Hormuz: pausa armata, crisi aperta
La querelle dello Stretto di Hormuz rappresenta l’ultima puntata di una neverending story giunta ormai ad una guerra, la 3°, che supera i limiti del conflitto liminale, ovvero di come gli stati adoperano una violenza flessibile e circoscritta per plasmare un ordine internazionale riproducibile nel tempo.
La conclusione anticipata dei colloqui pakistani porta ad un ridimensionamento di Islamabad e delle possibilità di intervento cinesi: badoglianamente, la guerra continua.
Nel Golfo l’ordine regionale sta volgendo verso un collasso sistemico, dato che sia le ambizioni israeliane sia le capacità iraniane di sostenere un’escalation orizzontale vanno oltre i paletti del conflitto liminale; l’obiettivo diplomatico non è stabilire un ordine, ma minimizzare il disordine.
Gli USA sono ancora una potenza economico-militare che esercita un grado di potere strutturale sui choke point geopolitici e lo Stretto di Hormuz è significativo per le politiche di proiezione energetica globale, secondo le linee sottolineate dalla Dottrina Carter, introdotta dopo la politica del doppio contenimento Roosevelt con l’Arabia Saudita prima e la deposizione di Mossadeq poi. Conflitti per procura, sanzioni e guerra in Iraq, sono state tecniche di ordine attuate grazie all’uso della violenza limitata, ora in discussione dopo i lanci balistici e l’uso iraniano dei droni in grado di colpire a forti distanze. La capacità di reazione invalida l’asimmetria americana della violenza limitata e porta alla crisi economica globale, che la Dottrina Carter intendeva evitare, giungendo invece alla trappola dell’escalation che richiama il Vietnam.
Per gli amanti dell’entropia, se Londra ha ceduto a Suez nel ’56 lanciando il nuovo potere americano, Hormuz potrebbe significare il crollo dell’economia petrolifera, evitabile con concessioni durissime o affrontando il rischio di un collasso sistemico.
Washington sta attraversando la sottile linea rossa che separa il dilemma dalla la crisi: se da un lato USA e Israele stanno distruggendo obiettivi paganti, dall’altro l’Iran ha chiuso Hormuz devastando i mercati e resistendo ad una campagna aerea che, per quanto violenta, non ha degradato a sufficienza il regime; se gli USA cedessero ora lascerebbero all’Iran il controllo di Hormuz permettendo l’imposizione di pedaggi e creando un precedente per tutti gli attori che rivendicano vie d’acqua, come la Cina nello Stretto di Taiwan.
La guerra ha fatto indietreggiare la minaccia iraniana permettendo a Washington di conservare altre opzioni a patto di avere idea dei rischi e del tempo disponibile, opzioni che mancano al regime di Teheran costretto ad eleggere il manchurian candidate Mojtaba Khamenei, controllabile dai Pasdaran, manovratori di una Repubblica che vede in frantumi la sua dottrina della difesa avanzata fondata su un’estesa rete di proxy non più sostenuti da alcuna architettura finanziaria.
Per Tel Aviv l’Iran ha rappresentato una minaccia esistenziale, uno stato nucleare di soglia dotato di missili balistici che ha nel DNA la necessità della sua distruzione.
In tutto ciò Cina e Russia, malgrado gli accordi con Teheran, conservano l’interesse a mantenere buoni rapporti con i paesi arabi del Golfo, con Pechino che rimane sempre restia agli interventi men che meno in conflitti che hanno la caratteristica dell’esistenzialità.
La geoeconomia è espressione centrale dell’espansione della guerra con altri mezzi, tanto che Mahan ha scritto chiaramente come la padronanza degli stretti conti sia per il commercio che per la proiezione del potere marittimo: di fatto, con l’interdizione selettiva di Hormuz, l’Iran punta a soffocare sia le monarchie del Golfo sia gli importatori petroliferi in orbita americana, condizionati da un’estrema volatilità sempre più vicina alla massa critica necessaria a scatenare recessioni.
