Delta Force: l’unità fantasma che ha cambiato la storia delle operazioni speciali
Gli operatori che si fanno chiamare semplicemente “the Unit” rappresentano il vertice assoluto delle capacità antiterrorismo americane. Una storia di fallimenti, redenzioni e operazioni che hanno eliminato i terroristi più ricercati del pianeta.
Il 26 ottobre 2019, otto elicotteri si levarono in volo dalla base di Erbil, in Iraq, e puntarono verso il confine siriano. A bordo c’erano circa settanta operatori della più segreta unità militare americana, diretti verso un compound nel villaggio di Barisha, nella provincia di Idlib. Il loro obiettivo: Abu Bakr al-Baghdadi, il “califfo” dell’ISIS. La missione era stata battezzata “Operazione Kayla Mueller”, dal nome di una giovane cooperante americana rapita, violentata e uccisa dallo stesso al-Baghdadi. Quando il leader terrorista si fece esplodere in un tunnel senza uscita, inseguito da un cane militare di nome Conan, il comandante della missione trasmise un messaggio semplice: “Jackpot”.
È questo il biglietto da visita della Delta Force, o meglio, del 1st Special Forces Operational Detachment-Delta, l’unità che gli addetti ai lavori chiamano con una decina di nomi diversi – CAG, ACE, Task Force Green – ma che i suoi membri preferiscono definire semplicemente “the Unit”, l’Unità.
Le radici britanniche di un’idea americana
La nascita della Delta Force non può essere compresa senza conoscere la figura di Charles Alvin Beckwith, un texano di Atlanta con un passato da giocatore di football universitario che nel 1952 rifiutò un’offerta dei Green Bay Packers per arruolarsi nell’Esercito. Una scelta che avrebbe cambiato la storia militare americana.
Nel 1962, Beckwith venne inviato in Malesia come ufficiale di scambio presso il 22° Reggimento del Special Air Service britannico. Fu un’esperienza che lo segnò profondamente. Il giovane capitano americano osservò come i britannici selezionavano, addestravano e impiegavano i loro operatori: piccoli team autonomi, capaci di operare per settimane dietro le linee nemiche, con standard fisici e psicologici che sembravano impossibili.
Beckwith contrasse una leptospirosi talmente grave che i medici gli diedero tre settimane di vita. Sopravvisse. Tornato in Vietnam, nel 1966 venne colpito all’addome da un proiettile calibro .50, un colpo che normalmente stacca gli arti. I chirurghi lo diedero per spacciato. Sopravvisse anche a quello. C’era chi diceva che “Chargin’ Charlie” avrebbe attaccato l’inferno con un secchio d’acqua.
Per anni Beckwith martellò i vertici militari con proposte per creare un’unità americana modellata sul SAS. Scrisse rapporti, memorandum, presentazioni. L’establishment militare lo ignorò sistematicamente. Servì l’ondata di terrorismo internazionale degli anni Settanta – Monaco 1972, dirottamenti aerei, sequestri di ostaggi – per convincere il Pentagono che gli Stati Uniti avevano bisogno di una capacità dedicata al contrasto del terrorismo.
Il 19 novembre 1977, la Delta Force venne ufficialmente attivata a Fort Bragg, Carolina del Nord. Beckwith ebbe carta bianca per costruire l’unità secondo la sua visione: voleva soldati maturi, capaci di pensare autonomamente, con “mezza oncia di paranoia” e la capacità di leggere una situazione e adattarsi istantaneamente.
Il battesimo di fuoco e il disastro di Desert One
La Delta Force era operativa da appena due anni quando venne chiamata a compiere la sua prima missione: liberare i 52 diplomatici americani tenuti in ostaggio nell’ambasciata di Teheran. L’Operazione Eagle Claw, lanciata il 24 aprile 1980, si trasformò in un incubo.
Il piano prevedeva che otto elicotteri RH-53D Sea Stallion trasportassero gli operatori Delta attraverso il deserto iraniano fino a un punto di rendez-vous chiamato Desert One, dove avrebbero fatto rifornimento da aerei C-130. Da lì avrebbero proseguito verso Teheran per l’assalto all’ambasciata.
