Elena Bacchin: 24 maggio 1915
Elena Bacchin
Ed.Laterza, Bari 2021
pagg.254
“Alle 10,35 del 23 maggio 1915, il Regno d’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria Ungheria.” I vecchi alleati, quindi, divennero dei nemici. “Nelle prime 24 ore di guerra, in diversi luoghi di quello che si pensava il Regno d’Italia, il conflitto entrò nelle case e nelle vite delle persone.”
Così l’autrice, docente presso l’università di Vienna, ci introduce a questo suo saggio nel quale descrive il giorno dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra da diversi punti di vista.
Da una parte c’era la Triplice alleanza tra Italia, Germania e Austria – Ungheria, sottoscritta, nel 1882, dall’allora presidente del Consiglio Francesco Crispi, dove veniva sancito che “qualora uno dei tre stati contraenti fosse stato attaccato, senza che l’aggressione fosse stata direttamente provocata, gli alleati sarebbero dovuti intervenire.” I rapporti fra Roma e Vienna, però, non furono mai facili. Dall’altra c’era la Triplice intesa, tra Francia, Russia e Gran Bretagna.
Quello che accadde, però, dopo l’attentato di Sarajevo dove, il 28 giugno 1914, uno studente serbo di vent’anni uccise l’erede al trono austro – ungarico Francesco Ferdinando, fu che “con un effetto domino erano tutti in guerra. Tutti in guerra per ragioni difensive. Chi per bloccare il nazionalismo slavo, chi per proteggerlo. Chi per difendere gli interessi nazionali, chi per tutelare le potenze neutrali. Tutti volevano difendere la civiltà europea di cui si ritenevano i massimi esponenti. Il sistema di alleanze che avrebbe dovuto frenare la guerra di fatto la permise. L’Italia se ne tenne fuori. Unica tra le potenze alleate, si dichiarò neutrale e si prese una pausa.” Infatti, il patto con l’Austria – Ungheria prevedeva che l’Italia sarebbe dovuta entrare in azione solo nel caso in cui l’alleata fosse stata attaccata. Ma non era questo il caso.
Fu così che il 2 agosto 1914 l’Italia dichiarò la propria neutralità, il 26 aprile 1915 firmò il Patto di Londra con l’Intesa impegnandosi ad entrare in guerra entro un mese e il 4 maggio 1915 uscì dalla Triplice alleanza aderendo alla Triplice intesa. “Per qualche giorno l’Italia era stata formalmente alleata di entrambe le coalizioni in guerra.”
“Il 24 maggio si aprirono ufficialmente le ostilità. A Vienna gli spaghetti divennero la pasta del tradimento, gli italiani i pomodori traditori.” L’entrata in guerra dell’Italia rappresentò la sconfitta di Giolitti che, “più di ogni altro, si era opposto al conflitto, tanto da diventare l’emblema della neutralità.” Salandra, invece, “divenne il fautore della guerra. Il conflitto diventò l’emblema dell’antigiolittismo, di quel sistema che si credeva responsabile di tutti i mali d’Italia.” La piazza divenne un nuovo spazio per la politica, con comizi che, nonostante i divieti, in varie zone d’Italia furono giornalieri.
Nei dieci mesi di neutralità nelle piazze si formarono schieramenti, si scontrarono neutralisti e interventisti. Esse “diventarono l’arma degli interventisti. Battisti la loro miglior pallottola.” Nei giorni di maggio, definito radioso, dove le piazze furono protagoniste, D’Annunzio ne fu il leader. “Erano tante guerre assieme quelle degli interventisti: quella per le terre irredente e il completamento del Risorgimento; quella per la difesa delle democrazie contro gli imperi militaristi e autoritari; e quella per il sacro egoismo e la politica di potenza. Da tutti i punti di vista però il conflitto era necessario per l’Italia e per il suo futuro e chi non lo voleva era il nemico.”
Dall’altro lato c’erano i neutralisti che, però, pur essendo più numerosi degli interventisti, non erano organizzati. Gli interventisti avevano dalla loro parte anche la stampa. “In particolare il Corriere della Sera contribuì alla mobilitazione nazionale.” “La guerra che scoppiò il 24 maggio fu considerata anche la quarta guerra del Risorgimento. […] Ma la Prima guerra mondiale, al di là della propaganda, non fu una guerra d’indipendenza. L’irredentismo servì più che altro alla sua legittimazione popolare. […] L’irredentismo era un movimento politico e d’opinione cha aveva l’obiettivo di unire all’Italia terre e popoli che si ritenevano storicamente italiani.” Cesare Battisti fu uno dei più famosi rappresentanti di questo movimento. Deputato al Parlamento di Vienna, egli sosteneva che “l’unica soluzione per gli italiani del Trentino fosse la disgregazione dell’Impero.” E così, dopo aver girato l’Italia in un tour di conferenze dove voleva spiegare che era l’ora di Trento, il 29 maggio 1915 partì per il fronte. Catturato dalle truppe austriache, per le quali era un traditore in quanto, oltre ad aver tradito l’Impero aveva tradito anche il Parlamento di cui faceva parte, fu impiccato nel luglio del 1916.
