Berlino dice no a Palantir e sceglie Parigi. Una lezione politica per Roma
L’inchiesta congiunta di Süddeutsche Zeitung, WDR e NDR ha portato a galla nelle prime due settimane di maggio una notizia che, a freddo, può sembrare il banale esito di una procedura tecnica. Il Bundesamt für Verfassungsschutz, il servizio di intelligence interna tedesco, ha aggiudicato alla società francese ChapsVision il contratto per la fornitura della piattaforma ArgonOS, destinata all’analisi automatica di grandi quantità di dati strutturati e non strutturati, alla correlazione fra basi interne, fonti aperte e ambienti meno accessibili. Palantir Technologies, che da anni spingeva per entrare nel cuore dell’apparato di sicurezza federale, è rimasta fuori.
La cronaca, raccontata così, suonerebbe come uno scambio di vendor. Non lo è.
È un atto politico, e da Berlino è stato consegnato al dibattito europeo proprio in questa veste.
Lo dimostra la formula con cui Marc Henrichmann, presidente della commissione parlamentare di vigilanza sui servizi tedeschi, ha accompagnato la scelta. Con ArgonOS, ha detto, il BfV invia un segnale chiaro a favore della sovranità digitale europea. La precisazione successiva, secondo cui la prestazione operativa resta il criterio dirimente nel medio periodo, suona quasi come un tributo di cortesia. Il messaggio è altrove. Sta nella decisione stessa, e nel fatto che ricade in un momento di particolare tensione transatlantica.
Sulla parola sovranità digitale, in Europa, si è scritto molto e si è deciso poco. Negli ultimi due anni la formula è entrata nei documenti programmatici della Commissione, nelle strategie nazionali, nei convegni di settore, nei messaggi politici. Resta però quasi sempre indefinita ai bordi, e si presta a usi opportunistici. Il caso BfV ha il merito di costringere la categoria a misurarsi con un caso concreto, una procedura di acquisto, un capitolato.
Nella sostanza, la scelta tedesca ammette che la sovranità digitale non è una questione di provenienza del brand. È una questione di catena di controllo. Una piattaforma di intelligence interna, integrata con basi dati nazionali, dialoga continuamente con il personale del fornitore, riceve aggiornamenti, espone interfacce, accetta connettori, registra log. La distinzione fra software in licenza e infrastruttura cognitiva, in questo dominio, è quasi inesistente. Per questo lo stesso vice ammiraglio Thomas Daum, capo del Cyber- und Informationsraum della Bundeswehr, ad aprile aveva motivato il rifiuto militare a Palantir con una formula tagliente, definendo inconcepibile l’ipotesi di concedere a personale industriale americano l’accesso operativo alle basi dati nazionali tedesche.
ArgonOS non risolve il problema di per sé. Lo riporta dentro la cornice giuridica europea. La piattaforma è già operativa presso la Direction générale de la Sécurité intérieure francese, ha vinto nel 2024 la prima fase dell’appalto OTDH (Outil de Traitement des Données Hétérogènes) battendo la joint venture Athea, partecipata da Thales e Atos, che doveva sostituire l’impianto Palantir installato nei servizi francesi all’indomani degli attentati del 2015. Per il mercato tedesco ChapsVision opera in partnership con Rola Security Solutions, già fornitore storico del Polizeilicher Informations- und Analyseverbund (PIAV). L’architettura è dunque europea per giurisdizione, francese per origine, tedesca per integrazione operativa. Il proof of concept condotto dal BfV è stato chiuso con esito positivo, e l’orientamento di impiego dichiarato riguarda contrasto al terrorismo e controspionaggio.
C’è un secondo elemento che merita attenzione, perché segna il passaggio da intuizione politica a politica industriale. La Bundeswehr ha aperto in parallelo una valutazione su tre candidati per il proprio cloud di difesa: Almato, controllata di Datagroup con sede a Stoccarda, la giovane berlinese Orcrist e proprio ChapsVision. L’esito è atteso entro la fine dell’anno. Se anche solo uno di questi attori entrasse nelle forniture federali in modo strutturato, il quadro cambierebbe in senso letterale. Smetterebbe di esistere un mercato tedesco accessibile a Palantir per i livelli più alti della sicurezza, e si consoliderebbe un asse industriale franco tedesco con capacità di ridefinire gli standard europei.
