubblica, tra decisioni di fare guerre e il loro costo umano.
Tuttavia, il messaggio dell’attuale America politica è stato chiaro: reagisce con prepotenza al dissenso interno. Ma quest’ultimo non è solo dei veterani, o di parte del popolo civile. Lo è anche dei militari americani stessi, anche quelli di più alto grado. Perché chi ha visto e combattuto le guerre, soprattutto se furibonde, sanguinarie e senza fine, come quelle in Afghanistan e Iraq, pretende ora cautela, rispetto della Costituzione e delle vite di quei soldati e dei civili, anche di terra nemica.
C’è una lettura d’obbligo fra i Marines americani, consigliata così tanto dai loro superiori da essere pressoché imposta nelle stesse accademie, ed è il romanzo di Anton Myrer, Once an Eagle (1968). Il libro racconta, in un arco di cinquant’anni di guerre americane (da quella messicana al Vietnam), le storie di due ufficiali dalle personalità opposte: Courtney Massengale, un carrierista disonorevole e prepotente, e Sam Damon, un uomo d’onore che mette i suoi soldati al primo posto e agisce con sacrificio disinteressato. Un corposo romanzo, scritto male e oggi anche deriso dai blogger di cose militari, ma che tuttavia possiede una morale che sembra di grande attualità: la guerra è sovente inevitabile ma ci sono limiti che non si possono oltrepassare, anche a costo di disubbidire ai propri superiori. Una morale non molto lontana da quella di un Apocalypse Now, film capolavoro che ha rappresentato l’orrore come conseguenza della follia umana e delle guerre che scardinano ogni regola, morale e civile. Ma se questo film non è consigliabile, il romanzo Once an Eagle è lettura imposta dagli stessi vertici militari americani, perché monito per come agire di fronte all’arroganza della politica.
E in questo momento, a guerra in corso, dal modo con cui sono gestite le questioni militari americane a Washington, a prevalere è lo spirito prepotente di un Massengale. È il dominio dell’arroganza. Quella che sottostava all’allontanamento dal servizio, da parte di Hegseth, oggi segretario alla Guerra, di numerosi ufficiali di alto livello, così come di cappellani – critici verso le sue personalissime posture religiose – come pure dei massimi livelli del JAG (l’avvocatura militare) e, in ultimo, oggi, al licenziamento del segretario alla Marina, J. Phelan, ufficialmente sempre per dissapori personali e carrieristici con il loro superiore.
È l’arroganza delle parole di Trump, quando affermava di voler distruggere “un’intera civiltà” se l’Iran non avesse accettato di aprire lo Stretto di Hormuz, bombardando infrastrutture anche civili, sino al limite dei crimini contro l’umanità. Un’irruenza di parole che contenevano un altro obiettivo, non dichiarato e più sottile: gli uomini e le donne dell’esercito degli Stati Uniti. Il presidente stava mettendo davanti a loro una scelta: servite Trump o servite la Costituzione? Servite Trump o servite una legge ancora più profonda della Costituzione, ossia l’imperativo morale universale di proteggere gli innocenti e i vulnerabili? Un dilemma, tuttavia, che nemmeno dovrebbe presentarsi di fronte a coloro che imbracciano armi solo per difendere la Costituzione americana. Perché di fatto, gli ordini nascosti nell’ irruenza verbale di un “Trump Massengale” hanno minacciato di spezzare la spina dorsale morale dell’esercito americano e innescare una delle crisi costituzionali più gravi della storia americana.
Che si tratti di sole parole, come di arresti arbitrari del dissenso di quei veterani, è solo e sempre l’arroganza del potere. Che sia quella degli aspiranti autocrati – ebbene sì, è il modello di statista al momento più cool, anche a Washington – o di quelli dominanti da decenni in Iran, è la stessa arroganza che oggi mette sul patibolo i dissidenti a Teheran ma, ormai è chiaro, mette anche in manette la Costituzione americana a Washington.
L’articolo I licenziamenti di Hegseth e il “Non prestiamo giuramento a un aspirante dittatore” proviene da Difesa Online.
Ci sono due video in rete che hanno infiammato i social media questa settimana. Il primo riguarda l’arresto per protesta…
L’articolo I licenziamenti di Hegseth e il “Non prestiamo giuramento a un aspirante dittatore” proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
