Putin, la NATO e la memoria corta: «La decisione spetta all’Ucraina e all’Alleanza»
Nel 2002 Vladimir Putin non ignorava l’avvicinamento dell’Ucraina alla NATO. Ne parlava apertamente e, soprattutto, riconosceva che la decisione spettasse a Kyiv e all’Alleanza. Vent’anni dopo, l’allargamento a est sarebbe diventato una delle principali giustificazioni dell’invasione. Le condizioni possono cambiare, così come le opinioni. I documenti, però, restano.
Il 17 maggio 2002 Vladimir Putin si trovava a Sochi accanto al presidente ucraino Leonid Kuchma. Durante la conferenza stampa congiunta gli venne chiesto quale futuro immaginasse per i rapporti tra Ucraina e NATO.
La risposta è ancora disponibile nella trascrizione ufficiale pubblicata dal… Cremlino!
Putin si disse convinto che l’Ucraina avrebbe continuato ad ampliare la propria cooperazione con la NATO e con gli alleati occidentali. Ricordò l’esistenza di una relazione autonoma tra Kyiv e l’Alleanza e concluse con parole difficilmente equivocabili:
«In definitiva, la decisione spetta alla NATO e all’Ucraina. È una questione che riguarda quei due partner».
Non disse che l’ingresso sarebbe stato auspicabile. Non garantì che Mosca lo avrebbe accolto con entusiasmo. Non rinunciò agli interessi strategici russi. Ma riconobbe che l’Ucraina disponeva di una propria capacità di scelta e che la questione dovesse essere trattata tra Kyiv e la NATO.
Putin sapeva che la NATO si stava allargando
La dichiarazione non arrivò in un momento nel quale l’espansione dell’Alleanza fosse un’ipotesi remota o sconosciuta.
Nel 2002 Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria erano già membri della NATO da tre anni. Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia si preparavano a entrare nell’Alleanza. Nello stesso mese di maggio, i ministri degli Esteri della Commissione NATO-Ucraina decisero di portare le relazioni con Kyiv a un livello superiore, avviando il percorso che avrebbe condotto al Piano d’azione NATO-Ucraina approvato nel novembre successivo.
Putin, dunque, era perfettamente consapevole sia dell’allargamento a est sia della crescente cooperazione tra Ucraina e NATO.
Questo non significa che nel 2002 considerasse l’Alleanza irrilevante o priva di rischi. Significa qualcosa di più limitato, ma storicamente importante: in quella fase non presentava la possibile scelta euroatlantica dell’Ucraina come una minaccia esistenziale tale da annullarne la sovranità.
La trattava come una questione politica da gestire.
Si può cambiare idea?
Naturalmente, un capo di Stato può modificare la propria valutazione strategica. Tra il 2002 e il 2022 cambiarono i governi, gli equilibri internazionali, le leadership ucraine e la percezione russa della propria forza. Cambiarono anche i rapporti tra Mosca e Washington. Le rivoluzioni nello spazio post-sovietico, la guerra in Georgia, la crisi ucraina del 2014, l’annessione russa della Crimea, il conflitto nel Donbass e il progressivo rafforzamento della cooperazione militare tra Kyiv e i Paesi occidentali trasformarono radicalmente il quadro.
Già nel discorso pronunciato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2007, Putin definì l’espansione della NATO una «seria provocazione» e contestò l’avvicinamento delle infrastrutture militari occidentali ai confini russi. Nello stesso intervento, tuttavia, continuò a riconoscere che garantire la propria sicurezza fosse un diritto di ogni Stato sovrano, distinguendo formalmente tale diritto dal dispiegamento delle strutture militari dell’Alleanza.
Nell’aprile 2008 arrivò poi il vertice NATO di Bucarest. I Paesi alleati dichiararono che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri dell’Alleanza, senza però ammetterle immediatamente nel Membership Action Plan e senza fissare una data per l’adesione. Fu una promessa sufficientemente netta da irritare Mosca, ma troppo vaga per offrire a Kyiv una reale garanzia di difesa.
Si può quindi sostenere che la posizione di Putin sia cambiata perché erano cambiate le condizioni. È una tesi discutibile, ma legittima.