Il prezzo politico per Palantir, intanto, è già visibile sul titolo. Il valore di mercato della società di Denver ha lasciato sul terreno circa il venti per cento dal gennaio 2026, nonostante risultati di esercizio robusti. Il punto non è più strettamente economico. È reputazionale, e in un settore dove la fiducia istituzionale è materia prima, la differenza pesa.
La seconda lettura del caso BfV è interna alla coalizione di governo. La decisione del controspionaggio non è un orientamento di sistema condiviso a tutti i livelli. È stata istruita all’interno dell’agenzia, sotto la presidenza di Sinan Selen, che già a fine 2025 aveva indicato pubblicamente la necessità di rafforzare il focus europeo nella scelta degli strumenti di analisi. Il ministero dell’Interno, guidato da Alexander Dobrindt (CSU), continua a tenere aperto un canale di interlocuzione con Palantir per il livello federale. La frattura non è nascosta. Heise Online la riporta in modo esplicito, e i media tedeschi raccolgono in queste settimane posizioni convergenti per la prima volta da anni.
L’SPD, attraverso il proprio responsabile per gli affari interni Sebastian Fiedler, ha sostenuto che il Paese ha bisogno di strumenti analitici potenti ma che Palantir, a livello federale, non può svolgere alcun ruolo. La motivazione tocca la dipendenza strategica dagli Stati Uniti, in una fase in cui le relazioni con Washington sono attraversate da turbolenze profonde. Konstantin von Notz, capogruppo dei Verdi al Bundestag, ha definito miope la prospettiva di legarsi a un’azienda il cui fondatore, Peter Thiel, è noto per posizioni antidemocratiche e per la prossimità all’amministrazione Trump. Anche il Bundeskriminalamt e parti significative della Bundeswehr hanno espresso negli ultimi mesi diffidenza verso il fornitore americano.
A sinistra della coalizione, la critica è simmetrica ma di segno opposto. Clara Bünger, responsabile per gli affari interni di Die Linke, ha sostenuto che sostituire Palantir con ChapsVision è marketing falso, perché il vero nodo riguarda la logica stessa della fusione automatica di grandi quantità di dati operata da un servizio di intelligence. L’avvocata della Gesellschaft für Freiheitsrechte, Franziska Görlitz, ha messo in evidenza che le piattaforme di questa famiglia restano scatole nere indipendentemente dall’origine. Nel 2025 la stessa GFF ha presentato ricorso costituzionale contro l’uso di Palantir Gotham in Baviera, sollevando questioni di autodeterminazione informativa e di segretezza delle telecomunicazioni protette dalla Legge fondamentale tedesca.
Il dato politico interessante è che la decisione del BfV si muove in mezzo a queste posizioni, e non risolve nessuna di esse. Non scioglie il dilemma sulla legittimità costituzionale degli strumenti predittivi e di analisi massiva, che resterà all’attenzione del Bundesverfassungsgericht. Non chiude il fronte interno con Dobrindt, che mantiene aperta la porta a Palantir per il livello federale e per gli scenari di sicurezza interna che la CSU ritiene incompresso. Non cancella le posizioni più nette di Baviera, Assia e Renania Settentrionale Vestfalia, che continuano a utilizzare Gotham per la sicurezza regionale e per il contrasto alla criminalità. Anzi, mette in tensione il Baden Württemberg, dove è aperta una riflessione sull’uscita, e impone nuovi interrogativi alla cooperazione fra Länder e federazione.
Il dispiegamento pieno di ArgonOS resta inoltre subordinato alla riforma della legge sui servizi di intelligence, in preparazione al ministero dell’Interno. La riforma amplierà i poteri digitali del BfV, faciliterà la condivisione di informazioni con la polizia e modificherà la disciplina sulla conservazione dei dati personali. È in questo quadro normativo che si misurerà la coerenza fra scelta del fornitore e impalcatura giuridica. Una scelta industriale europea non basta a garantire una conformità che la stessa Corte costituzionale tedesca, in più occasioni recenti, ha trattato con rigore.
