Francia, la grandeur a credito: quando il debito diventa un problema strategico
La vie n’est pas toujours rose, è assioma musicale lontanissimo da Edith Piaf ma quanto mai vicino al momento attuale a Parigi, dove tra il Palais de l’Élysée e l’Hôtel de Matignon ha cominciato a soffiare una bise che rischia di far rabbrividire fino a primavera, malgrado l’incandescenza delle piazze.
Già da dicembre le alchimie parigine hanno distillato l’approvazione unanime di una legge di bilancio speciale che ha evitato il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione ma ha portato il deficit oltre il 5%, una sfida alle regole basata su un senso di impunità che non ha scontato nulla in termini di interessi sul debito ma ha permesso di evitare lo shutdown, riscuotere i tributi e garantire i servizi essenziali; posto che qualcuno doveva pur piangere, peccato che le randellate fiscali, assestate alle grandi imprese e soprattutto alle pensioni, abbiano consentito tagli solo programmatici e non nei volumi aggregati di una spesa pubblica condizionata da logiche di economia di guerra e dal consueto wishful thinking che non porta mai a nessun risparmio immediato. Insomma, bocciato per contrappasso il paese che impartiva lezioni di rigore a buon mercato soprattutto al Sud.
Di fatto il deficit crea PIL, con uno Stato che spende più di quanto incassa sostenendo artificialmente la domanda e che è a sua volta sorretto dalla considerazione che è sia too big to fail, sia immune per unzione divina alle umiliazioni inflitte a Italia e Grecia, benché il 5,5 – 6% di deficit richieda interventi draconiani visto l’ampio sforamento del limite del 3% bruxellese e con tassi di interesse a 10 anni che hanno superato quelli di Grecia e Spagna. L’elemento di rottura ora spicca nell’isteresi economica della Germania, l’altra parte della locomotiva. Parigi comincia ad avere sul bavero très chic il prezzo del rischio finanziario accompagnato dalle fiammate dello spread.
La Francia, più che livellare entrate e spese continua a scavare, trasformando il deficit in un problema istituzionale intrappolato dallo snowball effect, dato il debito pubblico volto oltre il 112-114% del PIL, ed una situazione in cui il costo del servizio del debito cresce più in fretta dell’economia con le spese che corrono da sole e le entrate, mai retroattive, soggette ai più lunghi iter parlamentari che, in termini di concessioni alle opposizioni, si traducono in altre spese. Mentre le agenzie di rating mettono in guardia dai rischi dell’instabilità politica, Parigi deve prepararsi al confronto con Bruxelles, posto che la pressione fiscale, già altissima, non può essere ulteriormente ritoccata.
Il piano di tagli alle agevolazioni fiscali colpisce dunque le tasche sprotette: pensionati, lavoratori malati, famiglie: quando si comprime il potere d’acquisto del reddito fisso, i consumi si fermano. Visto che l’obiettivo è portare il deficit al 5% del Pil1, con una manovra di minori spese al 60% e maggiori entrate fiscali al 40% quella che andrà tagliata è la spesa futura, ferma restando la necessità di compensare la crescita di alcune voci incomprimibili (interessi, difesa), con le pensioni ed i loro indici sorvegliati speciali, adottando il principio tributario che trasforma i balzelli temporanei in permanenti.
L’exit strategy? Rendere la legge di bilancio reversibile, dunque modificabile dal prossimo esecutivo. Se ce la farà. Intanto lo spread sta modificando la posizione del rischio sovrano spostandolo in Francia, con i titoli transalpini che rendono più degli altri2 e con i mercati che non valutano solo il passato ma anche le traiettorie future, che poi sono l’elemento che inguaia Parigi: se la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi è negativa, non c’è dinamica che tenga e che non renda la Francia un altro malato da mettere in corsia, visto che il vero spread francese è anche politico, una tara rischiosa in prossimità di elezioni che dovranno considerare anche la nuova deterrenza nucleare transalpina. Ecco che la questione francese non è da rapportare solo alla relazione debito/Pil, ma anche ad un problema di credibilità che sta lasciando i PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, ndr) meno soli e che certifica l’imminenza della fine della rendita reputazionale francese.
