ICE: armi, uomini e conseguenze
Alcuni anni fa scrissi un articolo sull’operazione Strade Sicure, dopo aver visto in azione alcuni uomini alla stazione centrale di Milano. Tra le altre cose, citavo un suggerimento che mi diede mio padre: “quando si va in giro armati esiste la possibilità concreta che l’arma si finirà per usarla”. Aveva ragione.
Una volta per tutte: un’arma, soprattutto da fuoco, è fatta per uccidere, non per ferire. Lo scopo dell’utilizzo è l’eliminazione della minaccia, sia essa rappresentata da un animale feroce o da un criminale. Purtroppo, è stata dimostrata nei fatti la veridicità di questa affermazione.
L’utilizzo generalizzato delle armi da fuoco portatili, quello che la cronaca USA, soprattutto, sta evidenziando, prende forma in maniera concreta intorno al 1860, in alcuni territori americani caratterizzati dalla mancanza di legge e ordine istituzionale, e dalla natura selvaggia.
Due inventori, in modo particolare, determinarono questa “evoluzione antropologica” e sociale: Samuel Colt e Daniel Wesson.
Pensati per l’utilizzo nei grandi territori dell’ovest e del sud americano e sviluppati ulteriormente durante la guerra civile americana, i revolver a ripetizione incontrarono un enorme successo.
Un famoso detto recita: “Dio ha creato gli uomini. Samuel Colt li ha resi uguali”. E cioè, essere in grado di ammazzarsi senza distinzione alcuna.

È nota a tutti, credo, la familiarità degli americani con le armi da fuoco che, quasi sicuramente, deriva da questo contesto storico.
Torno a insistere sul concetto di “eliminazione della minaccia” e ripeto: le armi da fuoco sono progettate per uccidere. Contrariamente a quello che molti pensano, ferire è un fatto casuale.
Chiarito questo aspetto, riflettiamo su quello che la cronaca, soprattutto americana ma non solo, sta evidenziando.
Vorrei però fare prima alcune distinzioni.
Chi non è mai stato negli Stati Uniti (non parlo a Times Square o Rodeo Drive, Beverly Hills, su una spiaggia di Miami o nel Grand Canyon…), non ha visto cosa c’è dietro la facciata della nazione più ricca e avanzata del mondo, e non si rende conto di che cosa sono gli Stati Uniti d’America: un territorio oscuro e pericoloso, soprattutto nelle zone suburbane, periferiche, o in certe cittadine degli Stati Uniti centrali e del sud, al confine con il Messico. Come andare in territori di guerra.
Sono una nazione fondata sull’immigrazione, che ha accettato nel corso degli anni fenomeni di sviluppo di criminalità variamente organizzata, importata. Alcune di queste organizzazioni non hanno rivali per pericolosità, violenza e spietatezza.
Gli USA, a questo riguardo, non si sono mai fatti mancare forze di sicurezza e di polizia adeguate a reprimere e a controllare questi contesti, a volte con metodi che sono degenerati.
Negli anni cinquanta, ad esempio, sono diventati famosi episodi di violenza nella città di Los Angeles, determinati proprio dalla polizia dipartimentale, che si era sostituita alla criminalità organizzata prendendone il posto nel controllo e nel traffico degli stupefacenti. Negli anni ‘70 successe la stessa cosa a New York.
Cercare quindi di capire le azioni della milizia ICE – oggi – è, a mio avviso, più un esercizio antropologico che politico.

Esistono tre tipologie umane di soldato o di tutore delle forze dell’ordine.
La prima è, si spera, la più importante e quella con più personale attivo. Uomini delle forze dell’ordine e soldati spinti davvero dallo spirito di servizio e di appartenenza ad una comunità, che proteggono il prossimo per sincera vocazione. Sono nati per questo e credono in quello che fanno.
La seconda tipologia è quella di chi ha semplicemente cercato un impiego pubblico. Poliziotti e soldati sono impiegati pubblici, di fatto. Piccolo particolare però, e che sono armati.
Non sono né peggio né meglio degli altri, e fanno il loro dovere con buona professionalità. Mi è capitato di trovarmi in contesti in cui ho potuto fare affidamento sulla loro coerenza, mentre svolgevano il loro compito con buonsenso. Si sono comportati egregiamente, mantenendo sempre un certo professionale distacco, senza eccessi ed emotività.
E poi c’è una terza categoria di persone, di cui nell’ICE mi sembra di riconoscere parecchi esempi. L’uccisione assurda di due persone non può non farmeli ricordare: sono gli psicopatici e i fanatici. Ce ne sono, è inutile negarlo.

Bisogna però fare un distinguo: l’aggressività che alcuni reparti delle forze dell’ordine adottano in determinate circostanze non è, come molti politici e pennivendoli affermano, una patologia psicologica. Tutt’altro.
Vorrei vedere loro affrontare orde di violenti organizzati lì apposta per provocare disordini e scontri.
Altra cosa è l’uso superficiale e indiscriminato di violenza gratuita. La legge, in questo caso, deve valere per tutti. Anzi, pure di più.
Cercare però lo scontro, progettando di mandarlo poi su internet per suscitare reazioni, perché ormai e questo ciò che succede nella maggior parte dei casi, dovrebbe far pensare tutti in modo semplicemente più razionale.
Torniamo adesso alla questione principale: gestire una situazione dove sono presenti armi da fuoco.
La prima cosa di buonsenso da fare, per chiunque, è di non mettersi nelle condizioni di far utilizzare l’arma di cui dispone la persona che ci troviamo ad affrontare. Tutelare la propria vita. Punto.
E se l’unica cosa da fare è accettare delle disposizioni, in quel contesto specifico, lo si fa e basta. Poi, finito il pericolo, casomai se ne riparlerà.
Specie nel caso di fermi e controlli delle forze dell’ordine, non si può e non si deve provocare reazioni, pensando che, probabilmente, essendo poliziotti, non si useranno le armi… Bisogna sempre pensare che le armi, se presenti, si potranno usare. A prescindere!

Attuare le procedure per far sì che questo non accada, e quindi accettare gli ordini che vengono impartiti, anche quando ingiusti.
Poi, quando il pericolo sarà cessato, ci si potrà rivolgere a dei legali, se si vorrà.
Parlando di Minneapolis, non ho ben capito cosa andavano cercando i due uccisi. Diventare martiri? Missione compiuta, allora.
Vedremo però se tra un paio di settimane qualcuno si ricorderà ancora di loro, tolti i loro cari e, forse, i politici che sfrutteranno la loro morte per ottenere qualche consenso che poi, una volta arrivato, si comporteranno esattamente come i loro predecessori, perché così va il mondo.
Quindi, tornando al punto di partenza di questo mio pensiero: “non provocare mai la reazione dell’uomo armato di fronte a voi, anche se è un poliziotto”.
Questo, forse, prima dei metal detector davanti alle scuole, andrebbe spiegato molto chiaramente ai giovani. E pare non solo a loro.
foto: ICE
L’articolo ICE: armi, uomini e conseguenze proviene da Difesa Online.
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