Sul fronte avversario, Palantir non ha incassato in silenzio. Alex Karp, intervistato dalla BILD, ha rivendicato il fatto che il software della sua società viene impiegato su ogni teatro militare rilevante del mondo, e ha lasciato intendere che il dibattito tedesco sull’intelligenza artificiale gli ricorda discussioni sulla stregoneria. La battuta non ha aiutato, anzi ha consolidato il sospetto. Ad aprile la stessa Palantir ha pubblicato un manifesto in ventidue punti nel quale rivendica un dovere morale verso lo Stato americano, una postura politica esplicita sulla difesa nazionale, e una gerarchia culturale che ha incassato critiche durissime anche fuori dai confini accademici. Un’azienda che si presenta con queste credenziali, e che opera sul terreno più sensibile dell’intelligence europea, offre alle resistenze tedesche una giustificazione politica che prima non avevano.
Lo specchio italiano: il dossier che Roma non ha ancora chiuso
Il caso BfV, letto da Roma, è uno specchio scomodo. Su queste colonne, lo scorso aprile, avevamo affrontato il nodo della sovranità digitale italiana confrontando il modello del Polo Strategico Nazionale con l’esperienza estone delle ambasciate di dati. La cornice dottrinale italiana è ormai assestata. Bruno Frattasi, direttore generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, ha indicato un principio operativo netto già dal convegno di Montecitorio del marzo 2026. Se i dati sono strategici o riguardano la sicurezza nazionale, la piattaforma resta sul territorio italiano. Se sono critici, può estendersi al perimetro dell’Unione. Se sono ordinari, la qualifica amministrativa di ACN basta a garantire la sovranità sostanziale. La Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026 ha codificato l’obiettivo della riduzione della dipendenza da fornitori extra-UE come asse portante dell’azione pubblica.
Il problema è che fra dottrina e prassi, in Italia, esiste una distanza che il caso Palantir illumina senza pietà. La Difesa, attraverso la Direzione informatica telematica e tecnologie avanzate (Teledife), intrattiene con Palantir Technologies un rapporto contrattuale documentato fin dal 2015. La prima acquisizione di sistemi hardware e software della società americana risale a quell’anno, per un valore di circa un milione e trecentomila euro. Le procedure successive, fra 2018 e 2020, hanno aggiunto contratti per oltre due milioni di euro complessivi sotto le voci programma Palantir e fornitura nuove funzionalità Palantir. Nel 2024, infine, Teledife ha bandito una procedura negoziata e secretata per la fornitura della licenza Palantir Gotham, di cui non sono stati resi pubblici né durata né aggiudicatario, e che il ministero stesso ha riconosciuto come segretata in ragione della delicatezza degli aspetti coinvolti. Una relazione del 2023 alle Camere del ministro Crosetto riportava una spesa di seicentomila euro per servizi relativi al software Palantir nell’esercizio precedente. Si tratta di numeri non clamorosi, ma significativi, perché definiscono un perimetro stabile di dipendenza nel cuore tecnologico delle Forze Armate.
Sul fronte del Viminale, la dinamica è diversa e più recente. A inizio 2026 Palantir ha proposto alla Polizia di Stato un contratto da venti milioni di euro per quattro anni, destinato a un software di intelligenza artificiale per il contrasto al terrorismo, costruito sull’incrocio di dati sensibili gestiti dalla DIGOS e sul potenziale accesso allo SDI, il Sistema di Indagine che raccoglie denunce, precedenti penali e attività investigative delle forze dell’ordine. La proposta è stata discussa nei due mesi successivi, ed è stata bloccata dai vertici del Viminale e di Palazzo Chigi. La motivazione ufficiale parla di rispetto delle procedure di gara pubblica e di parità di trattamento rispetto agli altri operatori del settore. La lettura sostanziale è che il governo non ha voluto concedere a una società così integrata con l’apparato di intelligence statunitense un accesso strutturale al cuore dei database investigativi italiani senza un confronto competitivo che potesse oggettivare la scelta.
