La tenaglia. Pechino colpisce due aziende italiane, Washington ci lascia i dazi, e nel mezzo c’è la nostra filiera
Ci sono volute meno di ventiquattro ore. La sera del 23 luglio, ora di Pechino, il Consiglio dell’Unione Europea ha varato il ventunesimo pacchetto di misure restrittive contro la Federazione Russa, inserendo cinquantuno entità in un elenco di restrizioni all’export di tecnologie e beni a duplice uso, quattordici delle quali con sede nella Cina continentale e a Hong Kong. Il 24 luglio, alle sedici in punto ora locale, il Ministero del Commercio della Repubblica Popolare ha pubblicato il Comunicato n. 30 del 2026, a firma dell’Ufficio Sicurezza e Controlli, con cui quattordici entità dell’Unione Europea vengono iscritte nella lista di controllo delle esportazioni cinese.
Quattordici contro quattordici. Ventiquattro ore di scarto. La simmetria è troppo esatta per essere casuale, e infatti non lo è: nel botta e risposta con i giornalisti diffuso lo stesso giorno, il portavoce del Ministero ha collegato esplicitamente le due decisioni, qualificando la mossa europea con l’espressione 恶劣行径, che le agenzie occidentali hanno reso con formule diplomatiche come “azione grave” e che in cinese istituzionale pesa parecchio di più, qualcosa come “condotta ignobile”, registro riservato ai casi in cui Pechino ritiene la propria reazione pienamente legittima.
Il testo del provvedimento è di una brevità quasi ostentata, due soli articoli. Il primo vieta agli operatori esportatori cinesi di esportare beni a duplice uso verso le quattordici entità, vieta a organizzazioni e individui esteri di trasferire o fornire loro beni a duplice uso originari della Repubblica Popolare, e impone la cessazione immediata delle attività in corso. Il secondo lascia aperto un canale autorizzatorio per i casi eccezionali, previa domanda al Ministero. Base giuridica dichiarata, la Legge sul controllo delle esportazioni e il Regolamento sui beni a duplice uso, con la motivazione della tutela della sicurezza nazionale e dell’adempimento degli obblighi internazionali di non proliferazione, formula che ricalca deliberatamente il lessico con cui Bruxelles e Washington giustificano le proprie liste.

1. Lafert SpA
Indirizzo: Via JF Kennedy 43, San Donà di Piave, Venezia, Italia Codice postale: 30027
2. Garnet Srl.
Indirizzo: Via De Gasperi 31, Concorezzo (MB), Italia Codice postale: 20863
3. Sindlhauser Materials GmbH
Indirizzo: Daimlerstraße 68, Kempten, Germania Codice postale: 87437
4. Rheinmetall AG
Indirizzo: Rheinmetall Platz 1, Düsseldorf, Germania Codice postale: 40476
5. Antraco Chemie-Handelsgesellschaft mbH
Indirizzo: Düsseldorfer Landstraße 17, Duisburg, Germania Codice postale: 47279
6. InPACT Company (InPACT SA)
Indirizzo: 265 Rue de la Volta, Saint-Marcel, Francia Codice postale: 73600
7. Laboratorio III-V
Indirizzo: 1 avenue Augustin Fresnel, Palaiseau, Francia Codice postale: F-91767
8. Società Cavok UAS (Cavok UAS)
Indirizzo: Allée des Cuirassiers, Sainte-Menehould, Francia Codice postale: 51800
9. Vigo Photonics SA
Indirizzo: 129/133 Poznanska St., Ozarow Mazowiecki, Polonia Codice postale: 05-850
10. Università politecnica di Wroclaw (Politechnika Wroclawska)
Indirizzo: Wybrzeze Stanislawa Wyspianskiego 27, Wroclaw, Polonia Codice postale: 50-370
11. Società IHC (IHC Merwede Holding BV)
Indirizzo: Smitweg 6, Kinderdijk, Paesi Bassi Codice postale: 2961
12. Camion Tatra
Indirizzo: Areal Tatry 1450/1, Koprivnice, Repubblica Ceca Codice postale: 74221
13. Gruppo ottico-elettronico (Gruppo ottico-elettronico)
Indirizzo: Parco Industriale Opticoeletron, Panagyurishte, Bulgaria Codice postale: 4500
14. Società Ekspla (Ekspla UAB)
Indirizzo: Savanoriu Ave 237, Vilnius, Lituania Codice postale: LT-02300
Il conteggio identico costruisce un’immagine di reciprocità misurata, ma basta affiancare i due elenchi per capire che il peso specifico non è lo stesso. L’Unione Europea ha colpito soprattutto operatori commerciali e logistici di dimensioni medio-piccole nelle città portuali di Guangzhou, Shenzhen e Dalian, accusati di avere aggirato i controlli sull’export verso la Russia in materia di microelettronica, macchine utensili a controllo numerico e apparecchiature per la produzione di semiconduttori. Pechino ha risposto salendo di parecchi gradini nella catena del valore.
