Tommaso Piffer: Sangue sulla Resistenza – Storia dell’eccidio di Porzȗs
Tommaso Piffer
Ed. Mondadori, Milano 2025
pagg. 257
“Quelli dell’Osoppo morti a Porzȗs e al Bosco Romagno non sono i soli partigiani italiani che, durante la Seconda guerra mondiale, furono uccisi da altri partigiani. Ma l’eccidio di Porzȗs è sicuramente il più grave per il numero di vittime, per l’efferatezza con cui fu compiuto e soprattutto per le sue implicazioni politiche.” Così l’autore, professore di storia contemporanea presso l’Università di Udine, inquadra quello che fu uno scontro fratricida fra partigiani avvenuto il 7 febbraio 1945 a Porzȗs – località situata nella Benecia, o Slavia friulana, posta al confine tra il Friuli e la Slovenia, un’area questa dove, nel corso della Seconda guerra mondiale, si sovrapposero “due resistenze antifasciste con storie e obiettivi diversi: quella jugoslava e quella italiana” – che vide da una parte le formazioni Osoppo, composte perlopiù da militari e legate alla Democrazia cristiana e al Partito d’Azione, dall’altra le formazioni garibaldine del PCI.
Al comando dell’Osoppo c’era il capitano Francesco De Gregori, zio del noto cantautore romano e, ad essa, apparteneva anche Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo. Furono entrambi vittime in quella strage che vide un totale di 17 partigiani morti, “perlopiù giovanissimi carabinieri di leva che si erano uniti alla resistenza nell’estate del 1944.” A condurre l’assalto fu “un commando di circa 100 uomini guidati da Mario Toffanin, il comandante della 1^ brigata GAP (Gruppi di azione patriottica) del Partito comunista italiano.”
La strage fu la tragica conclusione di un rapporto, quello tra la Osoppo e la Garibaldi, che era iniziato a deteriorarsi a partire dell’ottobre 1944, “quando il movimento di liberazione sloveno aveva rivendicato il possesso dell’area di confine e aveva chiesto che tutte le formazioni italiane presenti in zona passassero alle dipendenze del IX Corpo dell’Esercito di liberazione jugoslavo. Le formazioni italiane si erano spaccate. La divisione Garibaldi Natisone era passata alle dipendenze degli jugoslavi e in dicembre si era trasferita in territorio sloveno al comando del IX Corpo. La 1^ brigata Osoppo, al comando di Francesco De Gregori, si era invece rifiutata di cedere ed era rimasta nella zona rivendicata dai partigiani sloveni.”
Tutto era iniziato con l’armistizio dell’8 settembre 1943, che “aveva creato le condizioni perché in Italia nascesse un robusto movimento partigiano,” con il Partito comunista che dedicò subito molta attenzione al Friuli. L’esperimento iniziale di tentare di unificare le formazioni partigiane comuniste e azioniste non fu particolarmente felice, a causa della profonda differenza di concezione e di metodo tra i due partiti. Infatti, “se ai vertici delle formazioni garibaldine ci sono dei militanti di lunga data del Partito comunista, quelle osovane nascono perlopiù intorno a sacerdoti e militari di professione educati ai valori del patriottismo risorgimentale.”
La brigata Osoppo, la cui formazione fu approvata dal CLN di Udine nel dicembre del 1943, prese il nome dal forte di Osoppo, dove i friulani, durante la prima guerra di indipendenza, si opposero eroicamente agli austriaci. Dall’altra parte c’era la brigata Garibaldi fondata, nel marzo del 1943, da Mario Lizzero, militante comunista.
Nonostante la creazione, da parte del CLN di Udine, di un esecutivo militare che aveva il compito di coordinare le attività militari dei diversi gruppi, “sul campo non si riuscì ad arrivare a un’unificazione dei garibaldini e degli osovani.” Inoltre, “nel Collio e nella Benecia lo sviluppo della resistenza italiana pose fin da subito il tema della coabitazione con il movimento di liberazione sloveno, che nello stesso periodo stava tentando di espandere verso occidente l’attività delle proprie formazioni,” anche perché gli sloveni consideravano il Collio e la Benecia di loro competenza.
