Hormuz, l’Iran richiude lo stretto: la tregua già messa alla prova
A poche ore dalla firma a distanza dell’accordo che doveva chiudere la “guerra dei dodici giorni”, Teheran rimette le mani sullo Stretto di Hormuz. Il 20 giugno il Comando centrale Khatam al-Anbiya ha annunciato la chiusura del passaggio al traffico marittimo, presentandola come “prima risposta” a presunte violazioni degli impegni americani. Il riferimento esplicito è alla prima clausola dell’intesa per la fine del conflitto e, soprattutto, ai raid israeliani delle ultime ore nel Libano meridionale.
Vale la pena soffermarsi su questo punto. La leva che Teheran ha scelto di muovere non è il nucleare e non è lo scongelamento dei fondi, cioè i due dossier su cui i prossimi due mesi di negoziato tecnico avrebbero dovuto lavorare. È il fronte libanese. L’Iran lega il transito energetico mondiale a un teatro terzo, e così trasforma Hormuz in un moltiplicatore di pressione su Israele e su Washington senza dover sparare un colpo nel Golfo. Coercizione per procura, se vogliamo chiamarla con il suo nome: il costo lo pagherebbero i mercati, il messaggio lo incassa Tel Aviv.
Da Washington la lettura è più prudente. Il vicepresidente Vance ha parlato di assenza di prove di un blocco effettivo, e questa cautela non è un dettaglio da poco. Ricorda, come già si era visto nelle fasi precedenti della crisi, che non serve sigillare fisicamente lo stretto per ottenerne l’effetto. Bastano alcuni sequestri mirati, qualche interferenza sui sistemi di navigazione, l’impennata dei premi assicurativi, e la rotta diventa proibitiva. La “chiusura”, insomma, è prima di tutto un atto comunicativo, calibrato per produrre conseguenze concrete con un’esposizione militare minima e la massima possibilità di smentita.
Il contrasto con quarantotto ore prima è evidente. L’accordo reso noto dagli Stati Uniti prevedeva l’esatto opposto: armi al silenzio anche in Libano, Hormuz riaperto come prima della guerra, trecento miliardi di investimenti promessi a Teheran in cambio della rinuncia all’atomica. Trump aveva persino già rivendicato la riapertura. A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il rinvio dei colloqui previsti in Svizzera sull’attuazione dell’intesa. L’impianto della tregua, in sostanza, mostra le prime crepe prima ancora di reggere uno stress reale.
Sui numeri vale la pena tenere la testa fredda. L’esposizione resta quella nota, dallo stretto passa circa un quinto del petrolio mondiale, e uno scenario di blocco prolungato spingerebbe il Brent oltre i 120-130 dollari, con un balzo stimato sopra il 70 per cento. Ma cedere all’allarmismo sarebbe un errore. Una parte del greggio è esportabile da terminali esterni allo stretto, e nelle settimane scorse decine di navi hanno continuato a uscire dal Golfo, in qualche caso con il tacito assenso iraniano. La capacità di Teheran è reale, ma resta graduabile. Ed è proprio questa gradualità a farne uno strumento di trattativa, non un gesto di suicidio economico.
La vera domanda per le prossime ore non è se lo stretto sia chiuso, ma quanto lo sia. La risposta non arriverà dai comunicati dei pasdaran, arriverà dai dati di shipping indipendenti, dal comportamento dei premi assicurativi, dall’apertura dei mercati di lunedì. Un primo risultato, però, l’Iran lo ha già ottenuto: ha dimostrato che la tregua appena firmata regge soltanto finché è Teheran a decidere che regga.
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