Nella lista cinese compare Rheinmetall AG, oltre dieci miliardi di euro di fatturato di gruppo, primo fornitore europeo di munizionamento d’artiglieria e perno dell’architettura di riarmo tedesca. Compaiono Tatra Trucks, che produce i telai dei veicoli militari cechi e non solo, IHC Merwede per l’offshore pesante, Cavok UAS per i droni, III-V Lab, il laboratorio comune di Thales, Nokia e CEA che lavora sui semiconduttori composti per optoelettronica e radar, Ekspla per i laser, Vigo Photonics per i rivelatori infrarossi, e persino il Politecnico di Breslavia, unica istituzione accademica dell’elenco. Non è una lista compilata a caso: è una mappa ragionata dei nodi tecnologici su cui poggia la capacità europea di costruire sistemi d’arma di nuova generazione.
L’ipotesi sulla selezione dei bersagli
Il Ministero del Commercio non ha fornito alcuna motivazione individuale per nessuna delle quattordici iscrizioni, e ogni lettura sul perché siano state scelte proprio queste due società italiane resta un’ipotesi di analisi. Ma la coerenza dell’insieme è difficile da attribuire al caso.
Le due entità italiane hanno tre caratteristiche in comune. Stanno entrambe sulla filiera del magnete permanente e del moto controllato di precisione, cioè su quel segmento apparentemente banale della meccatronica senza il quale non si muove nulla, né la superficie di controllo di un drone, né il gimbal di un sensore elettro-ottico, né la torretta di un blindato. Hanno entrambe un principale industriale giapponese, Sumitomo nel caso di Lafert, Tamagawa tra i costruttori rappresentati da Garnet. E hanno entrambe una gamba operativa dentro la Cina, Lafert con lo stabilimento di Suzhou, Garnet con la propria sede di Ningbo, nello Zhejiang.
Se l’obiettivo fosse stato punire il complesso militare-industriale italiano, la scelta sarebbe caduta altrove e su nomi ben più noti. Se l’obiettivo era dimostrare all’Europa di conoscerne la catena di approvvigionamento meglio di quanto la conosca l’Europa stessa, e di poterla stringere nei punti in cui convergono dipendenza dai materiali critici e accesso alla sensoristica dual-use, allora la selezione è impeccabile.
Il secondo strato, quello che conta davvero
L’elemento giuridicamente più significativo del Comunicato n. 30 non è però il divieto di esportazione diretta, che pure pesa, bensì la seconda parte dell’articolo primo, quella che vieta a organizzazioni e individui esteri di trasferire o fornire alle entità elencate beni a duplice uso di origine cinese. È una clausola extraterritoriale, e riguarda potenzialmente tutte e quattordici le società, comprese quelle che non acquistano nulla direttamente da fornitori cinesi.
Un distributore tedesco, un intermediario giapponese, un rivenditore statunitense che avesse in magazzino componentistica di origine cinese soggetta a controllo si troverebbe, secondo la lettera del provvedimento, nell’impossibilità di rifornire Rheinmetall, Tatra, Royal IHC, Lafert o Garnet.
Non è una novità improvvisata. È la stessa architettura giuridica che Pechino aveva collaudato con il Comunicato n. 61 del 9 ottobre 2025 sulle terre rare, quello che imponeva a organizzazioni e individui stranieri di ottenere una licenza cinese per qualunque prodotto fabbricato fuori dalla Cina contenente terre rare di origine cinese per un valore superiore allo 0,1 per cento del prodotto finale, oppure realizzato con tecnologie cinesi di estrazione, separazione per fusione o fabbricazione di materiali magnetici. Analisti e studi legali internazionali lo notarono subito: quella soglia di minimis replica strutturalmente la logica dell’Export Administration Regulations statunitense e della Foreign Direct Product Rule, lo strumento con cui Washington ha tagliato fuori Huawei dai semiconduttori avanzati. La Cina ha copiato il modello americano di controllo extraterritoriale, lo ha perfezionato in diciotto mesi, e ora lo applica all’Europa.
