Tra volontariato e principi CRI, il CMV cerca una sua identità?
Nel sistema italiano esistono strutture che affiancano le Forze Armate senza coincidere pienamente con esse. Il concetto di una riserva aperta ai civili presenta ancora diverse frizioni, ma tra le opportunità percorribili rientra il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, che si distingue per una natura più ibrida che propriamente militare.
160 anni tra glorie operative, volontariato e ordinamento militare
Il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana nasce nel 1866 già con ordinamento militare; il suo status di corpo ausiliario delle Forze Armate viene formalizzato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in particolare con il Regio Decreto del 1908. Questa natura è confermata nel 2010 dal D.Lgs. 66 (Codice dell’ordinamento militare), che lo definisce composto da personale volontario in congedo richiamabile temporaneamente, modello ribadito anche dall’intervento normativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale nell’aprile 2026.
Nel giugno 2026 il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana compie 160 anni di storia, attraversati da interventi in guerra, nelle emergenze nazionali e nelle missioni di soccorso. L’assetto, aggiornato sotto il profilo organizzativo, non cambia la sostanza e lascia il CMV fondato sulla disponibilità individuale, su richiami limitati nel tempo e su una partecipazione non assimilabile al servizio permanente delle Forze Armate. È questo il perimetro giuridico entro cui si colloca.
All’interno di tale perimetro emerge un elemento spesso poco considerato: il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana adotta gradi, simboli e organizzazione militare, ma non applica integralmente le norme penali e disciplinari previste per i militari in servizio attivo. Non è un dettaglio, ma una differenza sostanziale rispetto a una riserva delle Forze Armate, che ne definisce una natura ibrida sul piano giuridico, operativo e formativo.
Forma e sostanza
Il nodo non riguarda la legittimità, ma la coerenza tra forma e sostanza. Negli ultimi decenni, la credibilità di un ruolo non dipende dal titolo, ma dalla continuità e dall’efficacia delle attività svolte. Nel Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, secondo diverse testimonianze, questo equilibrio appare più fragile.
Nelle Forze Armate, come nell’Esercito Italiano, anche gli ufficiali a nomina diretta seguono percorsi formativi obbligatori e strutturati che costruiscono competenze, responsabilità e cultura del comando. Nel CMV, invece, una volta ottenuta la nomina, il percorso si inserisce in un modello volontario e non permanente. Il grado e la funzione esistono, ma l’esperienza può risultare discontinua, non sempre pienamente verificabile e legata ai richiami. All’esterno, tuttavia, si viene spesso percepiti come militari a tutti gli effetti, nonostante una natura atipica, legata anche all’adesione ai principi della Croce Rossa. Questo incide sulla percezione interna della leadership, in un contesto in cui l’appartenenza alla Croce Rossa e ai suoi principi rappresenta un riferimento etico forte, ma non sempre si traduce in una strutturazione operativa altrettanto uniforme.
Testimonianze dal Corpo, le fonti raccontano
Alcune fonti, disponibili a commentare in un contesto segnato da una certa reticenza, anche se legata alla natura volontaria e non retribuita del servizio, riferiscono che il riconoscimento per il tempo dedicato e per i risultati raggiunti risulta talvolta limitato o addirittura assente.
Secondo le testimonianze, prima della fase di riforma che ha interessato il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana tra il 2010 e il 2012, la situazione presentava criticità note, ma anche elementi percepiti come più strutturati e con maggiore autonomia decisionale. I richiami, sostengono le fonti, prevedevano assegni, configurando una forma di compenso per il periodo di servizio. Non mancavano comportamenti opportunistici; tuttavia, il senso di appartenenza al Corpo viene descritto come più definito.
Oggi la struttura, che ricordiamo non è una Forza Armata, appare in grado di svolgere attività utili e, in diversi casi, ben organizzate, con una disciplina regolata internamente alla Croce Rossa Italiana, non dalle F.A. Permangono però criticità operative e, in alcune situazioni, la catena funzionale può risultare poco lineare, con sovrapposizioni tra ruoli e gradi (ad esempio, disposizioni impartite da personale di grado inferiore a ufficiali). Dinamiche che, secondo le fonti, possono generare difficoltà soprattutto nei contesti di collaborazione con le Forze Armate.
