La coerenza della subordinazione: dov’è lo scandalo?
La polemica sui voli statunitensi partiti da basi in Italia a supporto dell’operazione contro l’Iran ha il merito involontario di costringere il Paese a guardarsi allo specchio. Come prevedibile… l’immagine riflessa non è piacevole.
Si accusa il governo di aver nascosto, minimizzato o comunque reso opaco il ruolo dell’Italia. Si chiede a Giorgia Meloni di riferire in Parlamento. Si invoca la sovranità nazionale. Si denuncia il rischio che il territorio italiano sia stato usato come piattaforma logistica o operativa per una campagna militare americana. Tutto legittimo. Anzi, doveroso.
Ma c’è un problema. Enorme!
Giorgia Meloni, pochi giorni fa, ha detto una cosa politicamente molto chiara: la politica estera italiana resta quella degli ultimi ottant’anni. Non una deviazione o una rottura, ma continuità della collocazione euro-atlantica del Paese. Detta così, sembra una rassicurazione istituzionale. In realtà è una confessione…
Se la politica estera italiana è davvero la stessa da ottant’anni, allora non si capisce lo scandalo. O, meglio, si capisce benissimo. Lo scandalo esplode solo quando a gestire quella linea è l’avversario politico del momento.
Da ottant’anni l’Italia vive dentro una sovranità limitata, spesso accettata, talvolta rivendicata, quasi mai discussa fino in fondo. Siamo un Paese sconfitto, occupato, reinserito nel sistema occidentale non per generosità storica, ma per convenienza strategica. Abbiamo trasformato una resa incondizionata in un “armistizio”, come se bastasse una parola più digeribile per rendere meno dura la realtà.
Abbiamo rimosso il trauma della sconfitta e lo abbiamo sostituito con una liturgia rassicurante: alleanza, fedeltà, responsabilità internazionale, scelta di campo. Tutto vero, per carità. Ma incompleto.
Quella “scelta di campo” ha avuto un costo. Il prezzo è stato la progressiva abitudine a considerare normale che decisioni fondamentali per la sicurezza nazionale maturino altrove, vengano gestite dietro le quinte e solo dopo vengano presentate al Paese in forma addomesticata.
Kosovo: il precedente più scomodo
L’operazione NATO Allied Force contro la Serbia iniziò il 24 marzo 1999. Non dopo un solenne voto preventivo del Parlamento italiano, non dopo una limpida assunzione pubblica di responsabilità davanti al Paese, ma mentre la macchina militare dell’Alleanza era già in movimento. Dai resoconti dell’epoca risulta che il governo informò il Parlamento quando le operazioni erano ormai iniziate: Radio Radicale ricorda le comunicazioni di Sergio Mattarella al Senato, la sera del 24 marzo, sull’attacco in corso alla Serbia. Altri resoconti parlamentari ricordano che alle 18.45 erano cominciate le operazioni NATO e che solo successivamente il governo ne riferì alle Camere.
Questo non è un dettaglio da archivio. È il cuore della questione.
Nel 1999 non governavano i “sovranisti”. Non c’era Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Non c’era una destra accusata di piegarsi a Washington. C’era un governo di centrosinistra guidato da Massimo D’Alema, con Sergio Mattarella vicepresidente del Consiglio.

Eppure l’Italia partecipò, politicamente e logisticamente, a una campagna militare NATO che ebbe nelle basi italiane un elemento essenziale.
Il Parlamento fu informato. Certo. Ma fu informato quando l’operazione era già in corso. La decisione sostanziale era stata presa nella sede dell’Alleanza, nella catena politica e militare euro-atlantica, dentro quella cornice che oggi molti fingono di scoprire solo perché torna utile nella polemica contro il governo.
Il precedente del Kosovo non assolve tuttavia nessuno. Però impedisce a molti di fingersi innocenti.