Il capo di stato maggiore dell’esercito, il giorno dell’ingresso dell’Italia in guerra, era il generale Luigi Cadorna, che aveva assunto l’incarico il 27 luglio 1914. Un esercito, quello di cui era a capo, diviso e in crisi, con i vertici politici e quelli militari scoordinati e che, “in quei dieci mesi procedettero su piani paralleli per reciproca diffidenza.” Cadorna, ad esempio, dopo aver preso accordi con la Germania, “seppe della neutralità solo dopo la decisione del governo, che non si era preoccupato di metterlo al corrente delle proprie scelte.” Anche il Patto di Londra fu preparato senza consultarlo.
L’unica cosa su cui concordavano governo e Cadorna era l’impreparazione dell’esercito. La Libretta Rossa, un opuscolo distribuito a tutti gli ufficiali, che dettava le regole per conquistare le posizioni avversarie, conteneva “precetti tattici obsoleti, basati su uno studio del 1888, ignari della guerra russo-giapponese e dei primi mesi sul fronte europeo.” “La guerra italiana, immaginata come veloce e offensiva, divenne lunga e logorante,” e Cadorna “fu additato come il responsabile di tutti i problemi militari dell’Italia.” Il 24 maggio, inoltre, “i comandanti dei diversi corpi d’armata erano le massime autorità dei territori che erano stati dichiarati zone di guerra.” Entrarono in vigore, quel giorno, “le norme che proibivano gli assembramenti in luoghi pubblici, le processioni civili e religiose, le riunioni, anche private.” Fu attuata una censura preventiva della stampa “sovversiva” e una censura epistolare. Era possibile, quindi, “aprire le corrispondenze chiuse affidate alle poste, sospendere l’invio di pacchi, interrompere o modificare il servizio telegrafico e telefonico.” Allo scoppio del conflitto, quindi, “la popolazione non ebbe più garantiti i suoi diritti e le sue libertà.”
Inoltre, ci furono ripercussioni economiche pesanti. Infatti, “l’instabilità generale legata alla guerra portò al rincaro o alla mancanza di materie prime e al rimpatrio degli emigrati.” La metà di questi non troverà lavoro. E mentre gli uomini partivano per il fronte, le donne, in alcuni casi, presero il loro posto nell’ambiente lavorativo. A Roma colpì il fatto che furono assunte delle donne tranviere. Inoltre, “quando scoppiò la guerra ci si poteva trovare all’estero, dalla parte sbagliata del fronte,” e “si poteva avere la sola colpa di essere cittadini di un Paese diventato nemico.” La conseguenza di questo fu che “in tutta Europa durante il conflitto 400.000 persone furono private della libertà a causa delle loro origini nazionali.”
Una parte importante della propaganda e della mobilitazione, allo scoppio della guerra, fu rivestita dalla scuola, dove “le maestre divennero insegnanti di nazionalismo e furono tra le più presenti nei gruppi di assistenza civile.” L’esercito, quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria – Ungheria, era costituito da circa 900.000 uomini, con un’età media dei soldati di 25 anni, mentre in tempo di pace ne contava 250.000. Era quindi numeroso ma male armato ed equipaggiato. “Nei tre anni e mezzo di guerra l’esercito italiano chiamò alle armi cinque milioni di soldati e 200.000 ufficiali.” Trattandosi di un esercito nazionale e non territoriale, con “l’unica eccezione degli alpini e dell’artiglieria di montagna che dovevano difendere le valli nelle quale erano reclutati,” i reparti risultarono poco coesi e la mobilitazione lenta e complessa, in quanto “in caso di mobilitazione generale i richiamati dovevano attraversare la penisola per raggiungere i loro reparti sparpagliati per il territorio.”
La mobilitazione del 23 maggio 1915 “non era stata segreta e non era stata nemmeno efficiente: mancavano ufficiali, mancava l’artiglieria e mancava il pane,” e “molti soldati sapevano appena dove fossero Trento e Trieste.”
Il 24 maggio, poi, ci furono, a seguito degli scontri, i primi prigionieri. Allo scoppio del conflitto, infatti, “ci si poteva trovare come prigionieri del nemico e si poteva combattere un nemico che parlava la stessa lingua.” Il 24 maggio, inoltre, “i cittadini delle terre irredente si potevano trovare imprigionati, perché soldati catturati dai nemici, o sfollati perché vivevano troppo vicini al fronte; potevano anche essere fermati dalle autorità asburgiche perché filoitaliani o dalle nuove truppe di occupazione del Regno d’Italia perché austriacanti.”
Quel 24 maggio iniziò una guerra che “cambiò la configurazione geopolitica mondiale” […], una guerra totale combattuta sui campi di battaglia, ma anche all’interno della società.” Ma fu anche una guerra che provocò la morte di giovani. “Di fatto si trattò di un macello industriale. Dieci milioni saranno le persone decedute nei quattro anni di guerra su tutti i fronti. Era la morte di massa.”

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