I droni difenderanno Taiwan dall’aggressione di Pechino?
Nel 2022 la Federazione Russa ha iniziato “l’Operazione Speciale” contro l’Ucraina e ha mostrato al mondo che la guerra del ventunesimo secolo non si combatte più solo con carri armati e artiglieria ma (senza considerare affatto fino ad ora l’impiego del nucleare) con grandi quantità di droni, dal costo di poche centinaia di dollari, capaci di contrastare e neutralizzare mezzi avversari dal costo di milioni della stessa moneta. In questi mesi la Cina Popolare sta intensificando le esercitazioni attorno alla Repubblica di Cina (Taiwan), comprese quelle che contemplano scenari di blocco e operazioni anfibie, con l’obiettivo, secondo Pechino, di ottenere quella che definisce la “riunificazione”, anche con l’uso della forza.
Taipei e Kiev sono distanti circa ottomila chilometri e affrontano, quindi, il medesimo problema che si traduce in una forte sproporzione numerica e industriale rispetto all’avversario. La soluzione che pare stia prendendo piede è un massivo uso di droni.
Taiwan ha un apparato difensivo forte di circa 160.000 soldati e la Cina Popolare ne ha oltre due milioni, Taiwan ha ventisei navi militari e la Cina Popolare ne ha trecentoquaranta, lo stretto di Taiwan che separa i due paesi è largo solo centotrenta chilometri e una flotta da sbarco lo attraverserebbe in otto ore. Con il solo uso di armi convenzionali Taipei, secondo gli analisti della regione, potrebbe resistere a tale aggressione al massimo due settimane, ma rispondendo con centinaia di migliaia di droni potrebbe contenere le forze di Pechino almeno i due mesi ritenuti necessari perché arrivino aiuti sia da Stati Uniti sia da Giappone e le altre potenze democratiche che hanno a cuore il destino degli oltre 23 milioni di taiwanesi.
Taipei segue da anni con interesse e una task force dedicata il conflitto in Ucraina e la forma in cui Kiev si sta difendendo dal febbraio 2022. Kiev ha imparato sul campo come si fa una guerra moderna impiegando, droni navali e terrestri (avrebbe distrutto migliaia di carri armati russi con mezzi dal costo irrisorio) e sta procedendo alla produzione, distribuita dei suoi droni in numerosi garage, altre ridotte strutture interrate e container, perché le fabbriche centralizzate vengono bombardate appena individuate dalle forze armate russe.
La positiva cooperazione tra Kiev e Taipei è nata invece in tre fasi tra il 2022 e il 2026 attraverso aziende industriali, think tank e canali informali mediati proprio da Stati Uniti e Giappone.
Tra maggio 2022 e dicembre 2023 sarebbero arrivate, a Leopoli e Dnipro, diverse delegazioni taiwanesi; hanno visitato le officine dove venivano assemblati i droni e acquisita la conoscenza, una volte tornate a Taiwan hanno avviato il Drone Industry Development Office con l’obiettivo di copiare il modello ucraino. Entro la fine del 2025, si è concretizzato un vero e proprio scambio industriale: Taiwan ha fornito chip e componenti a uso civile e in cambio ha ricevuto duecento istruttori ucraini veterani che hanno addestrato i piloti taiwanesi di droni in Giappone e nelle Filippine.
Da circa un anno è in corso una collaborazione tra ingegneri taiwanesi e ucraini. Il risultato è una partnership dove Taiwan mette i chip, l’intelligenza artificiale, materiali compositi e le batterie ad alta densità e l’Ucraina mette l’esperienza di combattimento, i dati di quattro milioni di ore di video di bersagli colpiti, la dottrina d’impiego e i piloti. Si suppone che gli Stati Uniti stiano finanziando il tutto e forniscano poligoni, mentre il Giappone metterebbe a disposizione componenti elettroniche.
La cooperazione descritta è oggi al centro della difesa taiwanese (Progetto Formosa Swarm) e si concreta in uno sciame anti-invasione pensato per fermare una flotta da sbarco cinese di cinquanta navi in trenta minuti, utilizzando migliaia di droni divisi in quindici sciami da duecento unità, ogni sciame ha un drone regina con AI taiwanese addestrata sui video ucraini. I droni partono da camion e parcheggi, volano a bassa quota, anche se la contraerea cinese ne abbatte grande quantità i restanti si riorganizzano autonomamente e scelgono nuovi bersagli.
Nel test di giugno 2026 nel deserto del Nevada trecento droni avrebbero affondato dodici navi bersaglio in undici minuti con un tasso di successo del sessantotto per cento e per il PLA (forze armate di Pechino) questo sarebbe uno scenario impossibile da gestire perché i suoi sistemi antiaerei non sarebbero in grado di contenere i droni taiwanesi.