Non potendo la questione essere risolta a livello di partigiani, furono i due partiti comunisti, quello italiano e quello sloveno, a entrare in trattativa, con il risultato che “ogni decisione sui confini e sulle zone miste sarebbe stata rinviata alla fine del conflitto.” Quando, però, Churchill decise di appoggiare senza riserve Tito e abbandonare le formazioni cetniche di Mihailovic al loro destino, anche i sovietici, che “fino a quel momento si erano mossi con grande cautela per non dare nessun pretesto agli occidentali di vedere in Tito la loro longa manus nei Balcani,[…] ruppero gli indugi e all’inizio del 1944 inviarono al movimento di liberazione jugoslavo una missione e ingenti aiuti militari.” Così Tito decise di abbandonare la cautela adottata fino a quel momento sulla questione del confine con l’Italia. C’era infatti il timore, da parte del Partito comunista sloveno, che gli Alleati sbarcassero in Istria e la necessità, quindi, di anticiparli occupando integralmente la Venezia Giulia, mettendo gli anglo americani davanti al fatto compiuto.
Questo comportò, a metà agosto del 1944, un cambiamento radicale dell’atteggiamento della resistenza slovena nei confronti di quella italiana, con la conseguente richiesta di riunire tutte le unità italiane che operavano nella zona del IX corpo sotto il comando di quest’ultimo. “Le unità italiane che avessero rifiutato sarebbero state disarmate, e l’Osoppo si sarebbe dovuta spostare al di fuori della zona rivendicata dal movimento di liberazione sloveno.” La brigata Garibaldi Trieste, invece, fu integrata nell’Esercito di liberazione jugoslavo.
Il 12 settembre nacque il comando unico tra osovani e garibaldini, costituito da una divisione comprendente tre brigate: la 1^ e la 2^ della divisione Garibaldi Natisone e la 1^ dell’Osoppo. Nel frattempo, il IX corpo sloveno, nella zona di confine, “aveva aperto scuole di lingua slovena e contemporaneamente aveva iniziato a chiudere le scuole di lingua italiana sia nelle zone compattamente slovene sia in quella miste.” E, dopo aver assorbito la brigata Garibaldi Trieste, il IX corpo avrebbe voluto alle proprie dipendenze anche la divisione Garibaldi Osoppo.
Con l’apertura del PCI a favore delle posizioni slovene ci fu la rottura della divisione Garibaldi Osoppo, con la prima che passò alla dipendenza operativa del IX corpo sloveno, mente gli uomini della Osoppo, al comando di Francesco De Gregori, si ritirarono nel complesso delle malghe nei pressi di Porzȗs. “Una volta rotti gli indugi e aderito con la benedizione del PCI alla linea dell’Esercito di liberazione jugoslavo, per il comando della Natisone gli osovani divennero dei nemici così come lo erano per il IX corpo.” E iniziò, con l’accusa di essere in combutta con i nazisti e di assassinare i partigiani garibaldini, la loro delegittimazione da parte della Natisone, che, nel mese di dicembre, aveva iniziato il trasferimento in territorio sloveno.
A gennaio, visto che “la stagione era tale da impedire movimenti rapidi e ogni sopravvivenza fuori dai centri abitati e dalle malghe,” De Gregori ordinò “ai comandi di alleggerire il più possibile le loro formazioni, mandando in licenza tutti gli uomini che potevano trovare una sistemazione sicura in pianura.” Con lui, a Porzȗs. rimasero circa venti partigiani, in maggioranza giovanissimi carabinieri meridionali, fatto che rese il suo comando “incapace di qualsiasi significativa attività militare sia offensiva che difensiva.”
Il commando designato per compiere la strage – come si ricava da una lettera rinvenuta da alcuni partigiani dell’Osoppo nell’autunno del 1949 nella sede dell’ANPI di Udine, scritta dal vicesegretario del PCI di Udine Alfredo Tambosso e indirizzata al comando GAP di Toffanin – agì su ordine del Partito Comunista e sarebbe stato composto da un centinaio di partigiani appartenenti al GAP (Gruppo di azione patriottica) del PCI. A questi si aggiunsero alcuni partigiani della Natisone. A guidarlo era Mario Toffanin.
Il gruppo di gappisti si riunì il pomeriggio del 6 febbraio 1945 e messosi in marcia la sera, arrivò nei pressi di Porzȗs il mattino del 7. Nel tardo pomeriggio, dopo un’azione durata qualche ora, il commando aveva fatto 15 prigionieri, compreso De Gregori che fu anche oggetto di un brutale pestaggio e che fu ucciso quel pomeriggio insieme ad altri due osovani. Gli altri prigionieri furono uccisi nei giorni successivi.