Per Teheran il blocco è un equalizzatore asimmetrico, viste sia la geografia sia la carenza americana di unità cacciamine; in ogni caso, secondo diritto, la guerra non sospende Montego Bay poiché Hormuz rimane uno stretto internazionale, cosa che giuridicamente lo differenzia dagli stretti turchi tra Mediterraneo e Mar Nero1; a Hormuz il diritto di transito è assicurato a tutte le navi ed agli aeromobili anche durante un conflitto in corso a condizione che si astengano da qualsiasi azione contro gli Stati che si affacciano sulle acque. Benché nessuno dei belligeranti abbia ratificato Montego Bay, il regime di transito rimane vincolante e non interpretabile da parte iraniana, specialmente quando vengono presi di mira equipaggi e navi neutrali, costrette ad affrontare la mancanza di vie alternative.
La crisi di Hormuz rivela ancora una volta la fragilità dell’ordinamento marittimo, visto che il diritto di transito non trova sponda da parte degli stati costieri.
Secondo i principi delle guerre di connettività, le contromisure iraniane massimizzano l’impatto sulle supply chain globali; Hormuz mette in discussione libertà di navigazione e capacità d’intervento statunitensi: prendere lo Stretto darebbe a Washington la possibilità di tenere in ostaggio le forniture energetiche cinesi; gli iraniani dal canto loro possono accontentarsi della pazienza strategica finché gli americani non decidano di ripiegare.
Tel Aviv potrebbe approfittare della situazione per puntare a strutture energetiche terrestri che la colleghino con l’Arabia, così da sviluppare una leva sulla sicurezza energetica europea, definendo così la posizione di contrappeso militare e tecnologico israeliano indipendente, secondo realpolitik, dagli Stretti e nuovamente rivolto all’Eastmed.
Dal canto suo, Teheran si è affidata sia al riorientamento degli scambi economici con l’Asia sia al ricorso alle criptovalute decentralizzate, beneficiando della sospensione temporanea delle sanzioni americane sulle esportazioni di proprio greggio via mare. Se gli stati del Golfo, in cambio di sicurezza, investono i loro proventi in beni denominati in dollari, Teheran indebolisce gli incentivi a fare affidamento sulla sentinella USA.
Al momento, malgrado la loro aggressività, gli iraniani mancano di incontrastata potenza finanziaria, nonostante la presenza di tendenze strutturali che potrebbero agevolare un nuovo ordine monetario multipolare.
Hormuz può cominciare ad essere rappresentato come un campo di battaglia geoeconomico e tecnologico, che necessita di IA e di energia in grado di farla funzionare a fronte sia della concorrenza cinese sia dei primi attacchi della storia ai data center. La terza guerra del golfo non è uno scontro egemonico tra pari, ma un conflitto asimmetrico combattuto con armi economiche e che sconfessa ogni teoria di pax mercatoria.
La chiusura di Hormuz segue lo scorrere di una cronologia di escalation volta ad un collasso sistemico che, entro 3 mesi, condurrebbe ad un punto di non ritorno; si può rimanere in apnea per 90 giorni, ma decorsi quelli il danno al tessuto economico globale diventerebbe permanente e strutturale.
Hormuz può ridisegnare l’ordine globale separando il Golfo Persico dal contesto mondiale, chiudendo così il secolo del Medio Oriente con gli investimenti spostati su hub più sicuri e con l’inaugurazione di nuove rotte; mettendo fine del sistema di alleanze legate agli USA, incapaci di riaprire le vie d’acqua e con Pechino impegnata a garantire i flussi energetici terrestri; accelerando la formazione di blocchi regionali non condizionati dai choke points geopolitici.
Di fatto, la Russia potrebbe diventare il vincitore relativo grazie a risorse in grado di assicurare potenza politica e finanziaria superiori a quelle ante Ucraina permettendo di inaugurare il passaggio ad un mondo multipolare e frammentato.
