Lunin: Spartaco russo o copione del Cremlino?
Per quanto evoluta la guerra, produce effetti in genere imprevedibili e incontrollabili, che si vinca oppure no. L’Ucraina non fa eccezione e ripete indimenticabili linee afghane: nulla si crea, nulla si distrugge tutto si trasforma. Cambia la geografia, dalle montagne si scende alle pianure, al mare dove la Crimea non è un suol d’amore, torna implacabile il fattore tempo, che si voleva spettatore di fulmini guerreschi e che si è ritrovato invece osservatore di braci e fuoco che cova e arde dal basso; e arde talmente tanto e senza fermarsi che fa rinvenire uno degli evergreen della storia militare: la rivolta dal basso, magari indirizzata verso un vertice opportunamente ignaro.
Ecco che sorge un nuovo Spartaco, quanto manipolato e manipolabile non sappiamo; Aleksandr Lunin, ma potrebbe avere centinaia di nomi diversi, non è un ufficiale, non è il Fletcher Christian del Bounty, come del resto Putin non è il comandante Bligh; però dovrebbe aver combattuto, prova ne siano le decorazioni che indossa.
Non è la prima volta, del resto, che un veterano parli a chiare lettere una volta sopravvissuto e tornato. Se Prighozin, oligarca e milionario, è stato il protagonista di uno degli alzamientos post sovietici più pericolosi, terminato in un lampo, quello sì rapido e prevedibile, nei cieli di Russia, Lunin, fino al 2023 Pustovalov, si propone come il combattente regolare, l’arruolato non mercenario e per questo degno di ascolto. Forse.
Ed è un forse che riecheggia a lungo perché evoca squilli di rivolta lanciati da altri commilitoni. Attenzione però: Prighozin muoveva corazzati, Lunin video e l’apparato russo i social li conosce bene, sa usarli con maestria, e se qualcosa di così dirompente filtra, è impensabile che non abbia ricevuto placet preventivi, anche perché potrebbe essere utile sapere da chi è composto il popolo pro Lunin.
Il gioco sta lì
Spartaco non minaccia, chiede di riferire a chi governa un Regno giusto e potente di quello che accade nella sottostante Repubblica dei funzionari e comandanti quanto meno non all’altezza.
Intanto i video diventano virali, l’attività social impazza, l’attesa per il faccia a faccia al Cremlino diventa parossistica (forse) e magari aiuta sia a non prendere troppo sul serio i droni ucraini sia a trovare i responsabili di un guaio che, da che doveva essere una scampagnata, giorno dopo giorno, lievita.
Intanto si pubblicizza una realtà che già era parte di una vulgata che vede la necessità di arruolamenti sostenuti e che prova sia il fatto che la guerra falcia vite con lena incessante sia che nella linea di comando russa qualcosa non funziona; e questo malgrado il Cremlino dia avvisaglie molto poco social verso la Polonia ed i “temibilissimi” paesi baltici, colpevoli di occupare una geografia scomoda.
I soldati russi, decimati dai droni di Kiev, sono spesso oggetto del blue fire (fuoco amico, ndd) dalle proprie linee, in un contesto dove tutto è molto poco eroico e dove per evitare le missioni suicide il sistema mazzettistico impera. Lunin addirittura asserisce di aver registrato il video prima di essere stato avvicinato da uomini dell’apparato russo, forse una sorta di avvertimento o di individuazione di una vittima utile e già stigmatizzata come oggetto di traumi psichici che, in guerra, sono pane quotidano per chi intende creare utili alibi dopo.
Intanto Lunin prova a mettere sull’avviso chiunque pensasse di colpire lui o i suoi cari: sarebbe la scintilla iniziale della rivolta, salvo fare poi saggiamente più di un passo indietro specificando di voler indirizzare i suoi strali contro i blogger pro guerra, non contro Putin; intanto il Cremlino, su Lunin, freddamente prende tempo, non reagisce secondo modalità compulsivamente occidentali anche perché voler spiegare la qualunque ad un autocrate, naturalmente illuminato, non porta mai a nulla di buono. Tuttavia le denunce di Lunin non sono così inedite e sui social i video di soldati russi disperati si ripetono da tempo; la novità sta nella minaccia di ammutinamento e ad una riedizione del tentativo di Prighozin, allora abortito, di marcia su Mosca.
Lunin potrebbe tanto essere un mitomane, pronto a ritrattare tutto, quanto un inconsapevole strumento, ma il fatto che prendano parola i reduci ha comunque un peso, come ha un peso la teoria per cui il “capo” possa essere circondato da traditori che occultano fatti e verità a discapito delle migliaia di Lunin.
Se lo scontro di Prighozin era ad altissimo livello politico-militare, quello di Lunin parte dal basso, da una cerchia combattente che non sembra avere però forza strutturale tanto da costituire una minaccia, tanto che la stessa parabola Lunin si é illuminata e spenta in appena 24 ore, quelle necessarie alla pubblicazione del video e del successivo autodafe’ con pentimento.
In un’ipotesi di guerra psicologica e di disinformazione, la provocazione é attendibile e può condurre a diversi obiettivi, quali quello di mettere Putin nella posizione del buon Zar che interviene su denuncia di un veterano decorato per riavvicinarsi così all’esercito veicolando la rabbia di popolo e soldati lontano da sé, magari individuando i dissidenti ed inducendoli a recedere da qualsiasi proposito insurrezionale o creando le condizioni per un rapido spoil system politico.
Il tutto, comunque, non dissipa i sospetti circa possibili bluff, visto il tenore di una ritrattazione che sembrava ampiamente concordata. Insomma, malgrado l’enfasi iniziale da ottobre rosso, non sembra trattarsi né della Corazzata Potëmkin né della Storozhevoy del 75, dove lo zampoljt uscì allo scoperto per essere poi giustiziato.
Altri tempi?
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Per quanto evoluta la guerra, produce effetti in genere imprevedibili e incontrollabili, che si vinca oppure no. L’Ucraina non fa…
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