Venezuela, terremoto e crisi umanitaria: intervista all’on. Mariela Magallanes
«Le forze di protezione civile stanno lavorando in condizioni estremamente difficili, praticamente “con le unghie”: manca il personale necessario per garantire un intervento più efficace e non dispongono delle attrezzature indispensabili per salvare più vite. Sono attualmente 1.000 i deceduti».
Il sisma non ha soltanto devastato infrastrutture e abitazioni, ha riportato in primo piano la fragilità dello Stato venezuelano.
Su questo intreccio tra emergenza, istituzioni e aiuti internazionali abbiamo intervistato l’on. Mariela Magallanes, deputata dell’Assemblea Nazionale venezuelana, in esilio in Italia dal 2019.
Qual è stato l’impatto reale del terremoto sulle infrastrutture critiche – ospedali, strade, reti elettriche – e quali aree risultano oggi più vulnerabili?
Il governo, che di fatto non è pienamente operativo, sta agendo seguendo le linee guida degli Stati Uniti.
Attualmente siamo tutelati dagli americani, perché il Paese si trova in una condizione di fallimento istituzionale: molte strutture non funzionano e questo rappresenta un problema grave.
Anche il ruolo delle Forze Armate è deludente, così come quello di alcune istituzioni che non sono in grado di intervenire con efficacia.
Per questo motivo siamo, di fatto, totalmente dipendenti dall’aiuto internazionale, dal supporto logistico e dagli interventi umanitari che – grazie a Dio – stanno già arrivando e che per noi sono fondamentali in questa situazione.
Come stanno reagendo governo centrale, autorità locali e forze di protezione civile? Quali sono le principali difficoltà operative sul terreno?
La reazione del governo centrale, delle autorità locali e della protezione civile è molto limitata, perché il Paese non era preparato ad affrontare un evento di questa portata.
Le forze di protezione civile stanno lavorando in condizioni estremamente difficili, praticamente “con le unghie”: manca il personale necessario per garantire un intervento più efficace e non dispongono delle attrezzature indispensabili per salvare più vite.
Anche il settore privato non è in grado di contribuire. Non è preparato a donare o noleggiare macchinari, perché in Venezuela l’attività edilizia è ferma da molto tempo.
Quali sono i bisogni più urgenti della popolazione colpita?
Nei prossimi giorni il bisogno di aiuti sarà ancora maggiore. È fondamentale la solidarietà dei venezuelani, sia all’interno del Paese sia all’estero, e allo stesso tempo è urgente fornire assistenza medica, acqua e supporto psicologico alla popolazione.
Molte persone sono rimaste senza casa: nello Stato di La Guaira una grande percentuale di edifici è crollata, e anche a Caracas, Aragua e in altri Stati le infrastrutture e le abitazioni hanno subito danni gravi. Per motivi di sicurezza, molte famiglie vengono evacuate dalle loro case, ma questo crea un ulteriore problema, perché tante persone rimarranno senza un’abitazione e non vi è alcuna garanzia che ne avranno una nuova in tempi brevi.
Esistono rischi di nuove scosse o crolli secondari?
Le strutture già indebolite dal terremoto possono cedere ulteriormente, e questo aumenta la vulnerabilità della popolazione.
Per quanto riguarda la capacità di gestire un’emergenza prolungata, il Venezuela non è attrezzato: mancano risorse, personale qualificato, mezzi tecnici e una struttura organizzativa adeguata.
La protezione civile e le autorità locali stanno facendo il possibile, ma operano con strumenti limitati e in condizioni estremamente difficili. In caso di una crisi che dovesse continuare nel tempo, il Paese avrebbe enormi difficoltà a garantire assistenza, sicurezza e ricostruzione senza un sostegno internazionale.
Dalla giornata di ieri si sono registrate più di 240 repliche e movimenti tellurici dopo i due terremoti principali. Ogni nuova scossa aumenta la paura e la tensione nella popolazione, e può continuare a danneggiare ulteriormente le infrastrutture già compromesse.
Era impensabile che un evento del genere potesse verificarsi proprio ora, mentre la crisi politica, economica e umanitaria non era ancora risolta e si iniziava appena a parlare di un possibile miglioramento.
Tutto questo è la conseguenza di uno Stato che ha fallito nei confronti del suo popolo. Per anni il regime ha identificato lo Stato con il partito, con il governo, con la leadership, un sistema autoritario che non ha mai voluto lasciare il potere per migliorare la situazione.
I terremoti hanno messo in evidenza decenni di corruzione e cattiva gestione. Il Paese ha ricevuto migliaia di milioni provenienti dalle sue risorse naturali, ma quei fondi sono stati rubati da chi è ancora al potere.
L’aeroporto principale del Paese è distrutto e chiuso, e non può essere riparato rapidamente. Questo dimostra quanto la corruzione sia stata uno dei fattori principali della devastazione.
Oggi è un’esigenza nazionale ricostruire il Paese: servono leggi, uno Stato di diritto e un governo che lavori per i cittadini, non persone che vogliono approfittarsi dello Stato lasciando morire il popolo.
In che modo la crisi sismica si intreccia con la già complessa situazione economica e politica del Venezuela, e quali conseguenze potrebbe avere sulla stabilità regionale?
Le conseguenze sulla stabilità regionale, paradossalmente, hanno mostrato un aspetto positivo: per la prima volta dopo molti anni abbiamo potuto vedere direttamente la grande disponibilità dei Paesi della regione ad aiutare il popolo venezuelano.
Dobbiamo ringraziare gli Stati Uniti e tutti i governi che si stanno pronunciando non solo a parole, ma anche con aiuti concreti. I governi dell’America Latina stanno offrendo supporto, e questo è fondamentale.
Non possiamo dimenticare che, durante i governi del regime – prima con Chávez e poi con Maduro – l’ingresso di aiuti umanitari non era mai stato permesso, perché negavano costantemente la reale situazione del Paese. Oggi, invece, la verità è sotto gli occhi di tutti.
Per quanto riguarda la stabilità regionale, non credo che questa crisi generi instabilità. Al contrario, penso che questo sia il momento per andare avanti, ricostruire le istituzioni e avviare un processo che permetta il ritorno della democrazia in Venezuela.
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