L’Europa uscirebbe in frantumi da una competizione dei flussi da est verso ovest, accompagnata dalla frattura del fronte sanzionatorio: il rischio di default diverrebbe realtà, aggravato da un’escalation verticale e da un collasso logistico ed infrastrutturale, del tutto immune dal principio di distinzione annoverando impianti petrolchimici e di raffinazione tra gli obiettivi militari legittimi e privilegiando il peso politico della distruzione di altri target, stabilendo una nuova forma di deterrenza entro un unico spazio strategico integrato entro cui far operare i proxy.
Teheran non cerca una fine rapida, ma punta a sostenere la pressione per giungere all’innalzamento della soglia per essere attaccati: Hormuz è lo strumento ideale di escalation che rende la geografia una leva fino a Bab el-Mandeb e porta la guerra a sconfinare nel dominio economico. Lo stretto è più utile se utilizzato in senso selettivo e non come strumento da singola mossa incastonato in una guerra prolungata e costosa vincolata alla produzione di guadagni strategici tangibili soprattutto ai fini del mantenimento dell’ordine interno.
Un ordine traballante nel Golfo Arabico, dove la guerra è riuscita a cementare la rabbia verso Iran, USA e Israele, ma anche ad esaltare le divergenze specialmente per quanto concerne l’evoluzione dei rapporti con Tel Aviv ed il dissolvimento dei buoni propositi tra Riyadh e Teheran fino alla diversificazione diplomatica instaurando liaison più dirette – e difficili – con Pechino.
Gli Stati del Golfo sono rimasti di fatto esposti, vista la mancanza di protezione derivante dagli Accordi di Abramo, dagli accordi economici o dalla presenza di basi americane. Ma l’Amministrazione Trump esige un qualcosa che autorizzi a parlare di vittoria pur a fronte dell’impossibile e reciproca accettazione delle richieste avanzate tra nucleare, proxy destabilizzanti, chiusura di Hormuz; attacchi ad infrastrutture essenziali potrebbero dunque non essere la soluzione, anche perché questo genere di strike vedrebbe l’uso di tattiche simmetriche con l’adozione di più generali strategie asimmetriche.
In queste ore, la tregua ha assunto l’aspetto più confacente di pausa armata, visti gli attacchi israeliani in Libano ed iraniani sulle nazioni del Golfo; quel che è certo è che la percezione dell’America, timorosa di un doppio conflitto prolungato a Taiwan, potrebbe essere definitivamente cambiata.
Di fatto, la riapertura dello stretto non è limitata ad una questione militare ma di diplomazia, visto che parte della deterrenza iraniana si fonda su costi economici insostenibili e che gli obiettivi politici americani sono di gran lunga più ampi di quelli militari, posto che Hormuz e Medio Oriente aiuteranno di riflesso lo sforzo bellico russo in Ucraina, con uno stoccaggio petrolifero mediorientale in crisi e l’incognita della capacità estrattiva di ripartenza. Per l’Europa le opzioni sono poche e rischiose, in carenza di soluzioni credibili e rapide.
Un paio di note per chiudere; mentre nel ’73 Kissinger era riuscito a salvaguardare l’immagine americana a fronte degli ultimatum sovietici, la politica di Trump circa il coinvolgimento cinese nelle trattative ha dipinto Pechino quale player globale e responsabile.
Attenzione all’America first: potrebbe convincere Wahington, che ha raggiunto gli obiettivi che desiderava, a non dissanguarsi per uno stretto che non la interessa direttamente. Visto che sulla dottrina nucleare, che poi è quella su cui si fonda la stabilità regionale, no pas(d)aran, gli USA sembrano prediligere partnership più contenute e integrate, con azioni preventive e potenti anche nei teatri apparentemente secondari. Di fatto, non si tratta della fine della crisi, quanto piuttosto in un momento transitorio e cinetico.
1 L’Iran non detiene la sovranità su Hormuz; gli stretti turchi sono disciplinati dalla Convenzione di Montreux, in base alla quale Ankara gode di poteri giuridici speciali per la regolamentazione del traffico marittimo.
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