America 250: il mito si incrina tra Trump, rabbia sociale e nuovo socialismo
Intro: Jimi Hendrix – The Star Spangled Banner, Woodstock, 18 agosto 1969, e Born in the USA Bruce Springsteen, 4 giugno 1984
250 anni e sentirli tutti, bruciando subito piuttosto che ardendo lentamente. Che accanto alle celebrazioni trovi posto un momento di riflessione non guasta, visto che la coesione nazionale ha dovuto condividere il palco con momenti poggiati instabilmente su punti di faglia, non ultimi la ribadita validità del 14° emendamento della Costituzione sullo ius soli, e la vittoria elettorale dei candidati democratici radicali, sponsorizzati dal sindaco Mamdani, carismatico ma non un nuovo John Reed.
L’importanza della posta in gioco si evince surfando sul sito della Casa Bianca, dove la storia d’America, prodotta con lo Hillsdale College, è raccontata secondo una sequenza di successi, con la gemma dei primi 365 giorni del secondo mandato trumpiano, nel castone di un dossier che rammenta l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 come una data che vivrà nell’infamia, citazione rubata a F.D. Roosevelt dopo Pearl Harbor e riferita non all’assalto ma a chi lo ha posto sotto indagine.
È una storia fatta di fratture e riparazioni, non tutte eseguite a regola d’arte; la spaccatura più attuale separa coloro che credono che l’attuale sistema possa garantire diritti ed equità collettivi, dai disamorati che non ci credono più.
La sottile linea rossa tra storia e propaganda scompare mentre il presidente in carica rilancia la sua immagine nell’ennesimo esercizio di culto di una personalità che si sta avviando a toccare indici di gradimento particolarmente bassi e flottanti in un contesto instabile alimentato dalla stessa Casa Bianca. Il caldissimo spartiacque preelettorale estivo anticipa le primarie di partito e dunque segna un momento utile a raccogliere energie, laddove anche ai dem moderati non vengono risparmiati strali per promesse sparse a piene mani, con gratuita prodigalità, ma mai mantenute quando si è trattato di saldare i conti.
La linea di faglia più evidente è quella del sindaco di NY, capace di infondere un sentimento pauperistico assisiate ed antimiliardario, in accordo con l’idea della ricerca dell’accessibilità al benessere più diffuso. Il problema è che, indipendentemente, si è assistito ad uno spostamento dalla polarizzazione alla radicalizzazione, testimoniata dalle manifestazioni di dissenso culminate con gli omicidi della democratica Melissa Hortman e del conservatore Charlie Kirk, senza contare la minaccia del movimento accelerazionista, avverso per natura allo stato democratico, e la crisi del sistema bipartitico.
Benvenuti, dunque, al realismo da pillola rossa della tana del bianconiglio, dove si può prendere coscienza dei propri super poteri ma senza riuscire a garantire al contesto l’ordine desiderato, posto che il problema non è tanto l’assenza di capacità quanto la mancanza di facoltà di tradurla in influenza; l’opzione strategica non è più dunque tra realismo e multilateralismo, ma tra la comprensione di come si muove il potere ed il rimpianto per il gusto del primato assertivo, che ha sempre più bisogno di istituzioni che organizzino la politica di potenza, posto che Truman e Marshall appartengono ormai alla storia.
Oggi il realismo soggiace ad un doppio vincolo: Cina e polarizzazione interna, dove la strategia di negazione diventa un concetto operativo destinato a fallire, e dove i soggetti politici, amici o nemici che siano, valutano la fluidità interna, specie ora, al tempo dell’ambitissimo contesto dell’IA, cercando di evitare improponibili momenti bipolaristici da Guerra Fredda; difficile dunque tornare ad un momento unipolare. Del resto, la narrazione dell’eccezionalismo, caratterizzato dell’idea che gli USA siano una società priva di classi cullata dal benessere, rientra tra i miti da rivedere, dove la realtà storica descrive dinamiche di conflitti durissimi tra capitale e lavoro e dove la frammentazione etnico-razziale ha giocato e gioca un ruolo rilevante.
Quello che rimane, tra gli altri, è il timore di forti contrasti sociali polarizzati tra il sistema Trump e quello attestato sull’l’establishment centrista/progressista dei New Democrats, caratterizzati da diffusi attriti a bassa intensità, capaci di produrre balcanizzazione e violenza politiche estese, dalla mancanza di prese di coscienza politiche oggettive, e dalla presenza di punti catalizzanti, quali immigrazione, elezioni, uso della legislazione d’emergenza. Il collante provvidenziale è quello dell’economia dei consumi, almeno finché reggerà: della serie quando l’iphone ti salva il cadreghino.
Per il GOP il rischio di una vittoria dem rimane quello del gridlock e dell’ostruzionismo finanziario, precursore della frammentazione istituzionale. Insomma, il neosocialismo di Mamdani ed il New Deal di Roosevelt basano entrambi il loro consenso sulla base di promesse tangibili, dove lo stato è il garante di ultima istanza, e dove il grande capitale è un nemico.
Et voilà la lotta di classe a stelle strisce, beninteso, una storia fatta di sangue e non di cellulosa hollywoodiana. Il fatto è che mentre Franklin Delano era un aristocratico progressista che voleva salvare il sistema di libero mercato, Mamdani si muove in un’ottica socialista democratica: il New Deal era Top Down, il New Dems un bottom up che unisce giustizia economica e diritti civili a cui la classe lavoratrice americana, toccata sulle necessità, risponde di sì, ma che rimane di difficile esportazione, anche perché il mito del self-made man, in coppia con la diffidenza ancestrale verso lo stato centrale, rimangono fortissimi. Se volete, il socialismo americano rimanda moltissimo ad una sorta di compromesso storico, con un capitalismo regolato grazie ad una rete di protezione sociale.
