La crisi della rappresentanza travolge Londra e Madrid
L’instabilità è diventata componente pregiata di numerosi quadri politici; i supposti cambiamenti indotti dalle urne imporrebbero saggiamente valutazioni ed analisi utili per evitare, come accaduto con le consultazioni ungheresi, di travisare banalmente i fondamenti ideologici della coalizione vincitrice.
Quel che sospinge piazze e politica è il rapporto tra movimentismo, che spinge dal basso, e politica curiale che vorrebbe gestire dall’alto; un fenomeno da non sottovalutare vista la rilevanza strutturale che riveste nella sua azione multilivello di sindacato del potere, di fatto una sorta di esercizio del diritto di veto. Il movimentismo in questo senso può trasformarsi in matrice di nuovi partiti o da catalizzatore di spinte populiste.
In Europa la linea rossa tra movimenti e partiti è sempre più impalpabile e formazioni come Reform UK e Vox prendono forza direttamente dal movimentismo d’opinione, interprete di un consenso sempre più fluido. I vincoli imposti alle azioni di governo aprono brecce dove si apre il vuoto della rappresentanza e dove lo spazio pubblico viene in qualche modo colmato separando il grano della “purezza” della piazza dal loglio del distacco delle élite, magari fino a un momento prima che un gilet di qualsiasi colore ascenda a sua volta tra le élite. Inevitabile indebolire la mediazione politica per passare a leadership carismatiche dove qualsiasi tema viene semplificato. Il movimentismo è inclusivo, il populismo, con la sua ratio da dentro o fuori, no.
I recenti risultati elettorali di Regno Unito e Spagna, hanno fornito indicazioni circa un redirezionamento politico; a Londra il bipartitismo Labour-Conservatori è stato messo in discussione dai risultati conseguiti da Verdi e da Reform UK, raccontati dai media quali formazioni populiste.
Se le elezioni generali si tenessero ora, Reform conquisterebbe un risultato storico agevolato da un trend ispirato ad asimmetrie e malesseri politico-sociali pluridecennali. Immediata (e scomposta) la reazione della leadership laburista, che ha perso dopo un secolo il Galles, con la richiesta di dimissioni di Sir Keir Starmer, per tentare di riconquistare la fiducia di una base elettorale che in due anni ha portato i Labour dagli altari alla polvere; il tutto mettendo, magari, mano alla riforma di un sistema elettorale maggioritario a turno uninominale, che ha funzionato da amplificatore del successo di Farage.
A Reform, se sarà il partito più rappresentato ai Comuni dopo le prossime consultazioni generali, dovrà essere data la possibilità di formare il governo se non si intenderà incorrere nel rischio di una germanizzazione governativa con una successione di coalizioni fisiologicamente instabili. Di fatto la Brexit ha prodotto un sistema politico che con l’uninominale può determinare distorsioni; anche se Reform è ora il secondo partito nei parlamenti di Scozia e Galles, il suo monte voti nazionale è diminuito rispetto all’anno scorso: insomma, attenzione sia alla ingannevolezza delle apparenze sia alle motivazioni alla base di un voto che ha premiato il personalismo di Farage pur concorrendo ad un’ulteriore frammentazione.
Di fatto, i labour sono schiacciati da destra da Reform e da sinistra dai Verdi. Visti i risultati dei Conservatori, le amministrative del 2026 hanno dato la certificazione della fine del duopolio anglosassone condannato a lasciare il campo ad un inedito multipartitismo, con Starmer che non intende dare le dimissioni e su cui pesa la vicenda Mandelson-Epstein. Mentre Reform fa suo il malcontento delle classi proletarie, i Verdi capitalizzano quello delle città, con l’ascesa di nazionalismi celtici e populismi inglesi che mettono potenzialmente a rischio l’unità del Regno.
La pressione su Starmer, e le incertezze degli investitori, si sono riflesse sui rendimenti dei titoli di Stato: tra politica interna e shock planetari l’economia inglese sta affrontando un momento di particolare vulnerabilità acuita sia dal timore di politiche espansive sia dal possibile incremento dell’inflazione. Se tutto viene condotto ad una prospettiva di sopravvivenza, la cooptazione di Gordon Brown quale consulente del primo ministro assume un rilievo significativo.
