Gianni Oliva: 45 milioni di antifascisti – Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il Ventennio
Gianni Oliva
Ed. Mondadori, Milano 2024
pagg. 216
“In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti.” Con questa battuta, attribuita a Churchill (ma non ci sono certezze sulla sua paternità), l’autore, storico, giornalista e docente di Storia delle istituzioni militari, da inizio a questo suo saggio, dedicato a quanto accadde in Italia dopo la caduta del Duce e al trasformismo del paese, fotografato anche da Mario Tobino nel suo romanzo Il Clandestino, dove, parlando di Viareggio, subito dopo il 25 luglio, scrive: “Verso mezzogiorno si erano a vicenda tutti perdonati e la città aveva scoperto di essere sempre stata antifascista senza che nessuno se ne fosse mai accorto.” Un vizio, quello dell’italico trasformismo, descritto anche da Flaiano: “Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore.”
In Italia, dopo la fine della guerra, “c’è stata la violenza della resa di conti con cui si è conclusa la guerra civile, ma non la defascistizzazione condotta attraverso le procedure giudiziarie e l’accertamento delle responsabilità ai vari livelli.” Pertanto, a differenza di altre nazioni come la Francia, la Norvegia, il Belgio e l’Olanda, l’Italia non ha fatto, per una scelta razionale, i conti con il proprio passato, potendosi, così, costruire una “memoria pubblica, cioè la rielaborazione di ciò che era stato in funzione delle esigenze del presente.” Ed è per questo motivo che, a scuola, non è stato mai spiegato che l’Italia la guerra l’ha persa, cosa che non è stata mai scritto in nessun manuale.
“Capire se un paese ha vinto o perso la guerra è tra le poche certezze offerte dallo studio della storia, perché è sufficiente confrontare le cartine geografiche prima e dopo il conflitto: se il paese è diventato più grande significa che ha vinto, se si è rimpicciolito significa che ha perso. Confrontando la cartina dell’Italia del 1939 con quella che il 10 febbraio 1947 esce ridisegnata dal Trattato di pace di Parigi, si capisce che il paese ha perso,” visto che a nord-est Istria, Fiume, la Dalmazia e gli arcipelaghi dell’Adriatico settentrionale sono passati alla Jugoslavia, e che anche sulla frontiera di nord-ovest ci sono state delle modifiche. Ma “a tutti noi è stato spiegato che la guerra finisce il 25 aprile 1945, giorno dell’insurrezione partigiana nei grandi centri del Nord.”
Viene quindi utilizzata la Resistenza, che non è stata l’esperienza di tutti gli italiani, come alibi per l’assoluzione collettiva. “L’alibi di una guerra che si finge di avere vinto con la Resistenza serve a dimenticare le colpe di una guerra che nella realtà si è invece perduta.”
Il fatto che l’Italia del 1940-43 sia stata diversa da quella del 1943-45 non è di facile comprensione, anche per la confusione dovuta alla rappresentazione monumentale, dove i caduti vengono ricordati senza soluzione di continuità, come nel Sacrario delle Bandiere, a Roma, dove una lastra in marmo ricorda, in ordine cronologico, le imprese degli arditi del mare dal 1940 al 1945.
“Nulla aiuta a contestualizzare gli episodi: la guerra combattuta contro le navi britanniche sino all’8 settembre 1943 convive con quella successiva, combattuta al loro fianco.” Tutto questo perché la priorità, nel dopoguerra, era quella di normalizzare la società, cioè “far transitare la classe dirigente dal fascismo alla Repubblica senza indagare su colpe e connivenze.”
Un esempio emblematico di questa transizione è quello di Gaetano Azzariti che, iniziata la sua carriera da magistrato presso la Cassazione, nel 1908 si dimette dalla magistratura e, fino al 1922, lavora presso il ministero di Grazia e Giustizia. Con l’avvento del fascismo, nel 1927, diviene capo dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia, diventando il legislatore di fiducia del regime e contribuendo, nel 1938, alla stesura delle leggi razziali, per poi essere nominato, nel 1939, presidente del Tribunale della Razza, incarico mantenuto fino al 25 luglio 1943. Il giorno dopo la caduta di Mussolini Badoglio lo nomina ministro di Grazia e Giustizia, incarico mantenuto fino al 15 febbraio 1944. Con l’istituzione, nel luglio 1944, da parte del nuovo governo presieduto da Ivanoe Bonomi, dell’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, Azzariti è tra i primi a essere indagato.
A seguito dell’amnistia voluta, il 22 luglio 1946, dal ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, Azzariti viene liberato definitivamente da qualsiasi pendenza giudiziaria e nominato capo dell’ufficio legislativo. Nel 1955 viene nominato giudice della Corte costituzionale e nel 1957 ne diviene presidente, mantenendo l’incarico fino alla sua morte avvenuta il 5 gennaio 1961. “Da capo del massimo organismo dell’aberrazione razziale a capo del massimo organismo di garanzia della democrazia costituzionale.” Nel 1944-45, quindi, “si minacciò di epurare tutta l’Italia e si finì per nominare presidente della Corte costituzionale un uomo che era stato presidente del Tribunale della Razza. In un groviglio di amnesie, reticenze e compromissioni, l’Italia democratica e repubblicana fa smontare l’impianto normativo fascista da colui che più di ogni altro aveva contribuito a redigerlo. In questo senso, la vicenda di Gaetano Azzariti è paradigmatica di conti con il passato che non sono stati fatti.”
