14 punti e molti più interrogativi di uno sconcertante Memorandum di (scarsa) intesa
La chiave di lettura non può essere ideologica, come sinora è prevalsa, né di reazione ad uno sgradevole personaggio.
Lo sconcertante documento si presta certamente a interpretazioni, ed ovviamente esistono sia una lettura delegata (indiretta, mediata/pilotata) sia una lettura meditata, che comporta più ancora che interpretazione dei fatti dimestichezza con storia e strategia, e soprattutto economia.
Conoscenza delle premesse (oltre quattro decenni), delle tensioni e dei conflitti a macchia di leopardo, accettazione o meno delle teorie dell’asse del caos, valutazione dei rischi relativi e soprattutto un tentativo di captare obiettivi a lungo termine, compreso quello di un riequilibrio di poteri e zone di influenza globali, in altri termini una (diversa) visione del domani senza parlare di futuro, opinabile o meno.
Quando un presidente statunitense, ben prima di Trump e con scarso senso storico e strategico e sulla scia di un’ideologia, ha scelto con uno slogan ad effetto (pivot to Asia) di scartare l’Europa ha commesso il peggiore e più grande errore strategico degli ultimi decenni: ha spinto la Cina a proiettarsi verso occidente e a costituire e mantenere l’asse del caos.
Noi europei, soprattutto italiani, siamo stati vittime di questa trappola. Peggio, qualcuno c’è pure caduto soddisfatto, continuando a giustificare e soprattutto a perpetuare l’errore, che è il simbolo della teocrazia delle minoranze!
Una provocazione, che potrebbe essere una delle risposte, conoscendo precedenti, contesto ed attori, riguarda il tentativo – come obiettivo – di rottura dell’asse del caos e la creazione di sfere di influenza diverse.
Si può dire e pensare di tutto su Trump, e la sua imprevedibilità (e peggio, visti gli ultimi avvenimenti e farneticazioni), né che sia mosso da velleità di suicidio politico ma bensì da interessi e una visione a lungo termine, tanto egocentrica quanto di ritorno alla centralità statunitense (e una diversa interpretazione, non certo omogenea e rispettosa, di occidente e relativi valori).
Personalmente stento a credere ad un cedimento su tutta la linea e, scartata l’ipotesi suicida, penso ad un gioco d’azzardo, per quanto estremo visto chi è seduto al tavolo e con ancora molte carte coperte, in cui la posta sia scostare l’Iran dall’attuale sfera di influenza, partendo dall’interno e mantenendo la minaccia dall’esterno.
E ragionevolmente impossibile interpretare il linguaggio giuridico/diplomatico che ha permesso a ciascuna delle parti di cantare vittoria, meglio se con i migliori menestrelli e noi in Italia ne abbiamo la prova provata: lo scambio non può essere evidente, anche se qualcosa si può percepire.
Per la controparte iraniana c’è la sopravvivenza di una delle due fazioni (ricordiamo il precedente, il copione Venezuela) e questo può essere favorevole a Trump: per lui non sono in gioco gli “ideali” che hanno marcato le azioni dem, da Carter a Obama, ma “valori reali” da negoziare con chi detiene al momento il potere pur prevedendo “un” o “il” cambio
Nell’immediato Teheran potrà vendere il MoU come la prova di avere convinto l’avversario al riconoscimento di un debito di guerra, l’Amministrazione Trump lo presenterà in altro modo, certamente enfatizzando l’“aspetto nucleare”.
I cambi di regime, la transizione le condizioni interne non rientrano tra le priorità di Trump che preferisce trattare con chi detiene il potere immediato per risultati immediati e partire da risultati concreti, più ancora se questo comporta l’indebolimento dell’asse del caos, del legame con la Cina (che è il vero obiettivo).
Già pochi giorni hanno dimostrato come i 14 punti non siano un accordo ma siano solo un reciproco riconoscimento o giustificazione di uno stallo e non una conclusione e neppure l’anticamera di un nuovo assetto.
Leggendoli bene sono solo l’illustrazione dello status quo, che Trump ha voluto sbandierare per assumere il protagonismo di un’assise internazionale che è stata positiva anche per la sua presenza.
Conviene ad ambedue prendere (almeno) 60 giorni di tempo – una tregua non dichiarata che certamente sarà estesa, in Iran per un assestamento del peggior potere e sistema teocratico che si possa immaginare, negli USA non tanto per le elezioni di medio termine quanto per il passaggio della riunione NATO e dell’inevitabile riequilibrio (con una Germania quale outsider) e soprattutto con un occhio alle elezioni ed evoluzioni in Israele
L’altro motivo di scandalo, 300 miliardi dollari, va letto rispetto al totale (non riguarda solo i capitali sotto controllo USA ma anche quelli depositati nei paesi “amici” del Golfo, quindi una frazione del totale) e soprattutto andrebbe forse letta con un lontano precedente, il Piano Marshall: anche allora si trattò di una somma enorme, spropositata, a favore dei perdenti, ma beneficiò l’economia americana e impedì la deriva sovietica dei beneficiari…
Cosa succederà in Iran con tale iniezione di capitali (fondamentalmente di interesse USA…e certamente non di piena e incondizionata diponibilità degli ayatollah e meno dei pasdaran)? Perché i tanti menestrelli sorvolano sulle frizioni/tensioni che la firma del MOU, ed ancor più le trattative, hanno suscitato all’interno del regime iraniano? Un aspetto, anzi una crepa, da non sottovalutare.
Al momento e sulla base di quanto pubblicato e artatamente interpretato, nessuno potrebbe cantare vittoria, ma se al di là dello sfruttamento di virgole, parole e codicilli dei 14 punti, e delle riunioni in Svizzera che cambieranno tutto, il perdente non apparisse e fosse un altro…? Andrebbe sottolineato come – se questo papocchio portasse a indebolire l’“asse del caos” e riportasse l’economia a governare l’Iran – questo si sarebbe un successo.
Distanza dall’ideologia e rigetto dei comportamenti (con attenzione ai fatti ed ai fatti) dovrebbero portare ad un ragionamento di fondo: cosa è l’Occidente e chi ne fa parte? E noi da che parte stiamo e vogliamo stare?
Sinora per opportunismo ancor più che per scelta siamo stati all’ombra di un fratello maggiore…
Esistono ancora le alleanze? C’è chi le considera patti da onorare comunque e sempre, chi le considera eterne, chi solo bilaterali, chi inderogabili, chi soggette a continua contrattualità e semplicemente chi, come la Cina, non le considera proprio, solo vassalli.
La crisi iraniana e i 14 punti hanno riportato in primo piano il problema delle alleanze. Dove stare, come starci e con quali rappresentanti, vista la successione di elezioni alle porte.
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La chiave di lettura non può essere ideologica, come sinora è prevalsa, né di reazione ad uno sgradevole personaggio. Lo…
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