Questa è la geometria che Roma deve sciogliere. Da una parte una Difesa che ha già consolidato la presenza Palantir attraverso procedure secretate, motivate dalla operatività e dalla complessità della catena di acquisizione. Dall’altra un Viminale che, sotto pressione politica e mediatica, ha tirato il freno e ha riportato il tema dentro la cornice della trasparenza amministrativa. In mezzo, un sistema industriale nazionale che dispone di attori credibili nel campo delle piattaforme di intelligence integrata. Cy4gate, nata come joint venture fra Elettronica Group ed Expert System, propone già da anni la piattaforma D-SINT, costruita sulla logica della continuous intelligence che mette in correlazione dati di formato e provenienza diversi. Leonardo dispone di qualifica QC3 da parte di ACN e di una filiera consolidata nella sicurezza. Polo Strategico Nazionale è oggi l’unico operatore italiano qualificato QC4, e serve la pubblica amministrazione con architetture che potrebbero ospitare carichi sensibili in modo strutturalmente sovrano. La rete esiste. Non è stata ancora trasformata in scelta industriale prioritaria nel dominio specifico dell’analisi cognitiva di dati per fini di intelligence e sicurezza.
Il punto, allora, non è se l’Italia debba o non debba imitare la Germania. L’imitazione cieca delle scelte di altri Stati è esercizio sterile, e ignorare le specificità operative del nostro apparato di sicurezza sarebbe un errore. Il punto è capire se il nostro Paese intende affidare alla casualità delle procedure, ai cicli di acquisto secretati, alle interlocuzioni riservate degli account manager americani con i dirigenti tecnici, la definizione della propria dipendenza tecnologica nel comparto più delicato dell’azione statuale. Oppure se intende costruire, come la Germania ha appena iniziato a fare, una linea politica esplicita, dichiarata, supportata da una architettura di mercato che premi i fornitori europei laddove esistono.
La scelta del BfV si inserisce in un contesto geopolitico che non lascia molti margini ambigui. Le tensioni transatlantiche, alimentate dalle posizioni dell’amministrazione Trump, hanno introdotto nelle cancellerie europee un dubbio sistemico sulla solidità della catena di approvvigionamento americana per i comparti più sensibili. La pubblicazione del manifesto Palantir di aprile, con le sue rivendicazioni di dovere morale verso lo Stato statunitense, ha agito da catalizzatore. Le presenze di Peter Thiel a Roma, dove la primavera scorsa il fondatore ha tenuto seminari riservati su Anticristo e Katéchon davanti a una platea selezionata di religiosi, imprenditori e rappresentanti politici, hanno aggiunto un livello di inquietudine non solo culturale. Il quadro è quello di un attore industriale che si presenta come portatore di una visione strategica e morale, e che pretende di entrare nelle architetture di sicurezza degli Stati alleati come partner ideologico oltre che tecnologico.
In questa cornice, la scelta tedesca è una mossa di posizionamento. Riguarda l’industria, certamente. Riguarda la sovranità del dato, certamente. Ma riguarda anche, e forse soprattutto, la definizione di una soglia oltre la quale un partner non è più semplicemente un fornitore. Berlino ha tracciato questa soglia, e l’ha tracciata pubblicamente, attraverso un’agenzia federale. La direzione di marcia, per quanto contestata internamente, è stata enunciata.
Roma, sulla stessa soglia, è ferma. La Difesa l’ha già attraversata da tempo, in silenzio. Il Viminale l’ha respinta, ma senza ancora costruire un’alternativa esplicita. Il sistema industriale nazionale ed europeo è pronto a essere chiamato in causa, ma attende una committenza che lo legittimi. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha la cornice dottrinale, ma non i poteri di indirizzo industriale che servono per orientare scelte di questa portata. Manca l’atto politico. Manca la decisione di dichiarare, come ha fatto il Bundestag attraverso la voce di Henrichmann, che la sovranità digitale è criterio costitutivo dell’approvvigionamento di sicurezza, e non variabile residuale.
Il caso BfV non offre soluzioni a Roma. Offre un esempio.
Spetta al governo italiano decidere se considerarlo un riferimento da studiare con attenzione, o un fenomeno tedesco da archiviare come specifico di Berlino. La scelta sarà letta in Europa, e altrove. La pubblica opinione italiana, nel frattempo, attende risposte che il Parlamento ha già iniziato a chiedere con interrogazioni che restano senza riscontro. Forse sarebbe il caso di non delegare la sovranità a chi della sovranità ha smesso da tempo di occuparsi.
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