Ma, oltre a magistrati, ci sono prefetti, questori, generali a transitare dalla Italia fascista a quella repubblicana, al netto di alcune “epurazioni particolarmente clamorose e abilmente veicolate dalle campagne di stampa,” riguardanti le frange più compromesse. In particolare, viene istituita una commissione d’inchiesta sugli illeciti arricchimenti dei gerarchi, con l’individuazione di qualche nome illustre da consegnare alla comunicazione. Ma dietro c’è “la politica del doppio binario del governo Badoglio: massima severità negli annunci, minima applicazione nella pratica.”
La defascistizzazione, anche dopo il governo Badoglio, procede secondo uno schema consolidato: “rallentamenti e pause in attesa della fine della guerra e, nel contempo, misure a effetto per assecondare l’opinione pubblica.” Con l’insurrezione partigiana della primavera del 1945, però, “il problema dell’epurazione si pone in termini completamente nuovi.” Per i partigiani e per i fascisti, infatti, “l’antagonista non è uno straniero da cacciare dalla patria, ma un traditore che non ha diritto di cittadinanza nella nuova Italia e deve essere estromesso dalla comunità nazionale.” Si scatena, quindi, nel periodo 1943-45, una guerra civile dove “l’esercizio della violenza si trasferisce dagli apparati statali delegati a esercitarla a ogni singolo cittadino.” Ci sarà, quindi, una resa dei conti che avverrà, nell’aprile-maggio 1945, con un’epurazione, da parte dei partigiani, nelle giornate convulse di fine guerra, da effettuarsi nei primi giorni, “immediata e violenta, nella quale devono cadere collaborazionisti, spie, militi che non si arrendono o che cercano di nascondersi, complici di ogni livello.[…] È una fase convulsa, dove la giustizia non può che essere sommaria e nella quale spesso il sospetto diventa prova.” Il tutto doveva avvenire prima dell’insediamento degli Alleati, che erano consapevoli che un’ondata epurativa, tumultuosa ma rapida fosse “lo sfogo necessario per appagare le aspettative di giustizia dei combattenti ed evitare le insidie di un’attesa frustrata.”
Il 22 giugno 1946 arriva l’amnistia Togliatti, “con la quale si liquidano di fatto la defascistizzazione del paese e i propositi di rinnovamento morale;” un provvedimento dovuto a “ragioni che intrecciano realismo politico e strategia di partito. Da un lato c’è il bisogno di uscire dall’emergenza e far ripartire la macchina della nazione; dall’altra c’è il mutato clima internazionale.” D’altronde “la richiesta radicale di defascistizzare tutto e tutti si è scontrata con il fatto che in Italia pressoché tutto e tutti erano stati fascisti nel Ventennio.” Infatti, “se il fascismo ha modellato il paese per vent’anni è grazie al fatto che si è giovato della collaborazione (talvolta consapevole, talvolta supina) di un’intera classe dirigente: dirigenti pubblici, intellettuali, giornalisti, professori, burocrati, magistrati, ufficiali si sono messi al servizio del regime.” E nonostante, dopo il 1945, ciascuna categoria rivendichi di aver difeso i margini di autonomia della propria istituzione, “nessuno può rivendicare una verginità politica e assolversi scindendo le proprie responsabilità da quelle di regime che ha apertamente sostenuto per vent’anni.” La negazione del consenso diffuso che ha caratterizzato il Ventennio e delle complicità che lo hanno reso possibile, però, è necessaria “per una memoria pubblica che presenti l’Italia del 1945 come paese finalmente liberato dal filo di ferro di un regime oppressivo,” mentre “per una memoria pubblica che veicoli l’immagine di un paese vincitore serve invece la rimozione di tutto ciò che ricorda la sconfitta.[…] I prigionieri di guerra sono il primo elemento da rimuovere,” pertanto essi “sono accolti in modo sbrigativo, liquidati nelle loro spettanze e subito dimenticati.”
Si tratta, in totale, di un milione e trecentomila uomini, il cui rientro in patria, scaglionato tra il 1945 e il 1947, è l’immagine della sconfitta militare; come tale, quindi, va rimossa. D’altronde, “per essere credibile, l’autorappresentazione dell’Italia come paese vincitore deve rimuovere le pagine oscure del 1940-43.” Nell’Italia uscita dalla guerra, infatti, “non c’è spazio per le brutalità dell’occupazione, che il Regio esercito ha condotto a fianco alle armate di Hitler” fino all’8 settembre 1943 mentre, dopo questa data, l’Italia sarà vittima delle violenze naziste, ma rinuncerà a processare i responsabili dei crimini tedeschi, per evitare di dar corso alle richieste di estradizione relative a funzionari e militari italiani. “È il baratto delle colpe: per non essere giudicata, l’Italia rinuncia a giudicare.”