Lo stesso vale per altre crisi
Quando la questione ha riguardato Iraq, Libia, Balcani, Mediterraneo allargato, Medio Oriente, l’Italia si è sempre mossa dentro un equilibrio ambiguo: abbastanza coinvolta da essere utile agli alleati, abbastanza defilata da raccontare all’opinione pubblica di non essere davvero in guerra. Basi concesse, spazi aerei utilizzati, logistica garantita, supporto operativo mascherato da routine tecnica. Poi, quando serve, si scopre improvvisamente il Parlamento. Quando non serve, si scopre l’ombrello degli accordi bilaterali.
È questa la vera ipocrisia nazionale.
Non l’atlantismo di Meloni. Quello, almeno, è dichiarato. La presidente del Consiglio ha detto che la linea resta quella da ottant’anni. Si può contestare, si può detestare, si può giudicare politicamente subalterna. Ma non si può fingere che sia una novità.
La verità è che a turno tutti si sono prostrati davanti al vincitore del 1943. Tutti. Democristiani, socialisti, tecnici, post-comunisti, berlusconiani, progressisti, sovranisti, europeisti di professione e patrioti da comizio. Tutti hanno imparato a usare parole diverse per descrivere la stessa realtà. Chi la chiamava responsabilità internazionale. Chi fedeltà all’Alleanza. Chi stabilità. Chi sicurezza. Chi interesse nazionale. Chi “collocazione euro-atlantica”.
Ma il risultato è rimasto lo stesso: quando Washington chiama, Roma raramente risponde davvero “no”. Al massimo chiede una formula più elegante, un passaggio meno vistoso, una copertura giuridica più digeribile, una comunicazione più prudente.
E allora dov’è lo scandalo?
Se davvero dal territorio italiano sono partiti voli direttamente collegati a una campagna militare contro l’Iran, la questione parlamentare esiste. Eccome. Il governo deve chiarire. Deve dire quanti voli, da quali basi, con quali finalità, in base a quali accordi, con quale livello di autorizzazione politica. Deve spiegare se si trattava di logistica, rifornimento, trasporto, sorveglianza, transito, supporto operativo o altro. Perché tra un “volo tecnico” e un anello della catena bellica c’è una differenza enorme.

Ma chi oggi si straccia le vesti dovrebbe almeno evitare la posa verginale. Perché l’Italia non scopre oggi di essere una piattaforma strategica degli Stati Uniti e della NATO. Lo è da molti decenni. Lo è stata durante la Guerra Fredda. Lo è stata nei Balcani. Lo è stata nel Mediterraneo. Lo è stata nelle campagne mediorientali. Lo è nella postura militare permanente dell’Alleanza. Lo è nelle basi, nelle infrastrutture, nei comandi, nei depositi, nei corridoi aerei, nei dispositivi di sorveglianza e nelle architetture di deterrenza.
La domanda, quindi, non è se Meloni abbia tradito una presunta tradizione di sovranità. Quella tradizione, nella politica estera repubblicana, semplicemente non esiste. La domanda vera è se il Paese voglia continuare a recitare la parte della potenza sovrana mentre accetta, dietro le quinte, tutte le conseguenze della propria collocazione subordinata.
E qui Meloni, paradossalmente, ha detto la cosa più onesta: la linea è quella degli ultimi ottant’anni.
Il problema è una Repubblica che ha costruito la propria politica estera su una rimozione originaria: siamo stati sconfitti, abbiamo accettato un ordine, siamo stati reintegrati dentro un sistema di protezione e dipendenza, e da allora chiunque governi deve fare i conti con quella realtà.
Si può scegliere di restare in quel sistema. Si può persino sostenere che sia nell’interesse nazionale, soprattutto in un mondo instabile, con Russia, Cina, Iran e altri attori pronti a sfruttare ogni vuoto strategico occidentale. Ma allora bisogna dirlo apertamente, senza travestire la dipendenza da sovranità e senza riscoprire il Parlamento solo quando serve a colpire il governo del giorno.
Il caso dei voli statunitensi va chiarito fino in fondo. Ma la polemica moraleggiante fa sorridere. Perché in Italia l’indignazione sulla sovranità arriva quasi sempre in ritardo, a comando e a colori alternati.
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