Non solo Mosca. Arrestata per spionaggio una stagista nel comando militare della NATO in Belgio
L’Ufficio del procuratore federale belga ha comunicato sabato 25 luglio di avere eseguito il giorno precedente un mandato di arresto nei confronti di una cittadina canadese di origine cinese, tirocinante presso lo SHAPE, il comando strategico militare dell’Alleanza Atlantica. I capi di imputazione sono due, e la loro combinazione è più significativa di quanto la sintesi delle agenzie lasci intendere: attività di spionaggio per conto di un Paese terzo e appartenenza a un’organizzazione criminale. L’identità della donna non è stata resa nota, e non lo è stato neppure il Paese committente, che nel comunicato resta una formula giuridica volutamente asettica.
Che cosa è davvero lo SHAPE
L’acronimo circola sui dispacci senza che quasi mai venga spiegato, e questo impedisce di misurare la gravità di ciò che è accaduto. SHAPE sta per Supreme Headquarters Allied Powers Europe ed è la sede del Comando Alleato Operazioni, uno dei due comandi strategici in cui si articola la struttura militare della NATO, l’altro essendo il Comando Alleato Trasformazione di Norfolk, in Virginia, che si occupa di dottrina e sviluppo delle capacità future. Lo SHAPE non elabora concetti, conduce operazioni. È il luogo fisico dal quale vengono pianificate, comandate e sostenute tutte le missioni militari dell’Alleanza, dalle attività di deterrenza e difesa sul fianco orientale al pattugliamento aereo, dalle esercitazioni maggiori alla risposta alle crisi.
Si trova a Casteau, nel comune di Mons, in Vallonia, dove fu trasferito nel 1967 dopo l’uscita della Francia dalla struttura militare integrata e la conseguente chiusura della sede di Rocquencourt. È guidato dal SACEUR, il Comandante Supremo Alleato in Europa, incarico ricoperto per tradizione consolidata da un generale o ammiraglio statunitense che cumula anche il comando delle forze americane in Europa. Vi lavorano fianco a fianco militari e civili provenienti dai trentadue Paesi membri e da alcuni partner. Presso lo stesso sito ha inoltre sede il centro NATO per la sicurezza cibernetica, circostanza che amplia in modo considerevole il valore informativo del perimetro.
Va tenuta distinta dal quartier generale politico di Bruxelles, dove siedono i rappresentanti permanenti dei Paesi membri e dove si riunisce il Consiglio Atlantico. Bruxelles decide, Mons esegue. In termini di sensibilità operativa, l’edificio di Casteau è il punto più delicato dell’intera architettura militare alleata dopo le capitali nazionali, ed è lì dentro che una tirocinante sospettata di spionaggio ha lavorato per un periodo che le autorità non hanno ancora quantificato.
La catena di rilevazione
La ricostruzione desumibile dalle dichiarazioni ufficiali racconta molto del funzionamento reale della controintelligence alleata. Il primo segnale non è arrivato da un servizio nazionale né da una fonte esterna, ma dai servizi di sicurezza dello stesso SHAPE, che hanno rilevato anomalie e le hanno trasmesse all’intelligence militare belga. Da lì il fascicolo è passato alla procura federale, che ha delegato le indagini alla polizia giudiziaria federale di Charleroi. Giovedì 23 luglio sono state condotte perquisizioni presso l’abitazione della donna e presso il suo luogo di lavoro, quindi all’interno del perimetro del comando, operazione che richiede un coordinamento giuridico tutt’altro che banale considerando lo statuto internazionale dei quartier generali alleati definito dal Protocollo di Parigi del 1952. Il giorno successivo è scattato il fermo.
Il portavoce dello SHAPE, Martin O’Donnell, ha dichiarato che non vi sono al momento indicazioni di conseguenze sulla prontezza operativa dell’Alleanza, sulle strutture di comando e controllo o sulle attività in corso, e che il comando continua a svolgere le proprie funzioni senza interruzioni. È la formula prevedibile in questa fase, e va letta per quello che è, ossia una rassicurazione sul funzionamento corrente e non una valutazione del danno, che nessuna struttura è in grado di produrre a quarantotto ore da un arresto e con un’indagine appena avviata.
Il precedente italiano, e ciò che è davvero comparabile
Il lettore italiano arriva a questa notizia con un precedente molto recente negli occhi. Il 7 luglio i carabinieri del ROS hanno eseguito a Roma due misure cautelari nei confronti di ex appartenenti al comparto intelligence, con quattro militari in servizio iscritti nel registro degli indagati e con due procedimenti paralleli, uno davanti alla procura ordinaria e uno davanti alla procura militare, per un’attività di raccolta che secondo l’accusa alimentava un funzionario russo coperto da immunità diplomatica e riguardava anche la produzione industriale italiana nel settore della difesa. L’approfondimento era stato avviato dall’AISI nel maggio 2025. Ne sono seguite le espulsioni decise dalla Farnesina e, il 22 luglio, la ritorsione di Mosca contro l’addetto militare italiano e il suo collaboratore.
