Intervista al sottosegretario Perego di Cremnago: le priorità della Difesa tra guerre ibride, cyber e Indo-Pacifico
In una fase di forte instabilità internazionale, segnata dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e da un generale deterioramento del quadro di sicurezza globale, i temi della difesa tornano con forza al centro del dibattito politico e strategico. Cyber warfare, nuove tecnologie, protezione delle infrastrutture critiche, competizione tra grandi potenze e capacità industriali rappresentano oggi dimensioni sempre più interconnesse di uno stesso scenario.
In questo contesto, anche l’Italia è chiamata ad aggiornare il proprio strumento militare e a rafforzare la propria capacità di risposta. Dal dominio cyber alla dimensione subacquea, fino alla crescente centralità dell’Indo-Pacifico, le trasformazioni in corso richiedono scelte strategiche, investimenti e una più ampia consapevolezza pubblica.
Ne abbiamo parlato con il sottosegretario alla difesa Matteo Perego di Cremnago che ha prontamente accolto la nostra richiesta di confronto.
L’attacco all’Iran è iniziato con un’operazione cyber. Da anni lei sottolinea l’importanza della dimensione ibrida delle guerre moderne e ha parlato addirittura di una vera e propria “Arma cyber”. In che termini si colloca questo tema anche nella riforma dello strumento militare che verrà presentata a breve?
Anche la guerra in Ucraina, se ricordiamo, era iniziata con un attacco cyber il giorno prima dell’invasione terrestre. La natura della guerra ibrida a cui siamo sottoposti dimostra come ogni giorno gli attacchi alle infrastrutture critiche dei paesi occidentali aumentino, solo lo scorso anno raddoppiati rispetto all’anno precedente.
Questi attacchi provengono spesso da attori non statuali o da proxy di attori statuali. Per esempio, soggetti vicini alla Federazione Russa sono responsabili di numerosi attacchi verso la nostra Nazione.
La Difesa ha avviato una serie di iniziative per rafforzare la resilienza in questo settore, sia con modifiche normative che saranno contenute nel prossimo decreto Difesa, sia con iniziative legislative già presentate in Commissione Difesa della Camera.
L’obiettivo è arrivare alla costituzione di una vera e propria Arma cyber, con una componente civile e una militare. È un modello che mutua l’esperienza di alcuni paesi a noi vicini – penso alla Germania – oltre che degli Stati Uniti, proprio per la strategicità di questo dominio.
Il cyber è infatti un settore in cui la competizione tra pubblico e privato per le competenze è molto forte. Gli operatori specializzati sono estremamente richiesti dal mercato e questo rende necessario individuare strumenti che consentano alla Difesa di attrarre e trattenere queste professionalità.
Questo è ancora più importante per una nazione come l’Italia, che vive una fase di crisi demografica e di progressivo innalzamento dell’età media. Non abbiamo la stessa disponibilità di giovani ingegneri di altre realtà come, ad esempio, l’India. Le competenze disponibili devono quindi essere valorizzate e preservate.
Il cyber si inserisce inoltre in un quadro più ampio di rafforzamento delle capacità operative della Difesa che riguarda anche altri domini strategici, come lo spazio e la dimensione underwater.
Nel settore della sicurezza tradizionale sono richiesti requisiti morali e di affidabilità molto stringenti – basti pensare alla selezione nella sicurezza privata, nelle forze di polizia o nell’Arma dei Carabinieri – mentre nel dominio cyber le competenze possono provenire anche da profili tecnicamente molto capaci ma non necessariamente conformi agli stessi parametri. È una criticità normativa che, a suo avviso, dovrà essere affrontata?
Chi opera nel dominio cyber ha caratteristiche molto diverse da chi opera nei domini fisici tradizionali. È quindi necessario valorizzare le competenze presenti sul mercato, anche adottando criteri di reclutamento e selezione che tengano conto delle peculiarità di questo settore.
Va però considerato che la resilienza cyber della Nazione non dipende soltanto dalla Difesa. In questo ambito operano diverse istituzioni e agenzie dello Stato. Penso in particolare all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, ma anche alle agenzie di intelligence e ad altri dicasteri che hanno sviluppato capacità specifiche, come la Farnesina che ha creato una propria divisione cyber.
La vera sfida oggi è quindi riuscire a fare sistema, coordinando competenze e responsabilità diverse.
Va inoltre considerato che il cyber è un dominio in cui molte attività si collocano sotto soglia. A differenza di un’operazione cinetica, che è immediatamente visibile, gli attacchi cyber richiedono modalità di risposta differenti e spesso meno evidenti, sempre nel rispetto dei vincoli previsti dal nostro ordinamento.
Se una nazione subisce quotidianamente centinaia o migliaia di attacchi, è evidente che deve interrogarsi su come prevenire e neutralizzare queste minacce.
Quindi anche sviluppando capacità offensive?
Esatto.

La riforma dello strumento militare introdurrà cambiamenti organizzativi rilevanti?
È una riforma di grande portata, con una magnitudo significativa, che tocca diversi aspetti dell’organizzazione dello strumento militare.
