28 maggio 1987: Mathias Rust, diciottenne tedesco, atterra sulla Piazza Rossa beffando la difesa Sovietica
Il 28 maggio 1987, nel cuore della Guerra Fredda, un piccolo aereo da turismo comparve nei cieli di Mosca, sorvolò l’area del Cremlino e atterrò nei pressi della Piazza Rossa. Ai comandi c’era Mathias Rust, un giovane pilota dilettante della Germania Ovest, appena diciottenne, partito poche ore prima da Helsinki a bordo di un Cessna 172.
L’episodio ebbe qualcosa di surreale. Non si trattava di un bombardiere strategico, di un ricognitore U-2 o di un velivolo militare occidentale lanciato in una missione clandestina. Era un monomotore civile, lento, leggero, pilotato da un ragazzo che dichiarava di voler portare un messaggio di pace a Michail Gorbaciov. Eppure quel volo riuscì a produrre un effetto politico e militare enorme: mise in ridicolo il sistema di difesa aerea sovietico e offrì al leader del Cremlino l’occasione per colpire una parte dell’apparato militare più ostile alle sue riforme.
Rust era nato nel 1968 vicino ad Amburgo e aveva iniziato a volare da poco. Aveva poche decine di ore di esperienza, ma una forte ossessione per l’aviazione e per il rischio di una guerra nucleare tra Est e Ovest. Negli anni Ottanta, per molti giovani tedeschi, la prospettiva di un conflitto fra NATO e Patto di Varsavia non era un’astrazione… la Germania sarebbe stata il primo campo di battaglia di un’eventuale escalation.

Nell’ottobre 1986, il vertice di Reykjavik tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov aveva alimentato speranze di distensione, ma si era concluso senza un accordo definitivo. Rust maturò allora un’idea tanto ingenua quanto clamorosa: raggiungere Mosca in aereo, attraversare simbolicamente la Cortina di Ferro e dimostrare che il dialogo era possibile. La sua missione personale, nelle sue parole, avrebbe dovuto costruire un “ponte immaginario” tra Occidente e Oriente.
Il 13 maggio 1987 partì dall’aeroporto di Uetersen, vicino ad Amburgo, con un Reims-Cessna F172P noleggiato, matricola D-ECJB. Il velivolo era stato modificato per aumentare l’autonomia, con serbatoi supplementari installati al posto di alcuni sedili. Ufficialmente, Rust stava compiendo un viaggio nel Nord Europa per accumulare ore di volo. Fece tappa nelle isole Fær Øer, in Islanda, a Bergen e infine a Helsinki.

Il 28 maggio, dopo aver rifornito all’aeroporto di Helsinki-Malmi, comunicò ai controllori finlandesi un piano di volo verso Stoccolma. Poco dopo il decollo, invece, spense il transponder, virò verso est e puntò il muso del Cessna in direzione dell’Unione Sovietica. Era una scelta che avrebbe potuto costargli la vita. Nel 1983, il volo Korean Air Lines 007 era stato abbattuto dai sovietici dopo essere entrato nello spazio aereo dell’URSS: morirono 269 persone. Rust conosceva quel precedente e sapeva che le probabilità di arrivare a Mosca non erano alte.
Il suo aereo venne individuato più volte. Radar sovietici, unità missilistiche e caccia intercettori entrarono in allarme. Un MiG-23 si avvicinò al piccolo Cessna, ma non ricevette o non eseguì l’ordine di abbatterlo. La comunicazione diretta era praticamente impossibile: il caccia militare operava su frequenze che il velivolo civile non poteva ricevere. In altri momenti, il Cessna fu scambiato per un aereo amico, per un velivolo da addestramento o per un mezzo coinvolto in attività locali.

Il successo di Rust fu quindi il risultato di una combinazione irripetibile di audacia, fortuna, errori burocratici e paralisi decisionale. Il sistema sovietico era imponente, ma rigido. Ogni anello della catena di comando sembrò attendere che fosse qualcun altro ad assumersi la responsabilità dell’ordine finale. A pesare fu anche l’ombra del disastro del KAL 007. Mosca non voleva un nuovo incidente internazionale provocato dall’abbattimento di un aereo civile.
Vi fu persino un dettaglio simbolico. Il 28 maggio, in URSS, era il Giorno delle guardie di frontiera. Alcuni osservarono in seguito che la coincidenza avrebbe aumentato l’imbarazzo per le autorità. Rust sostenne di non saperlo e di non aver scelto la data per questo motivo.

Dopo ore di volo, il Cessna raggiunse Mosca. Rust cercò il Cremlino dall’alto, poi valutò dove atterrare. In un primo momento pensò di posarsi all’interno delle mura, ma temette che, in quel caso, le autorità avrebbero potuto arrestarlo senza testimoni e negare l’accaduto. Scelse quindi un luogo pubblico. Atterrò sul Bolshoy Moskvoretsky Bridge, nei pressi della cattedrale di San Basilio, e rullò fino all’area della Piazza Rossa.
La scena fu incredibile. Passanti e turisti si avvicinarono al piccolo aereo. Alcuni pensarono a una ripresa cinematografica, altri a un velivolo ufficiale. Quando capirono che il pilota veniva dalla Germania Ovest, la sorpresa aumentò. Rust disse di voler parlare con Gorbaciov e consegnargli un messaggio di pace. Per qualche minuto firmò autografi e rispose alle domande dei presenti, prima che gli agenti del KGB e le forze di sicurezza riprendessero il controllo della situazione.

Fu arrestato e portato nel carcere di Lefortovo, a Mosca. Le autorità sovietiche cercarono inizialmente di capire se dietro il volo vi fosse un complotto, un’operazione d’intelligence occidentale o una provocazione organizzata. La spiegazione più difficile da accettare era anche la più semplice: un giovane pilota dilettante, con un piano temerario e una buona dose di incoscienza, era riuscito a penetrare uno degli spazi aerei più protetti del mondo.
Il processo si aprì nel settembre 1987. Rust fu condannato a quattro anni di detenzione per violazione delle norme aeronautiche, attraversamento illegale della frontiera sovietica e teppismo. Non scontò però l’intera pena. Nell’agosto 1988 fu graziato e rimpatriato nella Germania Ovest, in un clima ormai segnato dalla prosecuzione del dialogo tra Reagan e Gorbaciov e dalla firma del trattato INF sull’eliminazione dei missili nucleari a raggio intermedio.

Le conseguenze più pesanti non ricaddero su Rust, ma sui vertici militari sovietici. L’atterraggio vicino alla Piazza Rossa mostrò al mondo che il gigantesco apparato difensivo dell’URSS poteva essere attraversato da un semplice aereo civile. Il ministro della difesa Sergej Sokolov e il comandante della difesa aerea Aleksandr Koldunov persero l’incarico. Altri ufficiali furono rimossi o colpiti politicamente. Per Gorbaciov fu l’occasione per ridimensionare figure conservatrici e rafforzare il controllo politico sulle forze armate.
L’episodio rimase così sospeso tra cronaca, simbolo e paradosso. Da un lato, fu una violazione gravissima dello spazio aereo di una superpotenza nucleare. Dall’altro, divenne una delle immagini più potenti della fase finale della Guerra Fredda: un adolescente occidentale che, senza armi e senza autorizzazione, riuscì ad arrivare nel cuore dell’impero sovietico.
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