Accostare i due casi è legittimo, purché si accosti ciò che è comparabile. Non lo è lo sponsor, che a Roma è indicato con nome e cognome mentre a Mons resta una formula generica. Non lo è il profilo della fonte, perché nel caso italiano si parla di personale con anzianità, accessi consolidati e conoscenza dei circuiti classificati, mentre in Belgio si parla di una tirocinante. È comparabile invece il punto di ingresso, cioè la fiducia istituzionale accordata a una persona sulla base di una procedura amministrativa, ed è comparabile la circostanza che in entrambi i casi la scoperta sia maturata dentro il perimetro, dall’AISI a Roma e dai servizi di sicurezza del comando a Casteau. Il fronte, in altri termini, non è geografico ma procedurale.
La contestazione che pesa di più
Nel comunicato della procura federale l’elemento analiticamente più rilevante non è la parola spionaggio, che era attesa, ma la contestazione della partecipazione a un’organizzazione criminale. È una qualificazione che gli inquirenti belgi non introducono per abbellire un fascicolo, perché implica l’ipotesi di una struttura, di una pluralità di soggetti, di una divisione di compiti e di una continuità nel tempo. Non si contesta a un singolo di avere agito per iniziativa propria o per motivazione ideologica, si contesta l’inserimento in un dispositivo. Se l’impianto accusatorio reggerà, la vicenda non sarà quella di una stagista curiosa ma quella di una pedina collocata dentro una catena di gestione, con un handler, con un canale di comunicazione e con una finalità di raccolta definita a monte.
Questo sposta il baricentro del problema. Una fuga di informazioni per cooptazione, cioè l’avvicinamento di un soggetto già interno da parte di un servizio ostile, è un incidente di sicurezza. Un inserimento pianificato, cioè la collocazione ex ante di una risorsa nel flusso di reclutamento di un comando alleato, è un fallimento di processo, e riguarda le procedure di selezione, di accreditamento e di nulla osta molto prima che riguardi la persona arrestata.
Il tirocinante come vettore
L’obiezione ricorrente, in casi come questo, è che un tirocinante non abbia accesso a informazioni classificate di livello significativo. L’obiezione è formalmente corretta e sostanzialmente ingenua. Il valore di una posizione interna non si misura soltanto sulla classifica dei documenti consultabili, si misura sulla prossimità. Un badge valido dentro il perimetro di Casteau significa accesso fisico, presenza nei corridoi, nelle mense, nelle sale riunioni durante gli allestimenti, osservazione dei ritmi di lavoro, delle assenze, dei rientri notturni, delle riunioni straordinarie, tutti indicatori che in analisi si chiamano pattern of life e che permettono di dedurre l’esistenza e talvolta la natura di un’attività operativa senza avere letto una sola riga classificata.
Significa inoltre accesso al fattore umano, che resta il vero obiettivo di ogni operazione HUMINT ben condotta. Una posizione interna, anche subalterna, consente di mappare il personale, individuare vulnerabilità, costruire relazioni, preparare avvicinamenti successivi. Il tirocinante non è necessariamente la fonte, spesso è lo strumento di ricognizione che precede la fonte.
Attribuzione, cautela necessaria
Va detto con chiarezza, perché la tentazione giornalistica è forte e il rischio deontologico è concreto: le autorità belghe non hanno indicato la Cina. Hanno scritto Paese terzo. L’origine cinese della cittadina canadese arrestata è un dato anagrafico, non è un’attribuzione, e trattarlo come tale significherebbe fare esattamente ciò che una buona operazione di intelligence avversaria si augura, cioè spingere l’informazione pubblica verso conclusioni che le autorità non hanno ancora formalizzato.
Un semestre di casi, dalla Grecia alla Manica
Il contesto, però, esiste e va rappresentato con precisione, perché il 2026 è stato finora un anno particolarmente denso sul fronte del controspionaggio europeo.
Il precedente più vicino, per natura e per implicazioni, è greco. All’inizio di febbraio 2026 le autorità militari di Atene hanno arrestato un colonnello dell’aeronautica ellenica all’interno della base in cui prestava servizio, con l’accusa di avere trasmesso alla Cina informazioni classificate e a più alta classifica, comprese quelle relative a tecnologie in sviluppo per le forze armate, inviandole per via elettronica dalla sua stessa unità. Gli inquirenti hanno riferito che l’ufficiale avrebbe tentato di reclutare altri soggetti in una rete informativa, e che il reclutamento sarebbe avvenuto all’estero, con ogni probabilità in occasione di un evento internazionale, dietro compenso. Buona parte del materiale riguardava progetti dell’Alleanza, e la segnalazione iniziale sarebbe arrivata dalla CIA al servizio informativo greco. Chi frequenta conferenze, seminari e visite ufficiali del circuito atlantico farebbe bene a soffermarsi su questo dettaglio.