La tenaglia, e la parte che arriva dall’altra sponda dell’Atlantico
A questo punto conviene alzare lo sguardo, perché il Comunicato n. 30 non è leggibile fuori dal contesto della guerra commerciale in corso, e la posizione europea è quella di chi si trova stretto tra due morse che si muovono in modo indipendente ma convergente.
Sul fronte atlantico, il quadro del 2026 è stato rimescolato due volte in cinque mesi. Il 20 febbraio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi, con sei voti contro tre, i dazi introdotti dall’amministrazione Trump sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act, stabilendo che i dazi non sono strumenti di politica estera ma imposte, e che come tali ricadono nella competenza costituzionale del Congresso. Una sentenza storica sul piano dei principi, che però all’industria europea ha portato benefici prossimi allo zero. I rimborsi, stimati dal Penn Wharton Budget Model attorno ai centosettantacinque miliardi di dollari, spettano agli importatori statunitensi, non agli esportatori europei che quei dazi li hanno subiti sotto forma di margini compressi e ordini persi. E la Casa Bianca ha reagito nel giro di ore, sostituendo il regime annullato con un sovrapprezzo generalizzato del 10 per cento ai sensi della Section 122 del Trade Act del 1974, in vigore dal 24 febbraio per centocinquanta giorni. Sono rimasti in piedi, perché fondati su basi giuridiche diverse, i dazi al 50 per cento su acciaio e alluminio e quelli sull’automotive.
Il secondo rimescolamento è arrivato a luglio. Il 1° luglio è entrata in vigore la parte europea dell’accordo di Turnberry, la dichiarazione congiunta del 21 agosto 2025 che fissa un tetto del 15 per cento sui prodotti europei diretti negli Stati Uniti in cambio dell’azzeramento dei dazi europei sulla gran parte dei beni industriali americani. Il Parlamento europeo lo aveva approvato il 16 giugno con quattrocentoquaranta voti favorevoli, centocinquantuno contrari e cinquanta astensioni, sotto la minaccia esplicita di Washington di portare al 25 per cento le tariffe su auto e camion europei in caso di mancato recepimento entro il 4 luglio. Un accordo firmato con la pistola sul tavolo, e criticato in aula proprio per questo.
Il 24 luglio, lo stesso giorno del comunicato cinese, gli Stati Uniti hanno pubblicato le misure correttive definitive di un’indagine ai sensi della Section 301 sul mancato contrasto al lavoro forzato nelle catene di fornitura, fissando per l’Unione Europea un’aliquota omnicomprensiva del 10 per cento, il livello minimo previsto, con il ripristino di alcune esenzioni su sughero, diamanti, aeromobili e componenti, farmaci generici e principi attivi. Bruxelles ha reagito con sollievo appena mascherato, prendendo atto che l’esito è in linea con gli impegni di Turnberry e ricordando di avere già adempiuto alla propria parte. Restano però aperte altre indagini ai sensi della Section 301, e la Commissione ha trasmesso a Washington una lista di centinaia di prodotti da sottrarre al prelievo, dal vino ai formaggi, dall’olio d’oliva alla pasta, fino ai robot industriali, agli strumenti per semiconduttori e ai dispositivi sanitari, sulla quale al 19 luglio non risultava alcun atto americano di recepimento.
Tradotto: l’Europa ha ceduto sul principio, incassa aliquote che oscillano al ritmo delle sentenze e delle indagini altrui, e continua a negoziare esenzioni prodotto per prodotto senza sapere se e quando verranno concesse.
Il conto italiano, che non è teorico
Per l’Italia i numeri sono usciti dalla fase delle stime. Gli Stati Uniti restano il primo mercato extra Unione del made in Italy, assorbono il 10,9 per cento dell’export nazionale e nei primi cinque mesi del 2026 hanno garantito un avanzo commerciale di 15,3 miliardi di euro, pari al 75,8 per cento dell’intero attivo commerciale italiano. È una concentrazione di rischio che da sola dovrebbe togliere il sonno a chi si occupa di sicurezza economica.
