Potere e sicurezza tra illusioni e demagogia: serve consapevolezza
Per anni abbiamo dibattuto, accettandoli o respingendoli, sui concetti di Mediterraneo allargato, addirittura infinito, e attraverso pochi previdenti abbiamo cercato di interpretare e addirittura intervenire nel dibattito sulla sicurezza nell’Indo-Pacifico, come evoluzione del potere mondiale.
Tale dibattito, oggi potremmo dire tradizionale, vecchia maniera, è iniziato soprattutto sulle dispute territoriali, sulle flotte navali e sull’equilibrio di potenza tra Washington e Pechino ma il quadro – non solo oggi – è più complesso, e ci riguarda e riguarda la UE molto da vicino .
La competizione non è solo quella di “mostrare muscoli” e adeguare e dislocare forze militari, in particolare navali, ma è ormai la capacità di integrare tecnologie avanzate all’interno di strutture militari, industriali e politiche.
Innovazione e integrazione industriale prima ancora che militare: robotica, intelligenza artificiale, sensori sono la base di un sistema paese che in campo militare si evidenzia in vari modi, evidenti o meno, nell’immaginifico del momento in droni, missili e sistemi di comando.
La capacità di sviluppare e integrare queste tecnologie costituisce il fattore determinante della deterrenza e dell’influenza strategica; tutto ciò sembra, solo sembra, oggi prioritario nell’Indo-Pacifico ma invece ci riguarda da vicino, e subito, con una guerra alle porte che non vogliamo vedere, di cui non vogliamo trattare la portata e le conseguenze.
Gli schieramenti le alleanze comportano effetti (e innovazioni) che vanno ben oltre i confini tradizionali, i perimetri che abbiamo costruito e consideriamo confortevoli: il terzo incomodo, e volutamente (quanto artatamente per l’azione di molti proxy) ce ne dimentichiamo è la Repubblica Popolare Cinese.
Osserviamo quanto, cosa e come fanno “gli altri”, non solo quelli che dovrebbero essere più coinvolti, se non minacciati:
- Taiwan si adatta,
- La Corea innova e cresce,
- Il Giappone accelera,
- Il Vietnam diversifica,
- L’Australia riarma,
- L’India si rafforza,
- Gli Stati Uniti puntano a nuove e maggiori forme di architettura e deterrenza,
- L’America Latina svolta e prende le distanze (non solo mettendosi sotto l’ombrello della dottrina Monroe),
con tutti questi paesi, direttamente o come UE abbiamo rapporti – anche privilegiati – e dobbiamo rimanere alla pari.
Il dibattito sulla difesa e sulle spese per la difesa è sterile, perché non c’è distinzione ormai tra innovazione e integrazione industriale e difesa; dibattere su questo in un altro contesto sarebbe considerato non solo lesivo ma antipatriottico (ma si sa: da noi è un termine proibito), né è giustificabile omettere perché entriamo in una fase preelettorale, nella ricerca di consensi delle minoranze, anche radicali.
Nel mondo, ma anche molto vicino a noi, anche gli attori più prudenti iniziano a considerare la sicurezza come una priorità crescente: basterebbe considerare la Germania, con tutte le sue difficoltà e implicazioni (comprese le evidenti azioni di interferenze e proxy come sono stati, e sempre nel passato remoto e recente, alcuni dei suoi governanti).
Nel mondo sta aumentando la consapevolezza, anche nei paesi e nelle “potenze minori” non ci si sta limitando a osservare l’evoluzione delle capacità cinesi, si stanno riorganizzando le proprie.
Chi è amichevole e chi è vicino?
Gli USA magari non suscitano simpatie, più come governanti che come paese e sistema, ma la Cina è ben decisa a mostrarci come potrebbe funzionare la guerra del futuro, consapevole che chi controlla la tecnologia controlla la deterrenza e dunque detta regole ed equilibri.
Da che parte stiamo? Delle illusioni o del pragmatismo?
Innovazione, evoluzione e pragmatismo non ci caratterizzano (e poco anche la UE): molte delle tecnologie che stanno ridefinendo la contesa (senza chiamarla il campo di battaglia) semiconduttori, software, intelligenza artificiale, capacità computazionale e infrastrutture digitali, sono le stesse che determinano competitività economica e autonomia strategica, quella competitività strategica che riguarda anche l’autonomia energetica e ancora ieri, con il dibattito sul nucleare, è stato uno spettacolo desolante, una sorta di “suicidio”
La discussione sulla difesa europea non riguarda più soltanto bilanci e armamenti, ma il controllo delle tecnologie che renderanno possibili le future capacità di difesa.
In questo contesto si inserisce anche il dibattito sull’AI Act: il tema del regolamentare l’intelligenza artificiale e del come garantire che regole, innovazione e sicurezza procedano insieme.
Riprendendo il concetto e l’auspicio di altri analisti, alla luce di queste preoccupazioni, il probabile ingresso dell’Unione Europea in Pax Silica appare sempre più urgente, oltre alla sua rilevanza: partecipare a un coordinamento tra Paesi like-minded consentirebbe infatti non solo di condividere le componenti industriali e tecnologiche della filiera dell’AI, ma anche l’intera catena del valore, pratica e morale, che accompagna lo sviluppo e l’impiego delle tecnologie più avanzate.
Tutto questo si traduce su quanto più si reclama: produttività, innovazione e crescita economica, ossia tutela del nostro benessere: non possiamo rimanere indietro quando molti altri paesi sono già ben avanti nella transizione, quella vera che non è l’esasperazione dell’ideologia verde, quale giustificazione all’immobilismo e alla mancanza di scelte e decisioni.
I limiti non sono tecnologici, sempre superabili, ma quelli politici e umani, e su questi dobbiamo porci domande ed esigere risposte
Per alcuni paesi la transizione è molto più di un’aspirazione, di un traguardo: è già tangibile e la parte sempre più rilevante del loro dibattito, politica interna e politica estera, riguarda potere e sicurezza.
Serve consapevolezza e prima ancora, probabilmente, serve una sveglia.
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