Non andò nulla come previsto. Una tempesta di sabbia danneggiò tre elicotteri, riducendo la flotta disponibile sotto il minimo necessario. Il comandante della missione fu costretto ad abortire. Durante il ritiro, un elicottero in manovra colpì un C-130 carico di carburante. L’esplosione uccise otto militari americani. I corpi carbonizzati vennero mostrati dalla televisione iraniana al mondo intero.
Beckwith tornò a Washington devastato. Ma il fallimento di Eagle Claw ebbe conseguenze decisive per il futuro delle operazioni speciali americane. Il Pentagono creò il 160th Special Operations Aviation Regiment, i leggendari “Night Stalkers”, un’unità di aviatori addestrati esclusivamente per supportare le forze speciali. Parallelamente, la Marina avviò la formazione del SEAL Team Six. Soprattutto, venne istituito il Joint Special Operations Command (JSOC), il comando congiunto che ancora oggi coordina le unità Tier One americane.
Il fallimento in Iran, insomma, gettò le basi per i successi dei decenni successivi.
La selezione: quattro settimane per diventare nessuno
Chi vuole entrare nella Delta Force deve prima superare una selezione che ha il tasso di fallimento tra i più alti del mondo militare. Il 90% dei candidati non arriva alla fine. Di quel 10% che completa la selezione, un altro 50% viene eliminato durante il corso successivo. In pratica, solo il 5% di chi inizia diventa un operatore.

Il corso di Assessment and Selection si svolge due volte l’anno, in primavera e in autunno, sulle montagne della West Virginia. I candidati devono essere militari in servizio attivo, in genere con il grado compreso tra E-4 ed E-8 per gli arruolati, o capitani e maggiori per gli ufficiali. Devono aver completato l’addestramento paracadutistico e possedere un punteggio elevato nei test attitudinali.
La maggior parte proviene dai Ranger del 75° Reggimento o dai Berretti Verdi delle Special Forces, anche se in linea teorica qualsiasi militare americano può presentare domanda. Secondo un rapporto del 2006 della Commissione Forze Armate del Congresso, circa tre quarti degli operatori Delta provengono dai Ranger.
Le prime fasi testano la resistenza fisica: marce notturne con zaini da 16 chilogrammi, che diventano progressivamente più pesanti mentre le distanze aumentano e i tempi si accorciano. Il culmine è una marcia di 64 chilometri su terreno montagnoso con uno zaino da 20 chili, senza limiti di tempo dichiarati – perché il tempo limite è classificato.
Ma la vera selezione è psicologica. Gli istruttori non gridano, non umiliano, non danno indicazioni. Osservano. Quello che cercano non sono i fisici più prestanti, ma le menti più resistenti: individui capaci di prendere decisioni autonome sotto stress estremo, di operare isolati per lunghi periodi, di mantenere lucidità quando tutto va storto.
Chi sopravvive alla selezione accede all’Operator Training Course, un programma di sei mesi che trasforma i candidati in operatori. Il curriculum è classificato, ma le fonti aperte indicano che include: tiro istintivo e combattimento ravvicinato (Close Quarter Battle), tecniche di irruzione e uso di esplosivi, guida offensiva e difensiva, protezione di personalità, e un intero blocco dedicato al “tradecraft” – le tecniche di spionaggio tipicamente associate alla CIA: sorveglianza, controsorveglianza, incontri clandestini, “dead drop”.
Il corso si conclude con un esercizio finale che mette alla prova tutte le competenze acquisite in uno scenario complesso e dinamico. Solo chi lo supera riceve l’assegnazione a uno degli squadroni operativi.
Struttura e organizzazione
La Delta Force è strutturata in modo simile al SAS britannico che l’ha ispirata. Gli operatori sono organizzati in squadroni identificati da lettere: A, B, C e D sono squadroni d’assalto, ciascuno composto da circa 75-90 operatori suddivisi in team. Lo Squadrone E fornisce supporto aereo con una piccola flotta di elicotteri leggeri AH-6 e MH-6 Little Bird. Lo Squadrone G si occupa di operazioni clandestine particolarmente sensibili.