In Spagna le regionali anticipate hanno delineato un quadro altrettanto chiaro ed allarmante per il governo Sanchez, con il Partito Popolare prima forza del Paese, i socialisti in calo strutturale e la destra di Vox ago della bilancia per la formazione dei governi locali. A conferma dell’andamento preesistente, il ciclo elettorale spagnolo ha dimostrato un esaurimento della spinta dei partiti di centro-sinistra capace di agevolare coalizioni di centro-destra, dove la rilevanza di Vox su gestione dell’immigrazione e assistenzialismo locale diventerà di certo più marcata.
Le elezioni andaluse hanno ridefinito gli equilibri politici spagnoli lanciando un avvertimento macroeconomico al governo centrale, certificando il tracollo socialista e l’avanzata sovranista e di sinistra di Adelante Andalucía. Il centro destra rimane leader regionale, ma costretto a patti di governo strutturali con Vox, partito in potenziale rotta di collisione con le direttive green europee.
Alla stregua di Starmer, anche a Sanchez sono giunte richieste di dimissioni, anche se per motivazioni diverse ma comunque politicamente significative in quanto connesse a casi di corruzione coinvolgenti alte personalità di partito e perché correlabili ad altri eventi precedenti che avevano visto protagonisti coniuge e fratello del primo ministro, senza contare i conseguenti processi che andranno ad incidere sulla campagna elettorale nazionale.
Per ambedue i teatri il rischio della disgregazione tra autonomismi e pulsioni centrifughe non va trascurata, ma al momento non sembra poter preludere ad una secessione traumatica quanto piuttosto ad un’isteresi istituzionale ed economica; per Madrid si tratta di un pericolo attutito rispetto agli eventi catalani del 2017, ma che ha comunque determinato una perdita di autorevolezza dello Stato centrale dal suo interno, tanto da provocare una frammentazione controllabile al prezzo della cessione di poteri alle forze indipendentiste. Il trasferimento esclusivo dell’esazione tributaria alla Catalogna ha causato di fatto la paralisi del bilancio dello Stato e la rottura del principio di solidarietà nazionale sì da determinare una sorta di guerra fiscale tra regioni. Se da un lato non sembra esserci il rischio della nascita di uno Stato catalano, dall’altra si può dire di stare assistendo all’arrivo di una confederazione di fatto.
Anche la Scozia vive momenti analoghi, con l’obiettivo di un nuovo referendum entro il 2028. Se Londra continua a mostrare incapacità nella gestione di welfare ed economia, lo scontro con Edimburgo diventerà inevitabile e con il Galles che sta avanzando analoghe rivendicazioni autonomiste.
Populismo, astensionismo e balcanizzazione del consenso possono condurre ad una degenerazione dello Stato-nazione in cui gli esecutivi sono privati di qualsiasi forza o autorità. In una realtà proiettata verso lo spazio, la monarchia è ancora determinante per la stabilità di entrambi i Paesi: in Gran Bretagna agisce sullo sfondo quale onnipresente dominus istituzionale ed in Spagna opera quale chiave di volta che, se rimossa, provocherebbe il collasso dell’intero assetto costituzionale.
Mentre l’economia inglese si propone come entità che sta cercando un equilibrio, quella spagnola si presenta più dinamicamente anche se rallentata dall’incapacità di assorbire la disoccupazione interna; di fatto, si tratta di una realtà più complessa che vede Madrid compiere performance macroeconomiche di rilievo ma con permanenti debolezze strutturali coperte dai fondi UE e dalla gestione delle ondate migratorie, secondo una sorta di schema Ponzi demografico e dall’overdose turistica.
Il punto debole spagnolo è nella produttività oraria del lavoro e nel fatto che il PIL pro capite reale non ha seguito lo stesso rialzo dell’indicatore generale; di fatto, si produce di più perché ci sono più lavoratori, non perché ci sia più efficienza, in un contesto in cui emergenza abitativa e salari non seguono la stessa brillantezza del PIL, evidenziando una frattura tra macroeconomia e microeconomia quotidiana e con una polarizzazione tra regioni del nord e della costa.
Tanto per ricapitolare, i salari reali sono in calo a livelli ante 2020, la produttività lavorata cresce troppo lentamente, il PIL pro capite vede la Spagna scivolare al 33° posto nel 2025 in ulteriore discesa nel 2040; insomma, gli spagnoli non diventano più ricchi visto che nel Paese vige un modello di crescita estensiva basata sulla quantità.
