Sale la tensione tra Israele e la Turchia : Otto crateri per un radar che non è mai arrivato
Ad Abu al-Duhur Israele ha bombardato una base vuota per impedire che diventasse turca. È lo stesso copione di T4 nel 2025, ma con due variabili nuove: un patto di difesa collettiva firmato alla Mecca undici giorni prima, e il voto israeliano del 27 ottobre
Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 2026 otto bombe israeliane hanno colpito la pista e i depositi dell’aeroporto militare di Abu al-Duhur, nel governatorato di Idlib, Siria nordoccidentale. Nessuna vittima, nessun mezzo distrutto, nessun deposito di munizioni fatto saltare. Solo crateri sull’asfalto, documentati il 19 agosto da un’immagine satellitare Pleiades Neo di Airbus.
È esattamente questo il punto. In un’epoca in cui l’attacco aereo si misura sui bersagli colpiti, Abu al-Duhur si misura su ciò che nella base non c’era.
Che cosa è successo
La base si trova a circa cinque chilometri a est dell’omonima cittadina, a poco più di quaranta chilometri da Idlib e a settanta dal tratto più vicino del confine turco. I comunicati israeliani l’hanno collocata “vicino ad Aleppo”, formula geograficamente elastica che serve a evocare un teatro più familiare. L’aeroporto ha cambiato mano più volte nella guerra civile: conquistato dai ribelli nel 2015, tornato alle forze di Assad all’inizio del 2018, ripreso nel novembre 2024 durante l’offensiva che ha portato al crollo del regime.
L’ufficio del primo ministro israeliano ha rivendicato l’azione la sera del 18 agosto con una formula precisa: Israele e Siria avevano concordato uno status quo in materia di sicurezza, che Damasco era sul punto di violare consentendo il dispiegamento di truppe turche in una base aerea. Israele, si legge nella nota, aveva ripetutamente avvertito che un simile dispiegamento avrebbe costituito una minaccia, e la Siria avrebbe scelto di ignorare gli avvertimenti.

Damasco ha condannato il raid come violazione della sovranità. Il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani ha offerto una ricostruzione differente: ufficiali militari turchi avevano visitato la base alcuni giorni prima nell’ambito di una cooperazione continuativa in materia di addestramento e scambio di competenze, senza alcun piano di creare una base turca, una presenza permanente o un dispiegamento di reparti in un sito che ha descritto come sostanzialmente vuoto. Ha aggiunto che la Siria ha il diritto di stabilire cooperazione militare con qualunque Paese scelga.
Ankara è andata oltre. Nel briefing settimanale del 20 agosto il ministero della Difesa turco ha negato che una qualsiasi delegazione militare fosse presente nella base prima o durante l’attacco.
Il bersaglio invisibile
Per giorni la giustificazione israeliana è rimasta generica: “truppe turche”. Il 22 agosto si è precisata. Fonti hanno confermato al Jerusalem Post che l’IDF ha colpito Abu al-Duhur dopo aver acquisito intelligence secondo cui la Turchia intendeva installare nella base un radar e un sistema di difesa aerea presidiati da personale turco. Kan News aveva riferito lo stesso giorno che Israele aveva informato gli Stati Uniti di un imminente invio turco di radar, truppe e sistemi antiaerei verso una base siriana. Sempre secondo fonti israeliane, i raid hanno mirato deliberatamente alla pista per impedire l’atterraggio di reparti turchi.
Il dettaglio che merita attenzione è un altro, ed è contenuto nella stessa ricostruzione: l’IDF non ha comunicato agli americani quando i sistemi turchi sarebbero arrivati, limitandosi a indicare Abu al-Duhur come possibile obiettivo per la vicinanza al confine. Un’operazione presentata come intercettazione di una minaccia imminente si basa quindi su un’intelligence priva di datazione.
Su questo va detto con chiarezza ciò che le fonti aperte consentono di affermare. Non è emersa alcuna prova indipendente dello schieramento: nessuna fotografia satellitare di batterie, nessun convoglio identificato, nessuna dichiarazione ufficiale turca. L’Alma Center, think tank israeliano di analisi sul fronte settentrionale, aveva già osservato che l’area è sotto significativa influenza turca ma che dalle fonti aperte non risulta alcuna presenza fisica permanente di Ankara dentro la base. Israel Hayom lo ha formulato nel modo più efficace: ciò che definisce questo attacco è quello che dall’obiettivo mancava. Israele non ha aspettato soldati, aerei, radar o sistemi antiaerei turchi, ha distrutto l’infrastruttura necessaria ad accoglierli prima che la minaccia si consolidasse.
Il contesto che cambia tutto: la Mecca
Undici giorni prima di Abu al-Duhur, il 7 agosto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato l’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, impegnandosi a trattare un attacco armato contro un membro come attacco contro tutti. Il patto è aperto ad altri Stati e prevede esercitazioni congiunte, produzione comune di armamenti e condivisione di tecnologia della difesa.