Nel periodo di applicazione dei dazi, tra agosto 2025 e marzo 2026, le esportazioni verso gli Stati Uniti dei comparti a maggiore presenza di micro e piccole imprese sono scese del 10,4 per cento su base tendenziale, con 1,293 miliardi di euro di vendite in meno, una media di 5,3 milioni al giorno. A pesare non è stato solo il dazio: nello stesso periodo il dollaro si è svalutato mediamente del 9 per cento sull’euro, funzionando da dazio implicito aggiuntivo. Il Centro studi di Confindustria ha stimato in circa 16,5 miliardi la perdita di medio periodo rispetto a uno scenario senza tariffe, pari al 2,7 per cento dell’export totale, con un impatto complessivo del 3,8 per cento sull’export manifatturiero e dell’1,8 per cento sulla produzione.
La distribuzione territoriale racconta il resto. Nel primo trimestre 2026, tra le maggiori regioni esportatrici, solo la Toscana ha tenuto il segno positivo sul mercato americano nei settori a densità di piccole imprese, mentre l’Emilia-Romagna ha ceduto il 3,1 per cento, il Veneto il 6,4 e la Lombardia il 12,3. Il vino, simbolo dell’esposizione italiana, ha perso un ulteriore 15,4 per cento a valore nel primo quadrimestre 2026 dopo avere chiuso il 2025 a meno 9,2. Vale la pena notare quali siano le due regioni più colpite: la Lombardia, dove ha sede Garnet, e il Veneto, dove ha sede Lafert.
Dove le due morse si toccano
Il punto in cui le due partite si saldano è la vicenda delle terre rare, e vale la pena ricostruirlo perché spiega meglio di qualsiasi altra cosa la condizione europea.
Quando nell’ottobre 2025 Pechino ha introdotto il regime di licenze extraterritoriali sui magneti e sulle tecnologie magnetiche, l’onda si è abbattuta su Stati Uniti ed Europa insieme, che assorbono oltre la metà delle cinquantottomila tonnellate di magneti in terre rare esportate dalla Cina in un anno. Washington ha reagito da Washington, cioè negoziando: l’intesa raggiunta da Trump e Xi a Seul ha portato alla sospensione dei controlli di ottobre e al rilascio di licenze generali per terre rare, gallio, germanio, grafite e antimonio, in cambio di riduzioni tariffarie e altri impegni. L’Europa è rimasta fuori dall’accordo, senza garanzie equivalenti.
Il divario si è ampliato anche sul piano industriale. Delle dieci iniziative governative lanciate tra il 2025 e il 2026 per costruire capacità di raffinazione e riciclo fuori dalla Cina, quattro sono statunitensi e una sola europea, l’impianto Carester nel sud-ovest della Francia, mentre Washington ha chiuso accordi di investimento con Australia, Malaysia e Arabia Saudita e Tokyo lavora alla diversificazione dal 2010, con un’agenzia unificata per l’approvvigionamento e un’industria domestica dei magneti pronta a lavorare il materiale importato. L’Unione ha il Critical Raw Materials Act e una risoluzione parlamentare che chiede scorte strategiche e accordi bilaterali, il che sul piano dei tempi industriali significa niente prima della fine del decennio.
Ecco quindi la posizione in cui si trova l’Italia il 26 luglio 2026. Da un lato un alleato che applica dazi al 15 per cento sui nostri prodotti, ne mantiene al 50 su acciaio e alluminio, ne aggiunge al 10 per una questione di lavoro forzato nelle filiere, e che quando un tribunale gli annulla l’impianto tariffario ne ricostruisce un altro in ventiquattro ore su base giuridica diversa. Dall’altro un partner commerciale che controlla oltre il novanta per cento della filiera globale delle terre rare, che ha appena dimostrato di conoscere i nostri nodi di fornitura fino al numero civico, e che ha concesso all’alleato di cui sopra un’esenzione negoziata che a noi non è stata offerta.
Che cosa dovrebbe leggere Roma
L’impatto economico diretto del Comunicato n. 30 sulle due aziende italiane è probabilmente modesto, e sarebbe un errore misurare la portata dell’episodio su quel metro. Il valore della mossa è di segnalazione, e il messaggio ha almeno tre destinatari.