Le stesse testimonianze indicano che tali criticità emergono più facilmente in assenza di un percorso formativo omogeneo o quando l’accesso ai ruoli avviene per nomina, senza un consolidato background militare.
Alcune fonti segnalano inoltre criticità amministrative, come una gestione non sempre chiara della documentazione personale e professionale. Permane l’uso della documentazione cartacea rispetto ai PDF, spesso, secondo le fonti, per contenere costi di stampa che ricadrebbero sui volontari.
In questo contesto, secondo le testimonianze, il volontario rischia talvolta di essere percepito più come un accessorio che come una risorsa, pur in presenza di militari e ufficiali competenti, talvolta valorizzati, altre volte meno o addirittura dimenticati.
Infine, conclude l’interlocutore, un’eventuale rimozione dei gradi inciderebbe sulla stessa tenuta del Corpo, pur risultando, sotto alcuni profili, più coerente con la sua natura ibrida.
Capacità e ruoli non sempre coincidono
Ci sono volontari preparati, con esperienza reale, spesso silenziosi e affidabili. Accanto a loro, secondo diverse testimonianze, emerge anche una componente che accede ai ruoli senza un percorso solido, talvolta più visibile che realmente preparata. Profili che non sempre hanno maturato una continuità addestrativa o operativa, o che aspirano a incarichi non pienamente coerenti con le proprie competenze.
Non è un’accusa, ma una realtà che emerge dalle fonti del Corpo, e il punto non è negare le differenze, ma interrogarsi su un modello che le consente e che, in assenza di una concreta evoluzione normativa, difficilmente cambierà.
Quando il sistema lo permette, può accadere che alcuni ricoprano ruoli non coerenti con le capacità reali, non per dolo ma per struttura.
Il nodo della sostenibilità
A tenere in piedi il sistema è spesso la componente di assistenza – militi, graduati e sottufficiali – meno visibile ma più presente, che garantisce logistica e continuità. Senza questa base, e con un organico a prevalenza direttiva, l’assetto avrebbe difficoltà a reggere.
C’è poi un tema concreto, quello della mancanza di una tutela economica uniforme che consenta a tutti di partecipare senza conseguenze. A differenza di altri ambiti, come la Protezione Civile, dove sono previsti rimborsi ai datori di lavoro, qui la partecipazione resta spesso legata alla disponibilità personale e alle ferie. Ne deriva che chi può permetterselo partecipa di più, mentre chi non può resta indietro, con il rischio che personale più giovane superi, anche nel grado, chi ha maggiore anzianità. E questo, non per mancanza di capacità, ma per condizioni reali.
Il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana ha una funzione importante e una storia che va rispettata e, proprio per questo, merita una riflessione onesta che vada oltre il solo richiamo ai principi della Croce Rossa e si concentri sulla coerenza tra forma, funzione e modello di riserva.
Oggi si guarda sempre più, e con coerenza, alle competenze dei volontari CRI (quelli in tuta rossa) operativi sul campo, una direzione che può apparire distante da un’impostazione strettamente militare, ma che può contribuire a chiarire la natura della struttura. Queste competenze sono già centrali nell’operatività e potrebbero esserlo anche nel Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, pur nella sua specificità. Senza una maggiore chiarezza, tuttavia, una struttura che adotta un linguaggio ibrido si espone a un rischio funzionale, pur essendo in grado di mobilitare un ampio numero di volontari durante le emergenze. È questo, in fondo, lo scopo centrale?
I finanziamenti pubblici sono destinati alla Croce Rossa Italiana nel suo complesso (oltre 117 milioni nel 2024), senza una quota pubblicamente distinta per il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, in assenza di dati puntuali. Resta quindi una domanda di chiarezza: come vengono distribuite queste risorse e secondo quali criteri operativi?
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