Immigrazione, sicurezza e remigrazione: chi paga il piano B?
Milano guarda avanti, fino a interrogarsi sul modello della “città-Stato”, ma le criticità che attraversano la metropoli riguardano ormai l’intero Paese. Radicalizzazione, immigrazione irregolare e sicurezza urbana interrogano territori e istituzioni. Il punto non è scegliere tra allarmismo e buonismo, ma capire cosa l’Italia sia concretamente disposta a fare, con quali strumenti e soprattutto con quali risorse. L’idea della città-Stato può sembrare una provocazione amministrativa, ma nel 2026 l’ipotesi è approdata formalmente a Palazzo Marino. Nel programma dei lavori del Consiglio comunale dell’11 maggio compare infatti una mozione per l’«attribuzione dello status giuridico di Città-Stato a Milano».
Dietro il tema dei minori vincoli affiora però una questione più ampia. Quanto può funzionare una grande metropoli europea se sicurezza, integrazione e controllo del territorio non procedono alla stessa velocità della sua trasformazione sociale?
Il radicalismo rompe gli schemi
La Relazione annuale dell’intelligence italiana presentata nel marzo scorso segnala un aumento della propaganda jihadista nel 2025 e soprattutto un preoccupante abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti nei processi di radicalizzazione. Questo non significa, evidentemente, sovrapporre Islam, immigrazione e terrorismo, semmai significa riconoscere che una componente radicale esiste e costituisce un problema di sicurezza nazionale, tanto che intelligence, magistratura e forze dell’ordine la sorvegliano quotidianamente.
Anche nel mondo LGBTQ+, tutt’altro che politicamente omogeneo e nel quale convivono sensibilità di destra, centro e sinistra, emerge una contraddizione poco discussa. Una parte dell’attivismo organizzato tende spesso a identificare la difesa dei diritti civili con il solo campo progressista. Oggi, però, lo scenario è più complesso e la minaccia dell’islamismo radicale alle libertà civili pone interrogativi trasversali agli schieramenti politici, rendendo meno credibile una lettura del tema esclusivamente in chiave destra-sinistra.
Dal territorio arriva l’insofferenza
Anche le percezioni provenienti dalla strada meritano ascolto. Un agente di Polizia Locale di Genova, che ha chiesto di mantenerne riservata l’identità, racconta la frustrazione degli operatori davanti alla reiterazione di piccoli e grandi fenomeni criminali e il timore che l’esasperazione possa prima o poi tradursi in reazioni autonome dei cittadini. È una testimonianza personale, non una statistica, ma alcuni elementi trovano però riscontro nelle decisioni dell’amministrazione genovese, che nel 2026 ha rafforzato presidi e pattugliamenti nel centro storico e attivato il dispositivo “Darsena H24” per contrastare degrado, spaccio, occupazioni improprie degli spazi pubblici e reati predatori.
Ancora più drastica è l’analisi di un generale dell’Esercito oggi in congedo, che abbiamo interpellato sul possibile “piano B” italiano. La sua ricetta prevede maggiore tutela giuridica per gli operatori, drastica revisione dei sussidi, criteri economici più stringenti per i ricongiungimenti e rimpatrio degli stranieri irregolari condannati. Arriva inoltre a ipotizzare – ed è forse il passaggio più radicale della sua analisi – una sostanziale non perseguibilità degli operatori per le conseguenze derivanti dall’uso della forza durante un intervento.
Il ruolo delle imprese: formare prima di partire
Un altro tassello riguarda le aziende, prevedendo anche possibili incentivi per quelle che investono seriamente in questa direzione. Se l’Italia ha bisogno di manodopera che non riesce più a reperire internamente, l’immigrazione per lavoro dovrebbe partire dalla formazione nei Paesi d’origine. Uno strumento esiste già, ma potrebbe essere rafforzato coinvolgendo direttamente le imprese nella preparazione professionale, linguistica e civica (in Paesi occidentali) dei futuri lavoratori. Quindi non manodopera straniera perché costa meno, ma lavoratori formati per posti realmente scoperti, con gli stessi diritti, doveri, tutele e dignità salariale di chi già lavora in Italia. È anche così che l’immigrazione può trasformarsi da emergenza da gestire a risorsa programmata.
Remigrazione, dalle parole ai fatti
La parola “remigrazione”, ormai entrata nel dibattito politico europeo, diventa più complicata quando dal principio si passa al diritto. L’Unione europea sta accelerando le procedure di rimpatrio e viene da chiedersi perché il problema, non certo imprevedibile, non sia stato affrontato con altrettanta determinazione molto prima, ammesso che questa volta alle intenzioni seguano i fatti. Del resto, l’Italia aveva già sperimentato con la Libia di Gheddafi accordi capaci di contenere i flussi, ma la caduta del regime nel 2011 cambiò radicalmente quello scenario. Il nuovo sistema europeo concordato nel giugno 2026 prevede procedure più efficienti e persino return hubs in Paesi terzi. Non si tratta dunque di un’azione indiscriminata e, anche davanti a un’emergenza, prevale il diritto, con limiti precisi alle espulsioni collettive e l’obbligo di valutare ogni singolo caso.
Servono rimpatri realmente eseguibili, integrazione concreta, intelligence, controllo del territorio e certezza delle regole. Ma tutto questo costa e resta una domanda inevitabile. Esistono davvero le risorse per trasformare annunci e aspettative in fatti concreti?Altrimenti il rischio è l’ennesimo specchietto per le allodole, mentre prende corpo lo scenario peggiore evocato sia dal generale sia dall’agente genovese, quello di cittadini che smettono di fidarsi dello Stato e pensano di potersi sostituire ad esso.
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