Il 21 agosto, tre giorni dopo il raid e parlando da Islamabad, al-Shaibani ha dichiarato che Damasco non ha ancora deciso se aderire e sta studiando la questione, definendo la Turchia partner e alleato e chiedendo ad Ankara di contribuire alla ricostruzione. Ha precisato che la Siria sceglierà da sola i propri alleati e che gli attacchi israeliani devono cessare prima che si possa valutare qualsiasi accordo ampio con Israele.
Se la ratio dell’attacco era impedire che Damasco si legasse militarmente ad Ankara, il risultato misurabile a tre giorni è che Damasco ne discute pubblicamente dalla capitale del terzo firmatario. L’adesione siriana resta improbabile a breve, perché costerebbe il negoziato con Israele mediato da Washington. Ma la sola ipotesi trasforma ogni futuro raid su una base siriana in un potenziale caso di difesa collettiva, con un membro NATO dalla parte dell’aggredito. È il salto di qualità rispetto al 2025.
Washington in mezzo, e non neutrale
La reazione più severa non è venuta da un avversario. Tom Barrack, ambasciatore in Turchia e inviato speciale per Siria e Iraq, ha definito l’attacco un’escalation non necessaria, lamentando l’assenza di preavviso e sostenendo che il governo di al-Sharaa non ha assunto una postura predatoria né mantenuto forze per procura, segnalando ripetutamente una preferenza per la de-escalation.
Il 22 agosto Barrack è andato oltre, ipotizzando che i leader israeliani stessero adescando la Turchia in un conflitto per tornaconto elettorale, come una di due teorie possibili sul perché Israele abbia colpito nonostante i contatti in corso. Fra questi, un colloquio di due ore, pochi giorni prima del raid, tra il capo del Mossad Roman Gofman e al-Shaibani, e un incontro dello stesso Shaibani con Barrack in Turchia il 17 agosto, poche ore prima dell’attacco.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha replicato accusando Barrack di dichiarazioni piene di inesattezze e di posizioni in contrasto con la linea dello stesso Trump sul Golan. Washington lavora ora a un canale trilaterale tra Turchia, Israele e Siria, ma il suo inviato è diventato bersaglio polemico di Gerusalemme.
La risposta turca è giuridica, non militare
Ankara non ha risposto sul piano militare. Ha risposto sul terreno che le è più congeniale. Il 19 agosto il ministro dell’Energia Alparslan Bayraktar è andato a Damasco da al-Sharaa, ostentando normalità. Il 20 il ministero della Difesa ha annunciato che proseguirà il partenariato militare e il sostegno alla ricostruzione delle forze armate siriane.
Il 21 è arrivata la mossa giudiziaria. Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha comunicato di aver chiesto al ministero dell’Interno di presentare richieste di red notice Interpol per Netanyahu e per Afek Moskovitch, identificato dai media turchi come militare israeliano. I due sono destinatari di mandati d’arresto interni in un procedimento contro 35 persone per crimini contro l’umanità, genocidio, tortura, detenzione illegale, aggressione, danneggiamento, saccheggio e dirottamento, legato all’intercettazione della Global Sumud Flotilla, partita dalla Turchia in maggio con circa cinquanta imbarcazioni e 430 attivisti. Anche Francia, Italia e Australia hanno aperto procedimenti sulla vicenda.
Va detto con precisione tecnica, perché molte testate hanno scritto “mandato d’arresto internazionale”: una red notice è una richiesta alle polizie di localizzare e arrestare provvisoriamente una persona in vista di estradizione, non è un mandato, Interpol deve prima valutare se pubblicarla e ogni Stato decide autonomamente. L’articolo 3 dello statuto Interpol vieta l’intervento in questioni di carattere politico. Il valore della mossa è narrativo.
La replica è arrivata dall’ufficio di Netanyahu, che ha definito Erdoğan un dittatore antisemita, ha accusato la Turchia di ipocrisia e ha annunciato che Israele continuerà ad agire con forza contro i tentativi turchi di destabilizzare la regione. Ankara ha parlato di farneticazioni oltraggiose e ha accusato Netanyahu di usare gli attacchi alla Turchia per raccogliere voti.
Il calendario
Le elezioni israeliane sono fissate al 27 ottobre. La campagna del Likud ha affisso cartelloni con i volti di diversi leader, Erdoğan compreso, e la scritta “Vogliono che Netanyahu perda”. Yair Golan, leader dei Democratici, ha definito l’attacco provocatorio e pericoloso, avvertendo che avvicina un confronto con la Turchia e approfondisce la frattura con gli alleati. L’editoriale di Haaretz del 23 agosto accusa il premier di aver aperto un fronte in Siria settentrionale dopo che ci si chiedeva se avrebbe scelto Gaza, il Libano o la Cisgiordania.