Secondo le stime pubblicate dal giornalista militare Sean Naylor nel libro “Not a Good Day to Die”, l’unità conta complessivamente circa 1.000 effettivi, di cui 250-300 sono operatori addestrati per azioni dirette e liberazione di ostaggi. Il resto è personale di supporto altamente specializzato: analisti di intelligence, medici, tecnici esplosivisti, specialisti delle comunicazioni, sviluppatori di equipaggiamento.
Una caratteristica distintiva della Delta è il “Funny Platoon”, una cellula interna di intelligence che opera indipendentemente per raccogliere informazioni sui potenziali obiettivi. È anche una delle pochissime unità operative americane ad aver impiegato donne in ruoli di copertura.
Gli operatori godono di standard estetici rilassati rispetto al resto dell’esercito: capelli lunghi, barbe, orecchini, abbigliamento civile. Non è vanità, ma necessità operativa. Un operatore potrebbe doversi infiltrare in un ambiente dove un taglio militare e un fisico da bodybuilder sarebbero immediatamente sospetti.
L’arsenale degli operatori
Se c’è un’arma che identifica la Delta Force più di ogni altra, è l’HK416. Questo fucile d’assalto nacque proprio dalla collaborazione tra l’unità e la tedesca Heckler & Koch nei primi anni Duemila. Gli operatori volevano un’arma più affidabile dell’M4 standard, meno soggetta a inceppamenti nella polvere e nel fango dei teatri operativi.
Il risultato fu un fucile basato sulla piattaforma AR-15, ma con un sistema a pistone a corsa corta derivato dal G36. L’HK416 richiede meno manutenzione, si surriscalda meno e funziona meglio in condizioni avverse. La variante da 10,4 pollici è particolarmente apprezzata per il combattimento in spazi confinati.
Quanto alle pistole, la Delta ha una lunga tradizione con la Colt M1911 calibro .45, che venne pesantemente modificata per garantire affidabilità quasi assoluta. Negli anni l’unità è passata anche alla Glock e alla Beretta M9, ma la .45 rimane un simbolo.
Per l’equipaggiamento ottico, gli operatori utilizzano spesso i visori notturni GPNVG-18 a quattro tubi, dispositivi che costano circa 48.000 dollari l’uno e offrono un campo visivo panoramico di 120 gradi. Non sono esclusivi della Delta, ma la loro presenza è un buon indicatore che ci si trova di fronte a un’unità Tier One.
Mogadiscio: la giornata più lunga
Il 3 ottobre 1993, la Task Force Ranger composta da operatori Delta e Ranger del 75° Reggimento lanciò quella che doveva essere un’operazione di routine: catturare due luogotenenti del signore della guerra somalo Mohamed Farrah Aidid durante un incontro all’Hotel Olympic di Mogadiscio. L’operazione doveva durare trenta minuti.
Si trasformò in diciotto ore di combattimenti urbani che cambiarono la storia delle operazioni speciali americane.
Quando il Black Hawk con indicativo Super 61 venne abbattuto da un RPG alle 16:20, la missione degenerò. Un secondo elicottero, Super 64, venne colpito venti minuti dopo. Le strade di Mogadiscio si riempirono di miliziani armati e civili ostili. Il convoglio di evacuazione si perse più volte nelle strade labirintiche della città.
Al secondo sito di impatto, due tiratori scelti Delta – il Sergente di Prima Classe Randy Shughart e il Master Sergeant Gary Gordon – chiesero tre volte di essere sbarcati per proteggere l’equipaggio ferito. Le prime due richieste vennero negate: la situazione era troppo pericolosa. Alla terza, il permesso fu accordato.
Armati solo di fucili di precisione e pistole, i due operatori tennero a bada la folla per oltre dieci minuti. Gordon fu il primo a cadere. Shughart recuperò il suo fucile, lo consegnò al pilota ferito Michael Durant, e continuò a combattere finché non venne sopraffatto. I somali contarono 25 morti tra i miliziani che tentarono di prendere quella posizione.
Shughart e Gordon ricevettero la Medal of Honor postuma – i primi militari americani a riceverla dalla guerra del Vietnam. Durant fu catturato e rilasciato dopo undici giorni di prigionia.