Il primo è la Commissione, alla quale Pechino comunica che il costo di inserire imprese cinesi nei pacchetti sanzionatori non è più pari a zero, e che ogni round successivo produrrà una risposta calibrata sulla stessa scala. Il secondo è l’industria europea della difesa, alla quale viene ricordato che l’espansione produttiva avviata dal 2022 poggia su una base di approvvigionamento non sovrana, e che la strozzatura non sta nelle munizioni finite ma nei materiali critici e nella sensoristica incorporati nei componenti. Il terzo destinatario, meno ovvio, sono le cancellerie dei singoli Stati membri, invitate implicitamente a valutare se convenga loro sostenere una linea comune quando il conto viene presentato ai rispettivi tessuti industriali e l’alleato transatlantico presenta contemporaneamente il proprio.
Per l’Italia il punto non è difendere l’onore di due aziende. È prendere atto che la nostra esposizione strategica passa per anelli della catena che nessun sistema di monitoraggio nazionale censisce come sensibili. Una società di trenta dipendenti a Concorezzo, che distribuisce trasduttori di posizione, attuatori elettromeccanici, resolver e giroscopi MEMS verso la filiera avionica e aerospaziale, e che importa e qualifica i magneti in terre rare per il manifatturiero del Nord, non compare in alcuna mappatura delle infrastrutture critiche, non rientra nel perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, non è soggetta a golden power. Eppure il Ministero del Commercio cinese ha ritenuto di doverla nominare per esteso in un provvedimento di controllo delle esportazioni, con indirizzo e CAP, accanto a Rheinmetall.
Chi analizza queste vicende sa che gli avversari sistemici dedicano risorse considerevoli alla mappatura delle filiere altrui. Il Comunicato n. 30 è, tra le altre cose, la prova pubblica che quella mappatura esiste, che è aggiornata, e che scende a un livello di granularità superiore a quello di cui disponiamo noi sul nostro stesso apparato produttivo. Un Paese che destina risorse crescenti alla difesa e che discute di autonomia strategica europea dovrebbe, come minimo, sapere quali sono le proprie duecento aziende irrinunciabili, dove comprano, da chi dipendono e che cosa succede se qualcuno le mette in una lista. Al momento lo sa meglio Pechino di noi.
Vale la pena rifletterci prima del ventiduesimo pacchetto.
Fonti primarie e documentali
- Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese, Comunicato n. 30 del 2026, 24 luglio 2026, testo e allegato: https://www.mofcom.gov.cn/zwgk/zcfb/art/2026/art_2c9a32aa73bf4f5ea80ffa83e62fb259.html
- Ministero del Commercio della Repubblica Popolare Cinese, botta e risposta del portavoce, 24 luglio 2026: https://www.mofcom.gov.cn/syxwfb/art/2026/art_4415765208fc48fa979c3c0d25b1b9b7.html
- Consiglio dell’Unione Europea, ventunesimo pacchetto di misure restrittive, 23 luglio 2026: https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/07/23/21st-package-of-sanctions-eu-hits-russian-energy-financial-services-and-crypto-hard/
- Garnet S.r.l., cataloghi prodotti e campi di applicazione: https://garnet.it/prodotti/ e https://garnet.it/campi-di-applicazione/ e https://garnet.it/cat/aerospaziale/
- Garnet S.r.l., comunicazioni ai clienti sulle restrizioni cinesi all’export di terre rare e magneti, aprile e maggio 2025: https://garnet.it/nuove-restrizioni-su-export-di-terre-rare-e-magneti-dalla-cina/ e https://garnet.it/garnet-monitora-la-situazione-import-magneti-dalla-cina/
- Confartigianato, elaborazioni su dati Istat sull’export dei settori a maggiore presenza di micro e piccole imprese, maggio e luglio 2026
- Impatto dei dazi USA: nel breve termine a rischio 7,5 miliardi di export italiano e 897 milioni per i territori di Assolombarda
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Il Comunicato n. 30 del Ministero del Commercio cinese non è un episodio isolato. È il punto in cui la guerra dei dazi e la guerra dei controlli all’export si saldano sulla stessa vittima, cioè l’industria europea
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