Ingegneri ucraini hanno anche studiato i jammer (disturbatori di frequenza) russi e oggi riescono a saltare fino a centoventi frequenze al secondo. Il drone se perde il segnale che lo guida torna a casa con navigazione inerziale e comunica cosa avvenuto agli altri droni, costa solo quarantacinque dollari in più e ha portato la percentuale di droni che arrivano al bersaglio dal trentuno per cento del 2023 al settantaquattro per cento del 2026.
L’Ucraina ha sviluppato droni navali kamikaze e Taiwan li ha resi stealth: scafo in materiale radar-assorbente, autonomia di 950 chilometri, cariche belliche da oltre 250 kg e AI per evitare contromisure. Taiwan ne avrebbe schierati oggi centottanta nello stretto e altri sessanta sarebbero stati trasferiti in Ucraina, via Romania, dove operano nel Mar Nero. La quarta tecnologia sono le fabbriche Dark in container, idea di Foxconn adattata alla guerra, ogni container produce ottocento droni al mese e se ne viene distrutto uno se ne attivano altri cinque in un’altra città in settantadue ore. Ad agosto 2026 l’Ucraina ne ha cinquantadue attivi e Taiwan ne ha più di cento in magazzino pronti ad essere utilizzati.
C’è poi una nuova tecnologia (è la rete GhostLink), una rete dove ogni drone fa da ripetitore per gli altri dieci vicini così che cinquemila droni creano una rete grande quanto Taiwan senza bisogno di satelliti o torri: tecnologia taiwanese testata dagli ucraini a Bakhmut quando i russi oscuravano Starlink.
Questa premessa sta cambiando i calcoli strategici di Pechino perché il vantaggio numerico cinese potrebbe non essere più decisivo come in passato. Non serve avere un milione di soldati se vengono fermati in mare da sciami di droni, non serve avere trecento navi se vengono affondate – una per una – da droni dal costo di cinquecentomila dollari, e non si può più contare sul tempo perché mentre il PLA impiega tre anni per sviluppare un nuovo sistema d’arma Taiwan e Ucraina ne tirano fuori uno nuovo ogni due mesi.
Conseguentemente, pare, che la Cina Popolare dal 2025 abbia aumentato del trecento per cento lo spionaggio industriale sulle aziende taiwanesi di droni, ha sanzionato quattordici aziende, ha inserito nei suoi wargame scenari con cinquemila droni in attacco e nei documenti interni che sarebbero trapelati (condizionale d’obbligo) del Comando del Teatro Orientale si ipotizzerebbe che bisogna prendere in considerazione che Taiwan avrà capacità pari a quelle ucraine entro il secondo trimestre del 2027.
Un generale del PLA in un forum chiuso avrebbe affermato che è meglio aspettare cinque anni, adesso è troppo tardi per invadere Taiwan.
Ma la cooperazione ha anche limiti e rischi molto concreti, il primo è la dipendenza politica dagli Stati Uniti perché senza i finanziamenti e la copertura diplomatica di Washington metà dei progetti si fermerebbero, il secondo è il problema etico dell’AI che sceglie il bersaglio in autonomia e su questo Unione Europea e Nazioni Unite stanno facendo pressione a Taiwan che risponde che preferisce controllare lei l’algoritmo piuttosto che lasciarlo alla Cina Popolare, il terzo è lo spionaggio perché nel 2025 tre ingegneri taiwanesi sono stati arrestati perché sospettati di aver passato progetti a Pechino, il quarto è il rischio di escalation perché se un drone con tecnologia taiwanese venisse usato per colpire in profondità il territorio russo la Cina Popolare potrebbe usarlo come pretesto per accelerare i suoi piani di aggressione su Taiwan e la sua democrazia che tanto la infastidisce.
Il futuro ci dirà cosa farà Pechino, attese le nuove capacità di difesa di Taipei, e se qualche paese comprerà il pacchetto di droni difensivi di Taiwan e Ucraina, abbracciando la certezza che nel 2026 la guerra non è vinta da chi ha più carri armati ma da chi ha più dati, droni e velocità di iterazione.
L’Ucraina ha fornito l’esperienza, Taiwan i semiconduttori e la capacità di produrre su scala. Appare in queste settimane possibile affermare che una democrazia di ventitré milioni di abitanti può dire no a un gigante di un miliardo e quattrocento milioni: il messaggio per Pechino è chiarissimo, se deciderete di invadere Taiwan non troverete un esercito tradizionale ad aspettarvi sulle spiagge, troverete sciami di droni che non dormono, non hanno paura, imparano da ogni utilizzazione e comunicano tra loro.
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