Il capitale umano resta la risorsa primaria. Anche se stiamo assistendo a una trasformazione del modo di combattere – con l’impiego crescente di droni, robot e sistemi autonomi – il “man on the loop” continuerà a rappresentare un elemento fondamentale.
Uno degli aspetti centrali riguarda l’incremento degli organici. La legge delega 119 aveva già previsto un aumento fino a 160.000 unità, ma per rispondere ai capability targets della pianificazione nazionale e della NATO sarà necessario valutare ulteriori adeguamenti.
Un altro tema riguarda la Riserva, che dovrà essere ripensata per rispondere alle esigenze operative attuali.
La riforma è ancora in fase di valutazione e l’obiettivo è presentarla al Parlamento quanto prima, in modo da consentire un percorso di approvazione nei tempi della legislatura.
Resterà nell’ordine di 10-15 mila unità?
Sono numeri ancora in fase di valutazione. Stiamo analizzando anche le esperienze di altri paesi dove il sistema della riserva ha dimostrato una significativa efficacia.
Oggi viviamo in una situazione di crisi quasi continua: nel mondo sono attivi decine di conflitti e questo rende necessario sviluppare una Riserva con competenze anche specialistiche.
Non solo decine di migliaia di uomini e donne ma, in caso estremo, anche centinaia di migliaia?
Nel caso peggiore dobbiamo garantire la sicurezza nazionale su uno spettro molto più ampio rispetto al passato. Tuttavia il tema non è solo quantitativo ma qualitativo: servono operatori formati e con competenze adeguate.
Il modello di riferimento resta comunque quello dei paesi occidentali ed europei.
La Svizzera può essere un esempio?
Il modello svizzero è interessante perché prevede richiami periodici e un forte coinvolgimento della popolazione nella difesa. È un sistema particolare, ma dimostra come si possa strutturare la sicurezza nazionale coinvolgendo una platea più ampia rispetto alle sole forze armate professionali.
Lei è stato tra i sostenitori della creazione del Polo Nazionale della dimensione Subacquea. Qual è oggi la situazione e quali prospettive vede anche in termini industriali e di export?
Sono stato un forte sostenitore dell’iniziativa per tre ragioni principali.
La prima è geografica: l’Italia è una Nazione marittima con oltre ottomila chilometri di coste e una posizione centrale nel Mediterraneo.
La seconda è strategica: i nostri mari sono attraversati da infrastrutture critiche fondamentali, sia dal punto di vista delle comunicazioni – penso ai cavi sottomarini per la trasmissione dei dati – sia dal punto di vista energetico. È prevedibile che queste infrastrutture aumentino ulteriormente nei prossimi anni.
La terza ragione è tecnologica. I sistemi autonomi stanno evolvendo rapidamente e nei prossimi anni vedremo un impiego sempre più ampio di droni e piattaforme autonome anche nel dominio subacqueo.
L’Italia può contare su un tessuto industriale molto competitivo in questo settore. Un esempio è il progetto DEEP sviluppato da Fincantieri, che consente di proteggere infrastrutture portuali e costiere fino a circa cinquanta miglia dalla costa.
Si tratta di una soluzione che potrebbe avere una forte appetibilità anche sui mercati internazionali, perché la protezione delle infrastrutture critiche subacquee sta diventando una priorità per molti paesi.

Anche sistemi avanzati come l’Iron Dome dimostrano che l’impermeabilità totale è difficile da raggiungere. Nella dimensione subacquea la sfida immagino sia ancora più complessa: quanto è realistico difendersi da attacchi saturanti?
I sistemi di difesa stanno dimostrando livelli di efficacia molto elevati. Non solo in Israele, che ha sviluppato nel tempo una capacità molto avanzata in questo campo, ma anche in altri paesi della regione.
Se guardiamo ai dati degli ultimi giorni, anche paesi come Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno registrato tassi di intercettazione molto elevati contro missili e droni.
Questo dimostra che il settore delle difese aeree e antimissile sta conoscendo uno sviluppo molto rapido.
Anche l’Italia sta lavorando in questa direzione. Leonardo ha sviluppato il progetto Michelangelo Dome, che integra sensori, sistemi di rilevamento ed effettori per creare una sorta di cupola protettiva contro minacce come droni e missili.
La sfida principale riguarda proprio la minaccia dei droni, perché spesso le contromisure disponibili risultano molto più costose del drone stesso.
Una delle sue Aree di delega è l’Indo-Pacifico. Quali sistemi o cooperazioni interessano maggiormente quell’area?
Stiamo assistendo a uno spostamento progressivo del baricentro geopolitico verso est.
I Paesi dell’area stanno aumentando gli investimenti nella difesa, soprattutto nella dimensione marittima.
L’Italia è presente in quell’area attraverso attività di naval diplomacy, cooperazione militare e iniziative industriali.
Negli anni si è parlato prima di Mediterraneo, poi di Mediterraneo allargato e successivamente di Mediterraneo globale. Oggi è evidente che alcune dinamiche strategiche si stanno spostando sempre più verso l’Indo-Pacifico.