La lettura elettorale è quindi condivisa da Ankara, da parte dell’opposizione israeliana e dall’inviato americano. Non la rende automaticamente vera, ma la rende un fatto politico con cui Gerusalemme deve misurarsi.
E l’Italia?
Nella cronaca di questi giorni Roma non compare. È un’assenza apparente, perché di tutti i Paesi europei l’Italia è quello con la posizione più esposta sulla faglia che attraversa Abu al-Duhur. Non per scelta di potenza, ma per accumulo di impegni presi separatamente e diventati incompatibili.
La difesa aerea turca, quella vera, è anche italiana
Il paradosso più netto è questo. Israele ha bombardato una pista siriana per impedire che la Turchia vi collocasse un radar e un sistema antiaereo. Nello stesso periodo, una batteria italiana SAMP/T è pienamente operativa in Turchia dal 3 luglio 2026, schierata a Konya presso il 3° Comando della Base aerea nel quadro del Piano di difesa permanente della NATO, inizialmente per la copertura del vertice dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza ad Ankara.
Non è la prima volta. Dal giugno 2016 al dicembre 2019 l’Italia ha schierato una batteria SAMP/T del 4° Reggimento Artiglieria Controaerei “Peschiera” a Kahramanmaraş, con circa 130 militari, nell’ambito dell’operazione NATO Active Fence, subentrando ai Patriot americani e tedeschi ritirati. Il compito era neutralizzare missili balistici tattici provenienti dalla Siria. Il ritiro, deciso prima dell’operazione turca Fonte di Pace contro i curdi siriani, coincise politicamente con essa, e l’allora ministro Guerini dovette precisare pubblicamente che le due cose non erano collegate.
C’è di più. Il ministro della Difesa turco Yaşar Güler ha dichiarato che Ankara sta valutando tutte le opzioni per le proprie esigenze di difesa aerea, incluso il potenziale acquisto del SAMP/T franco-italiano oltre al Patriot statunitense, proprio dopo gli schieramenti NATO recenti sul proprio territorio. Detto altrimenti: il sistema che Israele non vuole vedere in Siria è, nella sua versione più capace, un prodotto Eurosam che la Turchia potrebbe comprare da Roma e Parigi.
L’asse industriale con Ankara
Il 16 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha esercitato il golden power per autorizzare la joint venture paritetica tra Leonardo e la turca Baykar Makina, destinata a sistemi aerei a pilotaggio remoto di nuova generazione. La benedizione politica era arrivata il 29 aprile 2025 a Villa Pamphilj, quando Meloni ricevette Erdoğan e i due Paesi firmarono undici accordi di cooperazione bilaterale. La società, LBA Systems, ha sede a Villanova d’Albenga, sulle ceneri della ex Piaggio Aerospace. La prima presidenza è andata a Haluk Bayraktar, fratello di Selçuk, genero di Erdoğan. Il primo programma è l’Astore, derivato dal TB3 turco e destinato all’Aeronautica Militare italiana.
È l’operazione che lega la filiera nazionale del drone a quella turca proprio mentre Ankara viene descritta da Gerusalemme come minaccia strategica. Nel dibattito italiano l’operazione è stata criticata sotto il profilo della legge 185/90, che vieta l’export di materiali d’armamento verso Paesi belligeranti, per il rischio che la produzione congiunta aggiri i vincoli nazionali. Va aggiunto un elemento che riguarda direttamente gli interessi italiani: l’espansione commerciale e securitaria turca punta anche al Sahel e al Corno d’Africa, aree in cui compete con la presenza europea e italiana.
Il raffreddamento con Gerusalemme
Sul versante opposto, il rapporto con Israele si è deteriorato prima e indipendentemente da Abu al-Duhur. Il memorandum di cooperazione nella difesa, siglato nel 2003, ratificato ed entrato in vigore nel 2005, poi in vigore nella versione aggiornata dal 13 aprile 2016, prevedeva il rinnovo automatico quinquennale salvo recesso. Il 13 aprile 2026 il governo ha lasciato scadere il rinnovo: il ministro Crosetto ha scritto all’omologo Katz, Meloni ha annunciato la decisione a margine del Vinitaly parlando di sospensione “in considerazione della situazione attuale”. L’accordo, undici articoli, copriva cooperazione militare, scambio di materiali e di intelligence, ricerca tecnologica e collaborazione industriale in cybersicurezza, aeronautica e sistemi elettronici. Israele ha minimizzato, sostenendo che il trattato non contenesse elementi sostanziali.