Di fatto Parigi è rimasta a lungo in un limbo sospesa tra la rigidità tedesca e la flessibilità mediterranea, una posizione elasticamente funzionale ai propri obiettivi se sostenuti da quel capitale reputazionale cui si è già fatto cenno e che ora sta decadendo per la possibile applicazione di misure (forse) analoghe a quelle conseguenti ai sorrisi sprezzanti elargiti da un presidente poi destinato a cadere in disgrazia. Tutto questo non rende certo più sicura l’Italia, ma di certo non blinda la Francia, alle prese con un problema montante e inedito, insito nei fragili fondamentali della finanza pubblica e tale da creare una situazione disforica: se in Parlamento il primo ministro Lecornu ha dovuto drammatizzare il quadro, sui mercati è stato costretto a ridipingerlo con colori più tenui, peraltro in presenza di una frammentazione politica che, in aprile, potrebbe portare al ballottaggio la Le Pen a destra, sospinta dai risultati tedeschi, e Mélenchon a sinistra.
Mentre il governo presentava tagli da 54 miliardi di euro, i liceali innescavano l’ennesima violenta protesta, un’eco di quella sul carovita, deflagrata per gli aumenti dei costi energetici. Même combat, même colère, plus forts qu’avant!3 può diventare lo slogan di una incipiente contestazione destinata a replicare, dal 17 ottobre, quella dei gilet gialli del 2018.
Alla luce del fatto che il costo degli interessi sul debito dovrebbe passare da 79 miliardi per il 2026 a 91 miliardi nel 2027 per sforare i 100 miliardi nel 2028, è evidente che una quota crescente di risorse viene assorbita dai costi accumulati negli anni precedenti, cui si aggiungono inflazione4, disoccupazione5 e la brillante trovata di un presidente che, pochi mesi or sono, ha proposto un piano comune di investimenti da 1.200 miliardi annui per Difesa e Sicurezza finanziato da debito condiviso, una sorta di eurobond per l’avvenire. Il difficile, al limite, sta nel persuadere Germania e frugali, noti per non essere votati alla carità, a firmare assegni in bianco senza garanzie comuni sui debiti o, per meglio dire, a lasciare il bancomat nelle mani di un debitore patologico.
Un Keynes contemporaneo definirebbe l’economia francese un’entità di grandi dimensioni ma asfittica, capace di mitigare i problemi di breve termine, ma non in grado di gestire le leve per orchestrare una rinascita orientata al lungo periodo; questo consente di ipotizzare tre scenari, di impatto ascendente: una crisi di fiducia graduale dilazionata nel tempo senza default ma con una possibile austerity recessiva; un evento imprevedibile e traumatico che porti a vendite indiscriminate dei titoli con innalzamento dello spread e richiesta di aiuto alla BCE: un dramma alla Liz Truss; una crisi con effetti sistemici su Italia, Spagna e Grecia.
Anche il sistema creditizio francese è sotto pressione sui mercati dati i legami diretti tra banche e debito sovrano nazionale, aggravato dalla crisi politica e dal possesso di masse rilevanti di debito pubblico, benché le basi patrimoniali e di vigilanza garantiscano l’assorbimento delle possibili turbolenze, anche se la guerriglia delle aule scolastiche, apparentemente scatenata da un’imposta compresa tra 178 e 250 euro ma sostenuta più concretamente da gravi carenze e da La France Insoumise, ha riproposto più di un tema critico in termini di politica interna e di mantenimento dell’ordine pubblico.
Dalla sua, la Le Pen, vista come il candidato vincente alle prossime consultazioni, può denunciare una situazione industriale caratterizzata da criticità senza precedenti, dovute a decenni di delocalizzazioni e a un disavanzo commerciale record, con un’economia avvinta alla spesa pubblica cui contrapporre il concetto di identità economica della Francia integrata nella società, tanto da rivedere anche la linea interna al partito che proponeva posizioni ultraliberiste secondo una forma di pragmatico neocolbertismo. Se Rassemblement National guarda al sovranismo identitario, France Insoumise propone un radicalismo redistributivo delle risorse, mentre il macronismo propone inevitabile pragmatismo; nel frattempo gran parte dei francesi vede l’attuale management quale espressione di élite globalizzate scollegate dai problemi quotidiani della periferia; in tema, molto potrà dire anche la BCE, che nel 2027 cambierà governatore, non necessariamente un tedesco.