Ciò che non è legittimo è raccontare retroattivamente che la Russia avesse sempre considerato inconcepibile qualsiasi relazione tra Ucraina e NATO, o che Mosca fosse stata colta all’improvviso da un processo del quale ignorava direzione e conseguenze.
Putin lo conosceva. Ne parlava pubblicamente. E per un certo periodo riconobbe che la decisione appartenesse all’Ucraina e alla NATO.
Cambiare idea è possibile. Riscrivere le proprie parole è un’altra cosa. Farlo dire ad “altri”, un’altra ancora.
La NATO come spiegazione universale
Una parte della narrazione filorussa presenta l’invasione del 2022 come l’esito pressoché automatico dell’allargamento della NATO. In questa lettura, ogni responsabilità deriva da una pressione occidentale crescente e la Russia appare come un soggetto costretto a reagire.
L’allargamento dell’Alleanza è certamente un elemento della crisi e sarebbe poco serio negarne il peso nella percezione russa. La storia, tuttavia, diventa propaganda quando un fattore reale viene trasformato nell’unica causa possibile e quando vengono cancellati tutti i documenti che disturbano la linearità del racconto.
Le parole del 2002 non dimostrano che la NATO non abbia commesso errori. Non assolvono le capitali occidentali dalle scelte ambigue compiute nei confronti di Kyiv. Non spiegano da sole l’evoluzione autoritaria e revisionista della politica russa.
Dimostrano però che non esisteva una necessità storica immutabile. Esistevano alternative, relazioni ancora negoziabili e una leadership russa che, almeno pubblicamente, riconosceva all’Ucraina una soggettività internazionale oggi frequentemente negata.
Dalla sicurezza alla “denazificazione”
Il 24 febbraio 2022 la giustificazione dell’operazione militare non si limitò alla NATO. Mosca introdusse obiettivi più assoluti: la “smilitarizzazione” e la “denazificazione” dell’Ucraina. La delegazione russa ribadì formalmente questi concetti anche in sede OSCE, descrivendo il territorio ucraino come una testa di ponte dell’Alleanza e accusando formazioni neonaziste di costituire il sostegno del governo di Kyiv.
L’argomento della sicurezza può essere discusso, contestualizzato e confrontato con le dichiarazioni precedenti. La lotta al nazismo, invece, trasporta il conflitto su un piano morale assoluto: non richiede più di spiegare perché nel 2002 l’Ucraina fosse un Paese sovrano autorizzato a scegliere e nel 2022 fosse divenuta un’entità da correggere con la forza.
Il richiamo al nazismo consente di sostituire una controversia geopolitica con una missione storica, trasformando l’avversario da soggetto politico in incarnazione del male. In questo modo, ogni compromesso diventa sospetto e ogni contraddizione precedente può essere accantonata.
Non è possibile dimostrare che tale retorica sia stata costruita esclusivamente per colmare l’incoerenza della giustificazione atlantica. Sarebbe un’affermazione eccessiva. È però difficile non osservare come essa abbia offerto al Cremlino un argomento emotivamente più potente, capace di mobilitare la memoria della Grande guerra patriottica e di rendere secondaria la domanda centrale.
Che cosa accadde tra il Putin che considerava le relazioni con la NATO una questione spettante all’Ucraina e il Putin che negò con le armi le conseguenze di quella scelta?
Le parole restano
La storia non obbliga un leader a mantenere per sempre la stessa posizione. Gli impone però di assumersi la responsabilità dei propri cambiamenti.
Putin poteva affermare che il contesto del 2002 non esisteva più. Poteva sostenere che la NATO fosse cambiata, che l’Ucraina fosse cambiata o che gli interessi russi imponessero una nuova linea. Avrebbe potuto spiegare perché ciò che allora apparteneva a «due partner» fosse divenuto una questione sulla quale Mosca rivendicava un diritto di veto.
Quello che non può fare la ricostruzione di parte è fingere che quelle parole non siano mai state pronunciate.
Si può cambiare idea. Si possono rivedere alleanze, dottrine e valutazioni strategiche. Si può persino ammettere di avere sbagliato.
Ma non si dovrebbe mentire sul passato, soprattutto quando a smentire la nuova versione non sono gli archivi occidentali, bensì il sito ufficiale del Cremlino.
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