Emirati: fine del paradiso artificiale
Passare da un depredatorio nomen omen quale quello di Costa dei Pirati ad una Unione di Emirati è stato esercizio politico istruttivo, come del resto è stato rimarchevole prendere coscienza del passaggio dalla pesca delle perle al ricco e strategico commercio di risorse fossili. It’s the geopolitics, stupid!, specie quando la sua trasversalità viene associata ad una robusta dose di realismo che non deve lasciare stupiti se un’unione pur istituzionalmente così giovane, votata al contenimento dell’Islam politico, riesce a prendere parte attiva ad una guerra civile come quella yemenita, a stringere legami ceceni con un soggetto politico ingombrante come Ramzan Kadyrov, a partecipare alle operazioni in Libia a favore del Mushir Haftar anche e soprattutto se in violazione degli embarghi ONU, alle azioni condotte (e negate) nel Sudan insanguinato dalle RSF. Senza contare (retoricamente) sia l’adesione alle politiche estere saudite che a loro tempo hanno imposto l’interruzione delle relazioni con il Qatar sia al pragmatismo degli Accordi di Abramo.
Ma tutto evolve, in genere in peggio, tanto che il 28 febbraio di quest’anno ecco arrivare la crisi dell’eccezionalismo emiratino, con lo stravolgimento di un panorama securitario di colpo non più protetto dalla deterrenza americana quanto piuttosto minacciato da un esplosivo effetto attrattivo inverso da calamita.
Invece di uno spostamento di assetti sarebbe dunque necessario considerare una ristrutturazione dell’architettura difensiva secondo una versione più autonoma ed autosufficiente mentre per l’economia, anche per la quota parte diversificata, è notte fonda, con una imprevista destabilizzazione che acuisce crisi sistemiche che imporranno urbanizzazioni meno futuriste e fatte di infrastrutture rinforzate e non più soggette al rischio di proiettare schegge e vetri.
Insomma, fine di un’impossibile neutralità perseguita corteggiando contemporaneamente, secondo una pericolosissima idea da triplo forno, americani, cinesi, iraniani e di una politica estera superficialmente stigmatizzata come iperattiva, dove si confonde la diplomazia cinetica con proiezioni di potenza aggressive intessute di zone d’ombra, pur cercando un algido equilibrio da banchiere svizzero.
Ma gli EAU non commerciano più in perle, non sono paghi, amano l’espansione, si volgono all’America latina, una sorta di nuova Africa, con Comprehensive Economic Partnership Agreements agevolati da comuni appartenenze carioca ai BRICS, per guardare poi agli interscambi con l’Asia, verso India e AfPak e soprattutto verso l’Imec, progetto tanto più sulfureo quanto più passa il tempo.
Beninteso: i BRICS hanno dimostrato una volta di più che l’appartenenza a comuni sodalizi economici, palcoscenico a parte, non garantisce alcun affratellamento ideologico, tanto che, nell’area emiratina, è la profondità strategica australiana a colpire, una presenza che si è sostanziata in impiego di capitali e nell’invio di sistemi di difesa antiaerea; un’iniziativa che, andando ben oltre la protezione di Aussies nel Golfo, approfondisce le relazioni economiche e di investimento favorendo una partnership strategica.
Secondo alcune stime gli EAU sono diventati il più grande cliente australiano in tema di difesa, un dato controverso laddove correlato agli impegni bellici emiratini assunti in Yemen e Sudan; non a caso, nel 2025 l’australiana Electro-Optic Systems si è lanciata in una joint venture con Abu Dhabi per produrre sistemi d’arma remoti.
Ma è l’Iran ora a batter cassa, visto che i rapporti tra Teheran e Abu Dhabi sono contraddistinti dal paradosso di un’integrazione economica che collide con una crisi militare senza precedenti.
A fronte della fine di posture più prudenti per l’assunzione di difese attive, gli interessi finanziari continuano ad assumere rilevanza, posto che Dubai continua ad essere una valvola di sfogo per un’economia, quella iraniana, soffocata da sanzioni che tuttavia non inducono a più miti pretese su dispute territoriali irrisolte ed incancrenite e dove pragmaticamente la gestione del rischio, ça va sans dire, prevale sull’ideologia.
Realismo e geografia non possono certo cambiare ed EAU e Iran rimangono in una condizione di vicinanza forzata alla Parasite, dove Abu Dhabi tenta di conservare un aplomb di affidabilità in un contesto regionale sempre più conflittuale e dove le influenze emiratine in Yemen, foriere di attriti con Riyadh, in Sudan ed in Somalia cominciano ad andare in sofferenza, non da ultimo per la reazione di Mogadiscio al riconoscimento israeliano del Somaliland.
Inevitabile dunque che l’area del Mar Rosso si confermi epicentro del contrasto tra Riyadh e Abu Dhabi, dove gli EAU sono visti come attori i cui interessi strategici appaiono più vicini a quelli di Tel Aviv a detrimento della leadership saudita che intende contenere le possibilità d’azione emiratine per privilegiare proattività turca ed iniziative somalo-pakistane, accendendo peraltro un’ulteriore competizione a carattere economico-commerciale in seno all’OPEC+, da cui sono peraltro in uscita, con la previsione di un aumento unilaterale della produzione di greggio intendendo confermarsi quale centro finanziario mediorientale e garantendo la stabilità dei petrodollari.