In questo quadro il programma GCAP con il Giappone è particolarmente significativo, perché non riguarda soltanto lo sviluppo di una nuova piattaforma militare ma coinvolge anche ricerca, innovazione tecnologica e cooperazione industriale.
Anche l’India rappresenta un partner molto interessante. Parliamo di una nazione che nei prossimi dieci anni prevede di investire circa 500 miliardi di dollari nella difesa.
Questo scenario rappresenta dunque una grande opportunità industriale per l’Italia?
Sì. I rapporti sviluppati negli ultimi anni hanno già portato a risultati concreti. Un esempio è la commessa dei pattugliatori con l’Indonesia.
A livello normativo serviranno ulteriori passi per facilitare l’export e la cooperazione industriale?
Dobbiamo lavorare sulla semplificazione burocratica, che non significa indebolire le regole ma renderle più efficaci.
Questo riguarda non solo la difesa ma la competitività industriale della Nazione nel suo complesso.
Lei oggi ha accettato di rispondere senza conoscere in anticipo le domande. In ambito militare, invece, spesso si tende a voler conoscere preventivamente i quesiti e talvolta (per quanto ci riguarda “inutilmente”) a selezionarli. Non crede che questo contribuisca alla debole cultura della difesa nel Paese? Le polemiche degli ultimi giorni sul presunto “mancato preavviso dell’attacco contro l’Iran” sembrano dimostrare proprio una scarsa comprensione dell’ABC di qualsiasi operazione militare…
Lo schieramento di forze statunitensi nell’area era senza precedenti negli ultimi vent’anni: diciotto assetti navali, due gruppi portaerei degli Stati Uniti, oltre al dispiegamento di numerosi velivoli da combattimento nelle basi americane in Medio Oriente. Era difficile che una concentrazione di forze di questo tipo non facesse presagire la possibilità di un intervento, così come era già accaduto in altri contesti recenti.
Al tempo stesso, il fattore sorpresa resta un elemento essenziale di qualsiasi operazione militare, soprattutto quando l’obiettivo è di alto valore. In questo caso, secondo le informazioni disponibili, Stati Uniti e Israele avevano acquisito indicazioni precise sulla presenza della Guida Suprema Ali Khamenei in determinati luoghi e l’obiettivo principale dell’operazione era proprio neutralizzarlo. Il fatto che sia stato colpito già nella mattina del primo giorno di attacchi dimostra quanto fosse centrale il mantenimento della sorpresa operativa.
Va inoltre ricordato che l’attacco non è arrivato del tutto inatteso nel quadro strategico generale: già nel giugno 2025 si era verificato un primo ciclo di combattimenti durato dodici giorni. In questo senso la possibilità di una nuova escalation era considerata da molti analisti come uno degli scenari plausibili.
Per quanto riguarda l’Italia, il ministro degli esteri israeliano ha informato il nostro governo poco dopo l’avvio delle operazioni. Non risultano canali privilegiati riservati ad alcuni paesi europei rispetto ad altri. L’operazione è stata condotta con un chiaro fattore sorpresa, elemento necessario per raggiungere l’obiettivo militare.
Una conferenza stampa settimanale della Difesa, come avviene in Francia, potrebbe aiutare a migliorare la comunicazione?
In realtà in Italia non manca la divulgazione dell’informazione. Ciò che spesso manca è la percezione, da parte di chi ascolta, della strategicità delle funzioni che la difesa svolge per la Nazione. In molti paesi europei, quando si parla di sicurezza nazionale e di interesse nazionale, le appartenenze politiche passano in secondo piano e prevale il senso di responsabilità istituzionale. Questa maturità in Italia non è ancora pienamente consolidata.
Per questo motivo anche una comunicazione già oggi frequente e articolata rischia talvolta di non produrre gli effetti sperati, soprattutto in un contesto in cui l’informazione può essere manipolata o strumentalizzata nel confronto politico.
Ciò non toglie che lo sforzo di divulgazione e informazione debba continuare e, anzi, rafforzarsi. È importante che i cittadini siano sempre più consapevoli del ruolo della difesa e delle responsabilità che essa comporta per la sicurezza nazionale.
Allo stesso tempo credo che vi sia anche motivo di orgoglio: l’Italia si è dotata di una Costituzione che stabilisce con grande chiarezza le funzioni della difesa, i limiti entro cui opera e i necessari pesi e contrappesi democratici. Le nostre forze armate operano all’interno di questo quadro e rappresentano da sempre un elemento di stabilità, professionalità e credibilità internazionale, anche grazie a quella capacità tipicamente italiana di instaurare rapporti di fiducia ed empatia con le popolazioni locali nei teatri in cui sono impiegate.
Foto: Difesa Online
L’articolo Intervista al sottosegretario Perego di Cremnago: le priorità della Difesa tra guerre ibride, cyber e Indo-Pacifico proviene da Difesa Online.
In una fase di forte instabilità internazionale, segnata dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e da un generale…
L’articolo Intervista al sottosegretario Perego di Cremnago: le priorità della Difesa tra guerre ibride, cyber e Indo-Pacifico proviene da Difesa Online.
Per approfondimenti consulta la fonte
Go to Source