In ogni caso, Mamdani, con l’elezione di candidati vicini alle sue posizioni, ha lanciato un segnale, non solo agli antagonisti GOP ma anche ad una leadership democratica ostile, lontana dai Democratic Socialists of America.
Don’t you feel like you’re a rider on a downbound train?
Il Boss ci porta da pari suo all’economia, sempre più spesso un downbound train che corre verso il basso e da cui non si scende. Quello che è accaduto a NY è più il prodotto di un populismo operaio che di radicalismo ideologico, visto l’intiepidimento per il woke e la sensibilizzazione per le più concrete difficoltà economiche, poco in voga a Manhattan dove se lo possono permettere.
È davvero arrivato il momento di Bernie Sanders, oggi senza le sue muffole, e dell’idea di outsiders contro insiders, un’idea quanto sopravvalutata si vedrà a novembre in funzione del mantenimento della reputazione da classe operaia, parzialmente ceduta ai GOP come testimoniato dalla storia hillbilly del vice president Vance e dalla riscoperta dello Spirit of ’76 (sentitevi gli Alarm del 1985, valgono la pena), un’idea attempata ma ancora radicale che, tra un fuoco d’artificio e l’altro, risveglia l’eccezionalismo yankee, un’idea riesumata dalla politica asimmetrica di Mamdani, nuovo kingmaker dem e maestro di affordability, di concretezza economica.
Occhio però al Tea party moment dem, attento alla moderazione di swing states su politiche troppo a sinistra, su temi fiscali o giustizia penale; insomma, attenzione alla guerra di logoramento interna, malgrado l’auspicato modello socialdemocratico alla europea ed in vista di un’eccessiva e rischiosa polarizzazione, arma elettorale regalata ai Repubblicani e che ha frammentato il partito privandolo di esponenti moderati e di colore.
In breve, nella terra dei paradossi, ecco la fine dei new dem degli anni ’80, spesso accusati di contiguità alla politica liberista neocon, ma detentori di un brand invidiabile ed attrattivo, per chi si è accontentato senza analizzare. Di fatto l’attuale politica presidenziale ha sdoganato termine e concetto di socialismo, risultato rimarchevole se si pensa che è stato conseguito grazie a chi vede anche solo la parola come fumo negli occhi; eppure, il progetto economico socialist potrebbe non essere così promettente, visto che la socialdemocrazia richiede in genere aliquote fiscali più elevate in cambio di maggiori servizi pubblici.
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si paga; magari gli americani, che non sanno sulla carta dov’è l’Ucraina, non sanno nemmeno cosa sia di preciso il socialismo, se non un pensiero associato ad una gratificante fraccata di bastonate fiscali su gropponi miliardari, benché le aliquote federali sui redditi bassi siano inferiori a quelle di 30 anni fa ed il livello di imposizione sullo spremutissimo ceto medio (che non ha idee ma le ha tutte) non riesce più a coprire lo stato sociale. Ovvio che poi il deficit salga, con un aumento di tassi d’interesse, prezzi, Medicare e Social Security.
Dilemma a stelle e strisce: meglio tagliare le imposte e mandare a ramengo lo stato sociale, o il contrario?
Il modello scandinavo, tanto caro a Sanders, potrebbe non essere idoneo per gli USA, come super tassare, addirittura retroattivamente, i Paperoni potrebbe non bastare, specie se poi delocalizzano le loro attività: è così, la ricchezza è mobile e cerca lo Stato con le tasse più basse, per la gioia della fuga di capitali ed il calo degli investimenti a lungo termine. Probabilmente la strada più facile e percorribile sta nella riforma (seria) del sistema esistente.
Attenzione perché lo Stato non è da meno con le sue crisi da shutdown di bilancio, divenuta ormai arma consuetudinaria di logoramento istituzionale, scenario che potrebbe ripetersi nel caso di coabitazione forzata tra la Casa Bianca e un Congresso a maggioranza Dem, con poteri di veto incrociati e durate temporali come mezzi d’attrito, e ti saluto le teorie e la stabilità del dollaro.
Anche la stampa non ci va giù leggera, ed il successo dei socialists viene visto come l’espressione di un’ondata populista e insorgente che ha segnato il sorpasso sulla leadership democratica ufficiale del Congresso ma che viene stigmatizzata come l’immagine speculare del movimento Maga, dove conta solo la fedeltà alla fazione; magari non sarebbe così inopportuno trarre in anticipo qualche lezione dagli insuccessi Labour inglesi, a meno di due anni da una vittoria elettorale indiscutibile; Starmer dimostra che, in questa politica, vincere sfruttando solo il malcontento verso gli avversari non basta; la volatilità elettorale e la competenza senza visione incidono, eccome.
Finiamo nel mezzo del midterm, mai come ora a quagmire, un pantano, come sempre associato a guerre improvvide a cominciare da Kennedy per giungere alle attuali farse condizionate da politiche presidenziali volte ad agevolare industria, terziario e Wall Street ridisegnando mappe elettorali e procedure.
Alla vigilia delle 250 candeline, l’America affronta una crisi d’identità: l’orgoglio nazionale ha raggiunto il minimo storico, con appena il 33% dei cittadini fieri di essere americani (Gallup) e privi di fiducia nelle istituzioni secondo un refrain già visto per il Vietnam e per il Watergate. Se i valori fondanti crollano e il denaro assume centralità, gli USA devono dimostrare l’inclusività della loro economia.
Vance acclara che la rabbia sociale non è più un monopolio della sinistra, mentre Mamdani tenta di costruire un modello politico dall’interno Dem; ecco perché Vance sposta tutto verso destra alimentando un populismo conservatore non a caso incentrato sulla sovranità economica.
God bless America…
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