La Deterrenza cognitivo-sistemica
Per oltre settant’anni la deterrenza è stata pensata attraverso categorie legate alla distruzione materiale. La Guerra Fredda aveva costruito il proprio equilibrio sulla capacità di annientamento reciproco, il terrore nucleare impediva il conflitto rendendo insostenibili le conseguenze finali dell’escalation, indipendentemente dalla volontà politica dei contendenti. Anche la deterrenza convenzionale, nelle sue diverse declinazioni, ha sempre preservato questa struttura di fondo: negare all’avversario i propri obiettivi, o minacciarlo con costi superiori ai benefici attesi. La logica sottostante – punire o negare – è rimasta invariata attraverso decenni e dottrine. Sempre, in ogni caso, attraverso la minaccia di un danno fisico misurabile.
Oggi questo paradigma appare insufficiente a descrivere la realtà della competizione tra grandi potenze. Sul piano militare, economico e tecnologico il confronto prosegue con invariata intensità, ma il punto nevralgico si sta progressivamente spostando verso una dimensione diversa, ovvero la capacità di destabilizzare la leggibilità del sistema avversario, di renderlo incapace di calcolare con sufficiente precisione quali siano i costi in gioco. La deterrenza cessa così di operare prevalentemente attraverso la minaccia della punizione o del diniego e acquista una nuova funzione, quella della manipolazione dell’incertezza sistemica.
Già Thomas Schelling aveva intuito che l’efficacia deterrente dipendeva in larga misura dall’incertezza deliberatamente introdotta nel processo decisionale avversario, più che dalla sola superiorità materiale. Nel XXI secolo questa intuizione si estende ben oltre la dimensione nucleare, investendo l’intero ecosistema cognitivo e tecnologico delle grandi potenze. Da questa evoluzione emerge quella che si può definire deterrenza cognitivo-sistemica. Non si tratta più soltanto di minacciare distruzione materiale, ma di destabilizzare le strutture cognitive, informative e decisionali dell’avversario, paralizzandone o rallentandone la capacità strategica attraverso la manipolazione dell’incertezza sistemica.
Il bersaglio di questo paradigma è la fiducia che consente al sistema di funzionare, la convinzione condivisa tra stati, mercati, operatori logistici e istituzioni che determinate reti e flussi continueranno a operare in modo stabile e prevedibile. Quando questa fiducia viene erosa, gli effetti si manifestano in modo non lineare e sproporzionato rispetto al danno materiale effettivo. Il sistema reagisce alle aspettative oltre che agli eventi e la percezione di un rischio produce conseguenze reali anche in assenza di un’azione concreta.
In questa prospettiva il tradizionale centro di gravità clausewitziano – l’esercito principale, la capitale, la leadership politica – tende a evolvere verso una configurazione più complessa, definita sistema di gravità1: un ecosistema interdipendente composto da reti informative, infrastrutture tecnologiche, supply chains, sistemi finanziari e meccanismi di fiducia collettiva. Una crisi nello Stretto di Taiwan, ad esempio, non minaccerebbe soltanto un equilibrio militare regionale, bensì comprometterebbe la prevedibilità dell’intero ecosistema tecnologico globale, di cui l’industria dei semiconduttori taiwanese è nodo irrinunciabile. La vulnerabilità strategica risiede ormai nella compromissione della coerenza funzionale dell’intero sistema, molto più che nella neutralizzazione di un singolo elemento al suo interno.
L’Intelligenza Artificiale assume allora un ruolo centrale in questa ridefinizione. Il dibattito strategico l’ha spesso presentata come uno strumento destinato a ridurre la frizione clausewitziana attraverso la capacità di elaborare enormi quantità di dati, prevedere scenari e accelerare il ciclo decisionale. Proprio questa crescente dipendenza dai sistemi predittivi apre però un nuovo terreno di vulnerabilità strutturale. Le intuizioni di John Boyd acquistano qui particolare rilevanza laddove il ciclo OODA – Osservare, Orientare, Decidere, Agire – descriveva soprattutto la capacità di mantenere coerenza cognitiva all’interno di ambienti caratterizzati da caos e mutamento continuo, e la deterrenza cognitivo-sistemica mira precisamente a interrompere questa coerenza, degradando la fase di orientamento attraverso sovraccarico informativo, opacità algoritmica e manipolazione percettiva.
Poiché il potere contemporaneo dipende sempre più da algoritmi e modelli predittivi, la competizione strategica del XXI secolo si orienta verso la capacità di interrompere, saturare o contaminare tali strumenti. È qui che si isola una componente operativa specifica di questo paradigma, definibile come frizione algoritmica indotta, cioè l’introduzione deliberata di opacità, rumore informativo e imprevedibilità nei sistemi decisionali avversari al fine di degradarne la capacità di valutazione strategica. Rendere un sistema incapace di fidarsi delle proprie informazioni può produrre effetti strategici rilevanti anche senza distruggerlo. La frizione, che per Clausewitz rappresentava il limite inevitabile dell’azione militare, diventa così il principale strumento offensivo della competizione contemporanea, una condizione da produrre deliberatamente nell’avversario, più che da subire.