“I funerali delle vittime dell’eccidio si tennero il 21 giugno a Cividale. Il 23 il comando dell’Osoppo presentò una denuncia per omicidio al procuratore di Udine,” aprendo, così, “una lunga stagione di processi che si sarebbe chiusa solo nel 1960 dopo tre gradi di giudizio.” Nel 1948 furono rinviati a giudizio per omicidio aggravato e saccheggio 46 imputati, tra dirigenti del PCI, partigiani dei GAP o della Natisone, che a vario titolo avevano preso parte all’azione.
Nel 1951 si aggiunsero le accuse di sequestro di persona, plagio e tradimento per tutti i 46 imputati, ai quali se ne aggiunsero altri 6. “Con l’accusa di tradimento finirono di fatto sul banco degli imputati non solo i principali esponenti della resistenza comunista in Friuli, ma anche l’intera politica del PCI sul confine orientale.”
Nonostante, nel corso dei vari processi che si tennero negli anni, ci furono diverse condanne, con l’amnistia che il Parlamento approvò nel 1959, nel 1960 furono dichiarati estinti tutti i reati politici commessi tra il settembre 1943 e il giugno 1946. “Tutti gli imputati che erano detenuti vennero scarcerati, chiudendo definitivamente la lunga stagione dei processi di Porzȗs e aprendo quella, altrettanto tormentata, della polemica politica e storiografica.” L’eccidio, infatti, entrò in una zona d’ombra e “divenne un argomento difficile anche per gli storici, spesso taciuto come si tacciono le storie imbarazzanti di famiglia.”
Tornò alla ribalta negli anni Novanta, sia perché, nel 1992, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga assimilò le operazioni di “Gladio” a “quelle dei partigiani dell’Osoppo, accusando i partigiani del PCI di aver combattuto al servizio di una potenza straniera,” sia per il film del regista Renzo Martinelli, presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 1997, dedicato alla strage, che scatenò una furibonda polemica. Il clima poi, negli anni 2000, si rasserenò fino a quando, “nel 2012 per la prima volta un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha reso omaggio in forma ufficiale alle vittime dell’eccidio. Il fatto che a compiere questo gesto fosse un presidente della Repubblica che veniva del PCI rese naturalmente ancora più significativo quel momento.”
E se oggi ci sono ancora dei punti oscuri sulla vicenda – non si conoscono, infatti, i nomi di tutti i responsabili dell’eccidio, in quanto solo metà dei partecipanti all’operazione fu identificata – si conosce però la causa dell’eccidio, che “fu la scelta del comando della divisione Garibaldi Natisone, avallata dal PCI, di favorire l’occupazione da parte del IX corpo della zona rivendicata dal movimento di liberazione jugoslavo, spaccando così l’unità dell’antifascismo italiano nell’area di confine ed entrando in rotta di collisione con il comando osovano di Francesco De Gregori.” D’altra parte “i comunisti italiani comprendevano chiaramente che aderire alla richiesta jugoslava avrebbe messo in seria difficoltà il partito di fronte alle altre forze antifasciste e anche all’opinione pubblica, esponendolo all’accusa di tradire gli interessi nazionali.” Così i responsabili comunisti della Natisone dovettero scegliere tra agevolare la penetrazione jugoslava, come richiesto dal partito, o mantenere l’unità dell’antifascismo. Scelsero la prima. “Così facendo imboccarono una strada diversa da quella del PCI a livello nazionale. Ma questa venne intrapresa sfruttando l’ambiguità intrinseca nella linea politica del partito sulla questione del confine.”
Con la scomparsa, però, di tutti i protagonisti di quella vicenda, dei partiti e degli attori politici in essa coinvolti, restano le parole, pronunciate nel 2012, dal presidente Napolitano, nel rendere omaggio alle vittime: “le ragioni, quelle palesi e quelle occulte, per le quali dei partigiani garibaldini, membri di una formazione legata al Partito comunista italiano, uccisero altri partigiani, della formazione Osoppo, ci appaiono oggi incomprensibili, tanto sono lontane l’asprezza e la ferocia degli scontri di quegli anni e la durezza di visioni ideologiche totalitarie.”

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