Alla fine della battaglia, 18 americani erano morti e 73 feriti. Ma gli obiettivi della missione erano stati raggiunti: i due luogotenenti di Aidid erano stati catturati. Mark Bowden raccontò quei fatti nel libro “Black Hawk Down”, poi diventato il film di Ridley Scott che ha portato la Delta Force nell’immaginario collettivo globale.
Le guerre del terrore
Dopo l’11 settembre 2001, la Delta Force divenne lo strumento principale della caccia ai leader di al-Qaeda e poi dell’ISIS. Nel novembre 2001, gli operatori furono tra i primi soldati americani sul terreno in Afghanistan, partecipando alla battaglia di Tora Bora nel tentativo di catturare o uccidere Osama bin Laden.
In Iraq, nel dicembre 2003, operatori Delta parteciparono all’Operazione Red Dawn che portò alla cattura di Saddam Hussein, trovato nascosto in un buco nel terreno vicino a Tikrit.
Negli anni successivi, l’unità condusse migliaia di raid notturni in Iraq e Afghanistan. Secondo fonti citate da SOFREP, nel 2009 il tasso di feriti tra gli operatori Delta schierati in Iraq aveva raggiunto il 20%, e la metà di chi era stato dispiegato aveva ricevuto un Purple Heart.
Il raid che eliminò al-Baghdadi nel 2019 fu solo l’ultimo di una lunga serie. Il cane militare Conan, un Pastore Belga Malinois ferito durante l’inseguimento nel tunnel, venne ricevuto alla Casa Bianca e divenne una piccola celebrità mediatica – uno dei rari momenti in cui l’esistenza stessa della Delta Force venne pubblicamente riconosciuta dalle autorità americane.
Il velo della segretezza
Il governo degli Stati Uniti non ha mai confermato ufficialmente l’esistenza della Delta Force. Non esistono documenti pubblici che ne descrivano la struttura, non ci sono cerimonie di consegna delle decorazioni aperte alla stampa, non ci sono portavoce ufficiali. Quando i suoi operatori cadono in combattimento, le comunicazioni alle famiglie parlano genericamente di appartenenza a “unità dell’esercito”.
Questa cultura del silenzio è intenzionale e fa parte dell’identità stessa dell’unità. A differenza dei Navy SEAL, che negli ultimi anni hanno visto diversi ex operatori pubblicare memoir e apparire in documentari, la Delta Force mantiene un profilo bassissimo. Chi parla viene ostracizzato dalla comunità.
Eric Haney, ex operatore che pubblicò “Inside Delta Force” nel 2002, rimane una delle pochissime fonti dirette sulla vita all’interno dell’unità. Il libro di Beckwith stesso, “Delta Force: A Memoir by the Founder”, uscito nel 1983, resta il testo fondamentale per comprendere le origini e la filosofia del reparto.
Le poche immagini di operatori Delta in azione che circolano pubblicamente li mostrano spesso con il volto oscurato, in abbigliamento che potrebbe appartenere a qualsiasi contractor civile o forza alleata. È una scelta precisa: in un mondo dove l’identità può diventare un bersaglio, l’anonimato è la prima linea di difesa.
Il motto silenzioso
La Delta Force non ha un motto ufficiale, perché ufficialmente non esiste. Ma chi ne conosce la storia sa che l’unità ha fatto proprio quello del SAS britannico che l’ha ispirata: “Who Dares Wins” – chi osa vince.
A quasi cinquant’anni dalla sua fondazione, la Delta Force rimane ciò che Charlie Beckwith sognava quando i generali del Pentagono lo ignoravano: un’unità capace di arrivare ovunque, colpire chiunque, e svanire prima che qualcuno capisca cosa sia successo.
Dal fallimento nel deserto iraniano al compound di al-Baghdadi in Siria, la strada è stata lunga. Ma il messaggio che quegli operatori silenziosi hanno trasmesso al mondo è sempre lo stesso: per quanto tu possa nasconderti, per quanto potente tu possa essere, se l’America decide che il tuo tempo è finito, arriverà qualcuno a bussare alla tua porta.
Di notte, quasi certamente. E probabilmente non busserà.
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