La Folgore non si divide in fazioni. Lo dico da paracadutista: Paglia ha ragione
Ho servito la patria nella Folgore, per questo so che cosa significa dire che nelle forze armate conta come servi, non chi sei. E so perché qualcuno doveva dirlo
Il 22 agosto 2026 il tenente colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare e consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto, ha presentato denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte sui social. Secondo quanto reso noto, da un profilo sarebbero arrivati insulti pesanti e un messaggio con un riferimento esplicito all’uso di un’arma da fuoco. Il suo commento è stato asciutto, come è nel suo stile: la rete non è una zona franca.
Le minacce sono seguite alle posizioni che Paglia ha espresso in alcuni interventi pubblici sul caso dell’europarlamentare Roberto Vannacci, l’ultimo il 10 agosto a Filorosso su Rai 3.
Di solito, su queste pagine, scrivo da analista e mi tengo fuori dall’inquadratura. Questa volta no, e conviene che il lettore sappia da dove parlo. Ho prestato servizio come paracadutista, sotto il comando del compianto Generale Nicola Zanelli, nella tradizione della Folgore. Non ho titoli particolari da vantare e non ne servono: quello che ho da dire riguarda cose che chiunque abbia fatto il brevetto e vissuto una compagnia conosce, e che nel dibattito di questi giorni sembra essersi persa.
La camerata non chiede documenti
La frase per cui Paglia è finito sotto attacco, ridotta all’osso, è questa:
le Forze armate non possono essere associate a messaggi che dividono le persone in base a orientamento sessuale, origine o colore della pelle, perché l’unico criterio che conta è la capacità di servire lo Stato nel rispetto del giuramento prestato.
Chi commenta dall’esterno la legge come una presa di posizione ideologica. Chi ha vissuto un reparto sa che è una descrizione tecnica.
In compagnia non scegli con chi vai. Ti trovi accanto uno del tuo paese e uno che viene da milleduecento chilometri più in là, uno che ha studiato e uno che a diciotto anni lavorava già, uno che la pensa come te su tutto e uno che non la pensa come te su niente. Nessuno ti chiede la tua opinione al riguardo. Quello che ti viene chiesto è di fidarti, e di essere uno di cui gli altri possano fidarsi. Sotto sforzo, di notte, quando le cose vanno storte, l’unica domanda che conta davvero è se l’uomo alla tua sinistra fa il suo lavoro. Tutto il resto è rumore.
Questa non è buonismo. È il contrario del buonismo: è una selezione durissima, che scarta in base a un criterio solo e non ammette scuse. Ed è precisamente il motivo per cui un reparto tiene mentre un gruppo di persone che si somigliano non tiene per niente.
Quando Paglia dice che conta come servi e non chi sei, non sta importando nelle Forze armate un valore esterno alla moda. Sta descrivendo il meccanismo che le fa funzionare. Chiamare quella frase “opinione di parte” significa non aver mai visto un reparto da dentro.
Perché qualcuno doveva parlare
La seconda obiezione che sento fare è che un ufficiale in servizio dovrebbe stare zitto e basta, che la Difesa non deve entrare nel dibattito pubblico.
Ho fatto il militare, e sul principio sono d’accordo più di chi lo invoca. Le Forze armate non appartengono a nessun partito, e chi porta l’uniforme non deve fare politica. Ma proprio per questo il ragionamento va portato fino in fondo.
Il silenzio è neutralità solo quando non c’è nulla da chiarire. Se un ufficiale di grado elevato afferma pubblicamente cose divisive e nessuno spiega che quella non è la posizione dell’istituzione, il Paese conclude ragionevolmente che lo sia. A quel punto il silenzio non è più neutralità: è avallo.
C’è una differenza di natura, non di grado, tra due tipi di intervento. Prendere posizione su una scelta di governo, su una missione, su una legge di bilancio è terreno politico, e a chi è in servizio è precluso. Ricordare che l’istituzione non discrimina è terreno deontologico, ed è esattamente ciò che ci si aspetta da un ufficiale. Paglia si è mosso sul secondo terreno. Chi gli contesta un’invasione di campo gliene attribuisce una che non c’è stata.
E lo dimostra la natura delle solidarietà arrivate in questi giorni, che sono trasversali e in larga parte provengono dalla stessa area di governo. Leonardo Nitti, segretario generale dell’Usmia Esercito, ha definito vergognose le offese rivolte a una Medaglia d’Oro dopo un intervento in cui rappresentava la posizione della Difesa. La senatrice Giovanna Petrenga, di Fratelli d’Italia, membro della commissione Esteri e Difesa, ha ricordato che ogni critica è legittima nella libera dialettica ma che le minacce di morte a un militare di quel valore non possono passare inosservate. Il deputato Zinzi ha aggiunto che l’anonimato dietro uno schermo non equivale a impunità. Il capitano Pasquale Trabucco, per il Comitato Nazionale 4 Novembre, ha scritto che di fronte a fatti simili non esistono appartenenze né distinguo.
Se davvero si fosse trattato di una presa di posizione partigiana, quelle solidarietà non sarebbero arrivate da lì.
Sulle minacce, una precisazione che va fatta
Va detto con chiarezza, perché la correttezza qui protegge tutti. Nessun elemento consente di attribuire quei messaggi a Vannacci o a chi ne condivide le idee, e lasciarlo intendere sarebbe scorretto. I profili anonimi rispondono di sé stessi, e chiunque abbia un seguito politico prima o poi si ritrova sostenitori che ne travisano il pensiero.
Ma un clima esiste, ed è osservabile. Un dibattito che da mesi tratta le questioni di difesa come materia identitaria produce, ai suoi margini, individui convinti che dissentire equivalga a tradire e che il tradimento vada punito. Chi ha un ruolo di rilievo in quel dibattito ha una responsabilità che non è penale ma è reale: dire ai propri sostenitori dove sta il confine. Vale per tutti gli schieramenti, senza eccezioni.
Mogadiscio, e cosa vuol dire restare al proprio posto
C’è un motivo in più per cui questa vicenda mi tocca, e non è sentimentale.
Gianfranco Paglia è l’ufficiale paracadutista gravemente ferito a Mogadiscio nel luglio 1993, in una delle giornate più dure che i reparti italiani abbiano vissuto in operazioni fuori area. È la nostra storia, quella della Folgore, e chi viene da quella tradizione la conosce nei dettagli che i libri non riportano.
Non lo scrivo per commuovere nessuno e neppure per costruirgli un’immunità dalla critica. Una Medaglia d’Oro può essere contestata nel merito come chiunque altro, e sarei il primo a farlo se il merito lo richiedesse. Lo scrivo per una ragione diversa.
Il valore di quel curriculum non sta nel diritto di avere sempre ragione. Sta nel fatto che chi ha pagato di persona il prezzo dell’appartenenza ha un titolo particolare a dire che cosa quell’appartenenza sia. Quando Paglia afferma che nelle Forze armate conta come servi e non chi sei, non sta ripetendo una formula: sta riferendo una cosa che ha verificato nell’unico posto dove le formule si verificano sul serio.
A Mogadiscio non scelse una parte politica. Restò al suo posto, e fece quello che c’era da fare. È l’unica lezione di quella giornata che valga la pena portare nel dibattito di oggi, e vale per tutti, me compreso.
Per questo, da ex paracadutista prima ancora che da giornalista, su questa vicenda sto con Paglia. Non contro qualcuno: a favore di una cosa che ho imparato in compagnia e che non ho più dimenticato.
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