I tre concetti operano su livelli distinti ma gerarchicamente connessi. Il sistema di gravità è l’oggetto della competizione, quella struttura portante del potere contemporaneo fatta di interdipendenze informative, tecnologiche, finanziarie e cognitive. La deterrenza cognitivo-sistemica è la logica con cui si agisce su questo sistema, alterandone le condizioni di leggibilità e prevedibilità. La frizione algoritmica indotta ne costituisce uno strumento operativo specifico, così come la deterrenza nucleare si avvaleva di vettori e dottrine di impiego. Ne consegue che la superiorità strategica dipenderà sempre più dalla capacità di mantenere resiliente il proprio ecosistema cognitivo mentre si accresce l’incertezza in quello avversario. Il numero di assetti schierabili continuerà a contare, ma come variabile tra altre, in un calcolo strategico strutturalmente più complesso.
La deterrenza cognitivo-sistemica si colloca in una zona grigia tra guerra e pace, tra coercizione e stabilizzazione. Agisce sulla capacità dei sistemi di orientarsi e reagire prima ancora che sulle forze armate, e opera attraverso l’accumulo silenzioso di opacità, la moltiplicazione delle interdipendenze e la graduale erosione della capacità avversaria di leggere il proprio ambiente operativo. A differenza della deterrenza nucleare, che comunica attraverso la dimostrazione esplicita della propria potenza distruttiva, questa forma di deterrenza non si annuncia e non culmina in un atto dimostrativo riconoscibile. La sua efficacia dipende proprio dall’ambiguità che la caratterizza.
Il vertice di Pechino del 14 maggio 2026 tra Donald Trump e Xi Jinping offre una conferma concreta di questa dinamica. L’incontro, nella sua iconografia diplomatica di tappeti rossi, dichiarazioni prudenti e avvertimenti velati, sembrerebbe restituire il consueto rituale della competizione tra grandi potenze. Eppure, osservato attraverso le categorie della deterrenza cognitivo-sistemica, rivela qualcosa di più significativo. Quando Xi Jinping avverte che una gestione errata della questione taiwanese potrebbe produrre “scontri e persino conflitti”, il messaggio travalica la minaccia di una guerra convenzionale nello Stretto di Taiwan. Pechino sta segnalando che un’escalation nell’area rischierebbe di produrre effetti sistemici imprevedibili su mercati finanziari, filiere produttive, catene logistiche, sistemi algoritmici e stabilità politica globale. Taiwan costituisce infatti uno dei principali snodi cognitivi e tecnologici del sistema internazionale contemporaneo, e la centralità della sua industria dei semiconduttori rende qualsiasi crisi nell’area un potenziale shock sistemico capace di compromettere simultaneamente capacità industriali, modelli predittivi, reti logistiche e fiducia dei mercati. Il costo reale del conflitto si misurerebbe anzitutto in termini di perdita della prevedibilità, e su questa dimensione, molto più che sulla minaccia militare convenzionale, si articola il messaggio deterrente di Pechino.
Analogamente, l’accordo sulla necessità di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz rivela qualcosa di più di una convergenza di interessi energetici. Esso esprime il riconoscimento reciproco che certi nodi del sistema globale, una volta destabilizzati, producono effetti cognitivi e finanziari che nessuna delle due potenze è in grado di controllare pienamente. Entrambe sanno che un sistema fuori controllo può compromettere l’intera architettura su cui poggia la competizione stessa, rendendo insostenibili i costi anche per chi l’ha innescata.
Questo spiega il carattere apparentemente contraddittorio delle relazioni sino-americane. Stati Uniti e Cina si percepiscono come rivali strategici, eppure sono costretti a preservare un livello minimo di intelligibilità reciproca, perché una competizione totalmente deregolata rischierebbe di compromettere quelle reti tecnologiche, finanziarie e produttive da cui entrambe dipendono. Il pericolo più temuto non risiede nella guerra in quanto tale, ma nel caos sistemico generato dall’impossibilità di calcolarne gli effetti. Il vertice di Pechino va dunque letto come il riconoscimento che quella rivalità si sta trasformando in qualcosa di strutturalmente diverso: una lotta per il controllo della prevedibilità.
La domanda che nessuna delle due delegazioni ha formulato esplicitamente al tavolo della Grande Sala del Popolo rimane tuttavia aperta: se una deterrenza fondata sull’incertezza sistemica sia davvero stabilizzante, o se contenga in sé le condizioni del proprio fallimento.
La sfida strategica del XXI secolo potrebbe non essere evitare la guerra, ma impedire il collasso della prevedibilità. E un sistema progettato per produrre incertezza nell’avversario potrebbe, alla fine, generarne troppa anche per chi lo ha costruito.
1 Lancioli A. (2026), Dal centro di gravità al sistema di gravità, Difesa Online, aprile 2026.
Fonti e riferimenti essenziali
(non esaustivi, utili come base di orientamento per il lettore)
- Clausewitz, C. von (2024), Della guerra, ed. integrale, prefazione di Mini F., trad. Fumagalli G., Tarsetti M., Villa M., IBEX Edizioni.
- Schelling, T.C. (1960), The Strategy of Conflict, Harvard University Press.
- Schelling, T.C. (1966), Arms and Influence, Yale University Press.
- Snyder, G.H. (1961), Deterrence and Defense: Toward a Theory of National Security, Princeton University Press.
- Boyd, J. (1987), A Discourse on Winning and Losing [briefing inedito], Air University Library, Maxwell AFB.
- Allison, G. (2017), Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap?, Houghton Mifflin Harcourt.
- Scharre, P. (2018), Army of None: Autonomous Weapons and the Future of War, W.W. Norton & Co.
- Qiao Liang & Wang Xiangsui (1999), Guerra senza limiti, trad. it. Gaspari Editore, 2001.
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