Nella stessa settimana la Francia ha incriminato quattro persone, tra cui due cittadini cinesi, nell’ambito di un’indagine su un tentativo di intercettazione di dati militari sensibili nella Gironda, dove i sospetti avrebbero affittato alloggi turistici in funzione della raccolta. A maggio 2026 la Germania ha arrestato una coppia di coniugi con l’accusa di spionaggio per conto di Pechino, in un Paese che nei mesi precedenti aveva già visto la condanna a Coblenza di un cittadino statunitense che, lavorando come contrattista civile presso una base militare americana, si era offerto ai servizi cinesi, e la condanna a oltre quattro anni di un ex collaboratore di un europarlamentare tedesco riconosciuto colpevole di avere agito come agente di un servizio cinese. A gennaio la Repubblica Ceca ha reso pubblico il caso di un cittadino cinese accreditato come giornalista a Praga e sospettato di raccolta sistematica per conto di Pechino, mentre la Svizzera ha avviato una revisione dei criteri di verifica su ricercatori e studenti stranieri nei propri istituti scientifici.
Il Belgio, per parte sua, non è terreno vergine. La procura federale ha aperto un’indagine sulla presunta intrusione informatica ai danni del servizio di sicurezza civile VSSE, con accessi che secondo la stampa belga si sarebbero protratti per due anni sfruttando una falla in un fornitore statunitense, e con l’esposizione dei dati personali di una quota consistente del personale del servizio. Negli anni precedenti erano già state disposte espulsioni di ricercatori cinesi dall’istituto Imec, uno dei centri europei di punta nella microelettronica.
Sul versante russo il quadro è parallelo e non alternativo. Tra la fine del 2025 e il 2026 si sono registrati fermi in Francia nell’ambito di un’inchiesta su una rete riconducibile a Mosca, arresti nel Regno Unito ai sensi del National Security Act per assistenza al servizio di intelligence estera russo, incriminazioni in Polonia legate tanto allo spionaggio quanto al sabotaggio, incluso il piano per l’invio di un ordigno tramite corriere. La differenza tra i due dispositivi è di metodo più che di intensità. Le operazioni riconducibili a Mosca privilegiano il reclutamento a pagamento, la logistica del sabotaggio e l’uso di manovalanza reclutata online. Quelle attribuite a Pechino, nei casi finora giudicati, hanno mostrato una preferenza per l’accesso legittimo, la posizione istituzionale, il tempo lungo e la penetrazione del tessuto accademico, industriale e amministrativo.
Ciò che non sappiamo
L’information gap, in questa fase, è più ampio di quanto la copertura mediatica suggerisca, ed elencarlo serve a misurare la prudenza con cui va letto il caso. Non conosciamo la durata del tirocinio né la data di ingresso della donna nel comando. Non conosciamo il livello di nulla osta di sicurezza eventualmente rilasciato, né l’autorità nazionale che lo ha istruito, questione tutt’altro che secondaria trattandosi di una cittadina di un Paese alleato ma extraeuropeo. Non sappiamo se vi sia stata effettiva esfiltrazione di materiale, né se l’attività contestata riguardi documenti, persone o entrambi. Non sappiamo, soprattutto, se il reclutamento sia avvenuto prima o dopo l’ingresso allo SHAPE, che è la domanda dalla quale dipende ogni valutazione seria sulla tenuta del processo di selezione.
Resta un elemento che va riconosciuto senza reticenze, perché la controintelligence esiste anche per questo. Il caso non è emerso da una segnalazione esterna, da una defezione o da una fuga di stampa, è emerso dall’interno, dai servizi di sicurezza del comando, ed è stato gestito in tempi rapidi attraverso la catena istituzionale belga. È una dinamica che, al netto della gravità dei fatti contestati, indica un dispositivo di sorveglianza interna funzionante, esattamente come a Roma l’innesco era venuto dall’AISI. La domanda successiva, quella che l’Alleanza dovrà porsi nelle prossime settimane, è per quanto tempo quel dispositivo abbia dovuto lavorare prima di produrre un risultato, e cosa sia transitato nel frattempo.
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A tre settimane dagli arresti di Roma per la rete russa nella difesa italiana, la controintelligence belga ferma una tirocinante canadese di origine cinese all’interno del quartier generale che pianifica e conduce tutte le operazioni dell’Alleanza. Le accuse sono spionaggio per conto di un Paese terzo e partecipazione a organizzazione criminale. Cambiano lo sponsor e il profilo della fonte, non cambia la domanda di fondo, cioè chi controlla chi entra
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