Università nel mirino: la nuova frontiera dello spionaggio cinese
Per molto tempo abbiamo associato lo spionaggio alla ricerca di documenti classificati, all’avvicinamento di funzionari pubblici, militari o diplomatici e, più recentemente, alle intrusioni informatiche contro istituzioni e infrastrutture critiche. È una rappresentazione ancora valida, ma ormai incompleta. Nell’economia della conoscenza una parte crescente del vantaggio strategico di uno Stato nasce infatti molto prima che un’informazione venga classificata: nei laboratori universitari, nei centri di ricerca, nello sviluppo di algoritmi, nelle nuove applicazioni dell’intelligenza artificiale, nella crittografia e nelle tecnologie destinate alle comunicazioni.
È proprio su questo terreno che arriva un nuovo e significativo allarme dal Regno Unito. Il 30 settembre l’MI5, il servizio britannico responsabile della sicurezza interna e del controspionaggio, ha diffuso un vero e proprio “Espionage Alert” dedicato al China General Technology Research Institute, CGTRI. Secondo il Security Service, lo scopo principale di questo istituto sarebbe finanziare attività di ricerca capaci di migliorare direttamente le capacità tecniche di spionaggio del Ministero cinese della Sicurezza dello Stato, il Ministry of State Security, generalmente indicato con l’acronimo MSS. Più di cento accademici collegati a istituzioni britanniche avrebbero contribuito a progetti finanziati, attraverso il CGTRI, dall’intelligence cinese.
I settori interessati spiegano bene perché la vicenda venga trattata come una questione di sicurezza nazionale e non come una semplice controversia sulla trasparenza dei finanziamenti universitari. Le attività individuate riguarderebbero cybersecurity, intelligenza artificiale, sistemi di comunicazione clandestina e steganografia, vale a dire tecniche che consentono di nascondere l’esistenza stessa di un messaggio all’interno di altri contenuti o dati. Non parliamo quindi necessariamente di scienziati ai quali sarebbe stato chiesto di consegnare segreti militari britannici. Il modello appare più sofisticato: sfruttare ricerca, competenze e cooperazione accademica per acquisire conoscenze utilizzabili nello sviluppo delle capacità operative di un servizio d’intelligence.
C’è però un elemento ancora più interessante. L’MI5 sottolinea che, in alcuni casi, gli accademici britannici coinvolti potrebbero non essere stati consapevoli del fatto che dietro il progetto al quale stavano collaborando vi fosse, come finanziatore finale, il CGTRI. È probabilmente questo il nodo centrale dell’intera vicenda.
Nell’intelligence contemporanea non è sempre necessario reclutare consapevolmente una fonte. Talvolta è sufficiente costruire una catena sufficientemente lunga di università, istituti, ricercatori, società o programmi di finanziamento affinché il destinatario di una richiesta non riesca più a vedere chi si trovi realmente all’altro capo della relazione. Il problema non è soltanto sapere con chi si collabora, ma comprendere per chi, in ultima analisi, quella ricerca viene finanziata e quale uso possa essere fatto dei suoi risultati.
Il governo britannico ha adottato una posizione particolarmente netta. Il ministro della Sicurezza Dan Jarvis ha chiesto alle università e agli accademici di porre fine a ogni rapporto con il CGTRI e ha scritto ai vertici degli atenei affinché aiutino il proprio personale a interrompere le collaborazioni esistenti. L’MI5 ha inoltre invitato le istituzioni universitarie a riesaminare immediatamente ogni progetto in corso o programmato e, più in generale, a verificare quale sia la fonte ultima dei finanziamenti quando vengono avviate collaborazioni di ricerca con istituzioni cinesi. Il servizio britannico richiama anche le possibili implicazioni del National Security Act 2023 e suggerisce a chi intendesse proseguire attività finanziate dal CGTRI di acquisire una consulenza legale indipendente.
Pechino respinge completamente questa ricostruzione. L’Ambasciata cinese nel Regno Unito ha definito le accuse prive di fondamento e “puramente fabbricate”, sostenendo che le collaborazioni tra università britanniche e cinesi avvengono volontariamente, nel rispetto delle norme e producono benefici reciproci. È una posizione che deve essere registrata, perché distingue le accuse formulate dall’intelligence britannica dalla risposta ufficiale cinese. Ma non cambia la natura del problema che Londra sta cercando di affrontare: come proteggere un sistema universitario che, per funzionare e progredire, deve rimanere aperto alla collaborazione internazionale senza trasformare proprio quella apertura in una vulnerabilità sfruttabile da apparati statali stranieri.