Più banalmente, se il governo Sanchez è così efficiente allora, alla luce del fatto che non presenta una legge di bilancio da tre anni, perché il Partito di maggioranza ha ceduto alle ultime elezioni?
Anche i recenti accordi stipulati con Pechino, al netto della propaganda, non possono mentire sul fatto che il deficit commerciale bilaterale spagnolo con la Cina abbia continuato a crescere; la Spagna, che ha criticato il derisking europeo, esporta generi alimentari ed importa tecnologia, tanto che l’interscambio sembra più quello tra un Paese industrializzato ed uno in via di sviluppo e richiama i contenuti dell’MoU a suo tempo stipulato dall’Italia.
Gli elementi politici da considerare sono due: il primo è che l’appello al voto moderato non ha trovato alcuna sponda nel proporsi come argine alla destra, tanto è vero che Vox ha riscosso successo nelle città medie e nelle aree rurali, sottraendo voti al PP; il secondo è che la strategia governativa di lanciare in pista i ministri si è rivelata autolesionista: il sanchismo potrebbe essere diventato un potere ideologico troppo distante, accompagnato dalla scomparsa del centro e da parlamenti polarizzati.
C’è un crepuscolo anche per Starmer, invischiato in una lotta per la sopravvivenza politica che lo accomuna a Liz Truss e che lo vede insidiato da Andy Burnham, sindaco di Greater Manchester, dunque esposto al fuoco dei franchi tiratori. E qui arriviamo al cuore della crisi che attanaglia le democrazie parlamentari europee, ovvero la discesa a patti tra la sopravvivenza tattica dei governi e la più strategica resistenza degli Stati: in Europa alleanze e compagini parlamentari indispensabili alla sopravvivenza dei governi operano come catalizzatori dei processi di disgregazione nazionale, meccanismi speculari nel caso anglo-iberico, con evidenti asimmetrie costituzionali capaci di creare convincimenti sulla necessaria ma pericolosa e inqualificabile derogabilita’ alle norme.
A Madrid le alleanze garantiscono a Sanchez la sopravvivenza ma al prezzo di un logoramento costante dell’integrità disegnata nel ‘78; a Londra, la frammentazione interna sta determinando il collasso del centralismo malgrado un sistema architettato per evitare coalizioni instabili, un’idea che collide con la natura stessa del Labour, coalizione di correnti in lotta tra loro e capace di paralizzare, tra una fronda e l’altra, una maggioranza enorme ma sempre più teorica.
Di fatto non esiste spazio politico per progetti di ampio respiro mentre si alimenta lo scontro ideologico; vista la perdita di fiducia nelle istituzioni, è fatale giungere all’astensionismo o al radicalismo più spinto.
Tratteggiamo qualche linea di chiusura; le alleanze sono per il carpe diem, non per disegni futuri: meglio un seggio oggi che incerte elezioni domani.
In alcuni paesi, vista la frequenza di premier, pari solo a quella dei profeti biblici, ci sarebbe da porsi qualche domanda sulla qualità dell’elettorato, cosa che riporta a valutare la maturità generale e cognitiva di sistemi che vorrebbero tutto e subito pur senza saperne un granché anche perchè spinti da un voto spesso condizionato da polarizzazioni emotive o informazioni frammentate, cosa che toglie spazio ai compromessi.
Francia, Spagna Ungheria e Gran Bretagna hanno battuto il loro colpo; se l’elettore non è immaturo, allora è talmente stanco da sentirsi costretto a scegliere in un contesto frammentato un male che sarà anche minore ma sempre male è.
Ecco che l’astensione diventa scelta razionale e disincantata, rinuncia democratica che porta a maggioranze che rappresentano solo parti dell’elettorato.
Permettetemi ora di ringraziare i 22 lettori che spero avranno resistito; la loro pazienza è davvero preziosa alla luce non tanto degli eventi accaduti, ma di quelli che ancora ci attendono. E credeteci, non saranno né pochi né facili.
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L’instabilità è diventata componente pregiata di numerosi quadri politici; i supposti cambiamenti indotti dalle urne imporrebbero saggiamente valutazioni ed analisi…
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