Una nazione che fa finta di aver vinto la guerra, finalizzando a questo la costruzione della memoria pubblica, non può che imporre il silenzio anche su un dramma che ha riguardato centinaia di migliaia di persone, quello delle foibe e dei profughi della frontiera adriatica, causata dalla violenza dei comunisti titini, con una prima ondata iniziata all’indomani dell’8 settembre a causa della dissoluzione del Regio esercito conseguente all’annuncio dell’armistizio. Il numero delle vittime infoibate oscilla tra le sei e le settemila persone. Quello dei profughi – che si trovarono costretti a lasciare la loro terra, quando, il 12 giugno 1945 viene stabilito il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia (la Linea Morgan da nome dell’ufficiale che la traccia sulla carta geografica) e quindi il passaggio di Fiume, Istria, la Dalmazia e le isole dell’Adriatico settentrionale alla Jugoslavia – riguarda centinaia di migliaia di persone, un dramma che,però, “non entra a far parte della memoria pubblica dell’Italia repubblicana.” Un silenzio dovuto soprattutto al fatto che “le foibe e l’esodo sono la prova più evidente che l’Italia ha perduto la guerra: nessun paese vincitore ha migliaia di morti e centinaia di profughi dopo la fine del conflitto.” Bisognerà aspettare il 2004 per il riconoscimento ufficiale, con l’istituzione della giornata del ricordo, di questo dramma nazionale. Le vicende della frontiera adriatica, infatti, “sono una pagina della storia d’Italia e come tali vanno reinserite nella consapevolezza collettiva: gli infoibati e gli esuli non sono né di destra, né di sinistra. Sono cittadini italiani che pagano il prezzo della guerra perduta: con la differenza che la guerra l’hanno fatta tutti, mentre il prezzo lo hanno pagato i giuliano-dalmati che vivevano nel Nordest.”
Della costruzione di una memoria pubblica fa parte anche “l’operazione 8 settembre”. Cosa avvenne dopo nell’esercito lo descrive Curzio Malaparte ne “La pelle”: “Un bellissimo spettacolo! Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più “eroicamente” le armi e le bandiere nel fango…Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così, senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati quella stessa guerra che avevamo già persa con i tedeschi.” Ci fu, poi, chi fece la scelta resistenziale dove, però, “per il giovane che sale in montagna privo di cultura politica o famigliare, si tratta di una scelta decisa dal caso: attribuire consapevolezze politiche a ventenni o poco più che “scelgono” nella confusione tormentata dell’armistizio significa celebrare a posteriori una resurrezione morale che in quei termini non c’è stata, né avrebbe potuto esserci.” Ci fu, invece, chi, in continuità con il ventennio e la guerra fascista, si schierò accanto alla Wehrmacht, scelta dettata dall’aver percepito l’armistizio come un tradimento, dall’aver ritenuto Badoglio un personaggio ambiguo: “il fascismo ha educato al mito della coerenza del capitano che affonda con la propria nave, non all’opportunismo di chi si schiera secondo le convenienze contingenti.”
Pertanto, rappresentare l’8 settembre come “un germogliare immediato di ribellismo che sgorga spontaneo dalle masse popolari, come scrivono Roberto Battaglia o Piero Calamandrei, significa sostituire il particolare al generale, presentare l’eccezione di qualche singola scelta consapevole, come atteggiamento generale di milioni di italiani. L’operazione, d’altra parte, non è casuale:essa è un tassello fondamentale nella costruzione di una memoria pubblica autoassolutoria, perché salda l’immagine del fascismo come camicia di forza repressiva a quella della stagione resistenziale come guerra di popolo.”
Lo stesso fine ha l’aver dato alla Resistenza una valenza nazionale quando, invece, le Resistenza di lungo periodo si è avuta solo al Nord. Inoltre, l’aver sovradimensionato la dimensione militare della Resistenza ha permesso di accreditare l’Italia come un “paese che ha vinto la guerra, che non è stato liberato, ma che si è liberato con uno sforzo autonomo.”
Ma quanti furono coloro che risultarono coinvolti nella Resistenza e nell’esercito di Salò?
Renzo de Felice sostiene che, contando anche parenti e amici, è arrivato a 3 milioni e mezzo – 4 milioni, rispetto ai 44 milioni di persone che abitavano allora l’Italia. Quindi, “di fronte all’armistizio, la maggioranza degli italiani non si schiera.” Aver quindi costruito una memoria pubblica dove la Resistenza è rappresentata come un fenomeno nazionale, ha permesso di considerarla come “l’alibi che esonera dal fare i conti con il regime, che garantisce a tutti una presunta riacquistata verginità politica e morale. Come ha scritto lo storico liberale Rosario Romeo, la resistenza, opera di una minoranza, è stata usata dalla maggioranza degli italiani per sentirsi esonerati dal dovere di fare fino in fondo i conti con il proprio passato.”

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