Il nuovo allarme dell’MI5, peraltro, non nasce nel vuoto. Nel febbraio scorso oltre settanta responsabili di università britanniche avevano partecipato a un briefing sulla minaccia delle interferenze straniere tenuto dal direttore generale dell’MI5 Ken McCallum e dai vertici della sicurezza informatica britannica. Il governo aveva contemporaneamente diffuso nuove indicazioni per aiutare gli atenei a riconoscere tentativi di condizionamento, appropriazione della ricerca e compromissione della libertà accademica. Il Regno Unito ha quindi iniziato a considerare la “research security” come una componente della sicurezza nazionale, cercando di costruire negli atenei una consapevolezza che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente al mondo della difesa e dell’intelligence.
La questione diventa ancora più chiara se collegata a un altro avvertimento diffuso nel giugno scorso dai servizi dei Five Eyes, l’alleanza d’intelligence composta da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. In quel caso veniva segnalato l’utilizzo, da parte di apparati d’intelligence cinesi, di piattaforme professionali e siti dedicati alla ricerca di lavoro per avvicinare persone in possesso di informazioni sensibili. Gli operatori potevano presentarsi come recruiter, consulenti o rappresentanti di società di copertura collocate anche al di fuori della Cina. Tra i soggetti potenzialmente interessanti non figuravano soltanto militari e funzionari governativi, ma anche accademici, giornalisti, ricercatori, collaboratori di think tank e professionisti con accesso, diretto o periferico, ai settori della difesa, della sicurezza e della politica estera.
È la stessa logica che rende il mondo universitario particolarmente interessante per un servizio d’intelligence. L’università concentra conoscenze avanzate, relazioni internazionali, tecnologie emergenti e persone abituate per professione a scambiarsi informazioni. La cultura accademica incoraggia inoltre la condivisione, la pubblicazione dei risultati e la costruzione di reti transnazionali. Tutto ciò costituisce una straordinaria risorsa per la società, ma può diventare contemporaneamente una superficie di raccolta informativa difficilmente proteggibile con i tradizionali strumenti del controspionaggio.
Esiste poi il problema delle tecnologie dual use. Un algoritmo sviluppato per finalità civili può trovare applicazioni militari. Una ricerca sulla sicurezza delle reti può contribuire tanto a difenderle quanto a comprenderne le vulnerabilità. Tecniche nate per proteggere comunicazioni private possono essere adattate alla comunicazione clandestina. L’intelligenza artificiale, la crittografia, la robotica, le tecnologie quantistiche, i semiconduttori e l’analisi di grandi quantità di dati sono ormai settori nei quali la distinzione fra ricerca civile, potenziale applicazione militare e interesse intelligence diventa sempre meno netta.
Non significa trasformare ogni collaborazione scientifica con la Cina in un sospetto di spionaggio. Sarebbe non soltanto sbagliato, ma anche controproducente. La cooperazione scientifica internazionale rimane essenziale e anche le università britanniche hanno ribadito il suo valore. Il punto è diverso: l’apertura non può più significare assenza di verifica. Prima di condividere dati, conoscenze, software, metodologie o risultati di ricerca in settori strategici occorre sapere chi sono realmente i partner, chi finanzia il progetto, quale struttura proprietaria o istituzionale esiste dietro un interlocutore e quali legami questo possa avere con apparati statali o militari.
È una lezione che non riguarda soltanto il Regno Unito. Anche le università europee, Italia compresa, partecipano a una rete globale di collaborazioni scientifiche che rappresenta uno dei principali motori dell’innovazione. Proprio per questo la sicurezza della ricerca dovrebbe progressivamente diventare parte integrante della cultura universitaria. Non servono università chiuse, ma università consapevoli. Non bisogna impedire la cooperazione internazionale, bensì comprendere quando dietro una collaborazione apparentemente accademica possa esistere un interesse diverso da quello dichiarato.
Lo spionaggio del XXI secolo non cerca soltanto documenti custoditi in una cassaforte. Cerca competenze, algoritmi, idee, relazioni e conoscenze ancora in fase di sviluppo. E qualche volta, per ottenerle, non ha bisogno di penetrare clandestinamente in un laboratorio. Può essere sufficiente finanziarlo.
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