Quale nota di colore, utile rammentare il ricorso presentato dalla Repubblica di Vanuatu per sottrarre all’universalismo repubblicano francese, proprio ora che è più debole, le isole Matthew e Hunter che garantiscono il controllo di oltre 350.000 km2. di mare; dopo le rivolte della Nuova Caledonia un contenzioso difficile da accettare specie in termini di vigilanza delle rotte tra Mar dei Coralli e Melanesia, punto di monitoraggio di cavi subacquei per telecomunicazioni. Perdere i due atolli significherebbe veder sgretolato il pilastro che conferisce a Parigi il diritto di fregiarsi del titolo di seconda potenza marittima del pianeta.
Fortuna e procedura arridono però alla Francia, vista la necessità del reciproco riconoscimento della giurisdizione della Corte internazionale di giustizia (CIG); meglio i tavoli bilaterali, dove se da un lato il peso francese è schiacciante dall’altro svela la sua riluttanza verso una giustizia internazionale spesso a geometria variabile; del resto fare una legge e non farla rispettare equivale ad autorizzare la cosa che si vuole proibire, firmato Richelieu, politico puro che, mai come ora, sarebbe stato utilissimo nel contrasto alle potenze che, nell’Indo Pacifico, stanno conducendo anche a Vanuatu il loro gioco d’ombre, la Cina, quanto mai attenta alle vulnerabilità politiche e contabili transalpine, e l’Australia, votata al contrasto a Pechino.
Un punto è incontrovertibile: la fragilità delle ambizioni francesi, un J’aimerais bien, mais je ne peux pas6 certificato dalla difficoltà di operare una proiezione navale oltremare, senza contare le politensioni con l’ordnung economico di una Berlino sempre più assertiva.
È dunque arrivata la campana del requiem per la grandeur gollista, per accoglierne un’altra da grande potenza ma media, una metamorfosi imposta dalla necessità di salvare i margini di manovra politici, limitati dal revanscismo russo e dalla refrattarieta’ americana per le regole.
La terza via, la praticabile, è quella delle coalizioni, della presa di coscienza della riduzione delle capacità strategiche come già delineato nel ‘75 da Giscard d’Estaing: l’obiettivo difensivo deve essere quello di porsi a capo di un gruppo di Paesi (UK, Giappone, Germania) che seguano le superpotenze lasciandoli vincolati alle proprie capacità nucleari salvaguardando così il ruolo di attore essenziale nelle relazioni internazionali con la facoltà di trattare con più di un egemone. Ma dalle stelle del firmamento internazionale si riprecipita nei gironi contabili, rimarcando come Parigi si stia conformando ai difetti strutturali italiani; la manovra del tapis roulant rappresenta solo una trappola del debito sovrano con tassi d’interesse superiori a quello di crescita; in soldoni, la Francia si ritrova al punto di partenza nonostante gli sforzi (mal)profusi.
Il problema è che i Galli sono consapevoli ma non pronti, psicologicamente, ad accettare il ridimensionamento nazionale, afflitti come sono da una contemporanea propensione sia al déclinisme7 sia al proprio eccezionalismo d’antan, che impedisce l’accettazione dello status di semplice nazione europea che non potrebbe né godere del diritto di veto onusiano né dell’arsenale nucleare sovrano, né contare su un idioma diffuso né tanto meno su una ZEE così vasta; il problema ora è arrivarci.
1 Già prima del nuovo record del debito, osservatori indipendenti e istituzioni internazionali – Fmi – consideravano irrealistico riportare il deficit sotto il 3% del Pil entro il 2029
2 Più della metà dei titoli di Stato francesi è detenuta da investitori stranieri, privi di qualsiasi obbligo di detenere debito francese. Il rischio è un improvviso vuoto di domanda quando gli acquirenti che hanno finanziato la Francia decidono che il prezzo non vale più il rischio.
3 Stessa lotta, stessa rabbia, più forti di prima
4 Secondo l’Institut français d’économie, una famiglia di due adulti e due bambini dal 2024 ha subito una perdita reale di potere d’acquisto di circa 1.200 euro.
5 Una parte asimmetrica della creazione di valore è concentrata nell’Île-de-France e in pochi centri metropolitani, lasciando le regioni industriali e minerarie di nord est in condizioni di stagnazione economica.
6 Vorrei ma non posso
7 Angoscia perenne per il proprio declino
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