Non c’è dubbio che la rottura del fronte petrolifero decreti ufficialmente la fine della coesione politica del Golfo, inaugurando l’era dell’indipendenza strategica e della monetizzazione delle riserve petrolifere prima del possibile calo green della domanda idrocarburica.
Al netto della definitiva incrinatura dei rapporti con Riyadh, torna a risaltare l’elevatissima ed inutilizzata capacità estrattiva emiratina, una delle più elevate al mondo, prossima a convertirsi in oltre 4,5 milioni di barili al giorno tanto da poter legittimamente permetter di ambire al raggiungimento del quarto posto nel ranking petrolifero globale, dopo USA, Arabia Saudita e Russia, con una competizione al ribasso sui prezzi.
È palmare che, con il suo indebolimento, il cartello OPEC+ perda un membro tecnicamente avanzato e potenzialmente in grado di suscitare un effetto domino in grado di intaccare i più ampi poteri di mercato.
Evidenti i vantaggi per le major come ENI e le americane ExxonMobil e Occidental Petroleum, attive negli EAU, pronte ad aumentare investimenti e produzione, come è evidente il successo diplomatico di Washington, sempre critica verso l’OPEC per il mantenimento artificiale di prezzi più elevati.
Mentre nell’immediato prevarranno shock e speculazione al rialzo, nel medio termine l’uscita di Abu Dhabi segnerà il passaggio da un mercato dominato da un cartello a uno governato dalla concorrenza nazionale, con una maggiore offerta globale.
Ecco che la collaborazione con la Fed conferisce agli investitori la certezza che gli EAU rimangono piazze sicure e integrate nel sistema occidentale.
Sauditi ed emiratini sono sospinti da una sorta di rivalità, che di fraterno ha molto poco, ma che conserva paradossalmente tratti comuni: una pulsione ambivalente nei confronti di Washington, da cui ci si intende affrancare conservando un’interlocuzione privilegiata sugli armamenti e continuando a coltivare liaison multipolari con Pechino ed il consesso BRICS.
Dall’esterno all’interno, malgrado l’apparente ed accattivante cosmopolitismo, gli EAU si presentano come una monarchia assoluta caratterizzata da una ricercata gestione del potere grazie anche al massivo impiego di una tecnologia che non ha certo evitato l’espansione dell’estrazione petrolifera pur a fronte degli investimenti sul nucleare.
È un fatto, tra penisola arabica e Corno d’Africa EAU e Sauditi si muovono ormai su direttrici strategiche contrapposte, mentre l’economia appare in espansione soprattutto nel settore tecnologico grazie anche al ricorso ai fondi sovrani.
Di fatto, l’uscita di scena di Abu Dhabi dallo Yemen assume valenza strategica in funzione del ridimensionamento di una proiezione geopolitica che guardava ad un inedito rimland.
Il contrasto tra Riyadh e Abu Dhabi si estende anche al Mediterraneo orientale, visto l’inedito rafforzamento della partnership emiratina con Nicosia, prodromica a quella auspicata con l’UE e comunque rientrante nelle liaison con Grecia, USA e Israele con, sullo sfondo, sia la tecnica della negazione plausibile quando chiamati in causa per il sostegno alle milizie sudanesi o libiche, sia il ricorso alla diplomazia del portafoglio con investimenti in occidente tali da creare interdipendenza, sia deviando l’attenzione con la partecipazione ad eventi particolari, come missioni spaziali (vd. Mission Hope su Marte).
Tuttavia, a meno che non si tratti di un’operazione volta a rassicurare circa stabilità ed investimenti, una crisi finanziaria sembra incombere, visto che la Banca centrale EAU ha chiesto l’apertura di una linea di credito d’emergenza swap in USD al Tesoro americano, una sorta di assicurazione accompagnata dalla velata minaccia di ricorrere allo yuan per le negoziazioni del greggio, il che sarebbe inconcepibile per un Paese con una valuta vincolata al biglietto verde e per di più con un tasso di cambio fisso.
Inevitabile la rivalutazione al ribasso delle previsioni FMI di crescita emiratina dal 5 a 3,1%, ammesso che esistano ancora i fondamentali economico-strutturali post raid iraniani.
Probabilmente associare la Sparta del classicismo con gli Emirati è un azzardo da parte di un sistema politico, quello yankee, che farebbe meglio a studiare un po’ di più il passato, operazione quanto mai ostica ma drammaticamente utile, visto che la politica, come l’acqua, ha già trovato a suo tempo la via per erodere la struttura di un sistema naturalmente destinato all’asfissia; più affascinante un’attualizzata idea ateniese, sia pur al netto della democrazia diretta, con un modello di snodo logistico-finanziario dove stabilità e sicurezza delle rotte sono un’ossessione, con una forte dipendenza dai lavoratori stranieri e con una spiccata propensione agli interventi proiettivi. Peccato che egemonia non si coniughi con l’idea di laboratorio politico democratico.
In un contesto internazionale dove nessuno può ambire ad alcuna taddema di santità, la collocazione emiratina appare dunque complessa, dato l’oscillante opportunismo che contraddistingue la politica d’area, votata alla coltivazione delle interdipendenze, alla conquista di mercati politicamente utili, all’adoperare con misurata sapienza da speziale l’uso delle risorse, miscelando hard e soft power con un realismo diplomatico capace di infrangere i caveat regionali.
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