Il contesto della decisione riguarda anche il contingente italiano: l’8 aprile 2026 unità israeliane avevano sparato colpi di avvertimento contro un convoglio di militari italiani in Libano, danneggiando un mezzo. Già nel 2024 l’unità della Farnesina per le autorizzazioni ai materiali d’armamento aveva sospeso le nuove autorizzazioni all’export verso Israele.
Il canale con Damasco, aperto per primi
Sul terzo vertice del triangolo l’Italia ha una posizione di vantaggio poco valorizzata. L’ambasciata a Damasco è stata riportata alla piena operatività nel 2024, quando ancora c’era Assad, rompendo l’unanimismo europeo. Dopo la caduta del regime, Tajani è stato tra i primi ministri degli Esteri occidentali a recarsi a Damasco, il 10 gennaio 2025, con la formula poi ripetuta: l’Italia vuole essere ponte tra la nuova Siria e l’Unione europea. È seguita la visita di al-Shaibani a Roma il 18 marzo e l’incontro tra Meloni e al-Sharaa il 26 settembre a margine dell’Assemblea generale ONU.
Quel canale oggi vale più di allora. Damasco, secondo fonti siriane, è in contatto con Stati Uniti e Francia ed è disposta a cercare un nuovo accordo di sicurezza con Israele. Roma non compare nell’elenco, pur avendo un’ambasciata funzionante e un rapporto avviato prima di tutti.
Il fronte giudiziario, dove l’Italia è già dentro
C’è un punto in cui l’Italia è coinvolta nella crisi in modo diretto e non richiesto. La red notice chiesta da Ankara per Netanyahu nasce dal procedimento sulla Global Sumud Flotilla. Sugli stessi fatti indaga anche la Procura di Roma: sul primo abbordaggio dell’ottobre 2025, il pubblico ministero Stefano Opilio, coordinato dal procuratore Lo Voi, procede contro ignoti per sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio, ipotesi poi integrata con quella di tortura sulla base delle querele di 36 attivisti italiani; sull’abbordaggio del 29 aprile 2026 al largo di Creta è stato aperto un secondo fascicolo per sequestro di persona, con attivisti prelevati da imbarcazioni battenti bandiera italiana. È stata avviata la procedura per una rogatoria verso Israele.
La differenza tra Roma e Ankara resta sostanziale: un’indagine contro ignoti di una procura ordinaria non è una campagna giudiziaria di governo. Ma sul piano della percezione israeliana i due procedimenti finiscono nella stessa casella, ed è una casella che Gerusalemme ha appena descritto come destabilizzazione.
Il Libano, dove l’Italia paga il conto
Infine il teatro in cui l’Italia ha uomini sul terreno. UNIFIL schiera circa 7.500 caschi blu lungo la Blue Line, e l’Italia vi contribuisce con circa 1.200 militari, comanda il settore ovest da Shama ed esprime dal giugno 2025 il comandante della forza, il generale Diodato Abagnara. La risoluzione 2790 ha però fissato la fine del mandato al 31 dicembre 2026, con ritiro ordinato nel corso del 2027: dopo quasi mezzo secolo, la missione chiude, esito di un negoziato tra Washington, che con Israele ne chiedeva lo smantellamento, e Parigi, che con altri europei voleva mantenerla.
Per Roma significa perdere entro diciotto mesi la principale infrastruttura di presenza militare nel Levante, e con essa lo strumento che le dava titolo a sedere ai tavoli regionali. Proprio mentre si apre un fronte nuovo trecento chilometri più a nord.
L’Italia è oggi l’unico Paese europeo che fornisce difesa aerea alla Turchia dentro la NATO, costruisce droni con l’azienda della famiglia Erdoğan, ha lasciato scadere l’accordo di difesa con Israele, ospita un’indagine penale su condotte militari israeliane e mantiene un canale diplomatico privilegiato con Damasco. Ciascuna di queste posizioni è difendibile presa da sola. Insieme descrivono un Paese che ha investito su tutti e tre gli attori del triangolo senza decidere che cosa fare quando due di essi si scontrano.
La domanda che il caso Abu al-Duhur pone a Roma non è di schieramento, ed è probabilmente sbagliato porla in quei termini. È se questa posizione plurima sia una vulnerabilità o l’unico capitale negoziale realmente disponibile. Perché un Paese che parla con Ankara, con Gerusalemme e con Damasco, e che a nessuna delle tre appare come avversario, è esattamente il profilo del mediatore che Washington sta cercando di costruire con il meccanismo trilaterale, e che il suo inviato Barrack non riesce a incarnare avendo perso la fiducia di una delle parti. La differenza tra ambiguità e mediazione sta tutta nel fatto che qualcuno decida di usarla.
La Turchia stava preparando la riabilitazione di Abu al-Duhur come possibile hub militare: i lavori sulla pista e le visite di delegazioni sono documentati da più fonti indipendenti, incluso l’Osservatorio siriano. L’ipotesi di uno schieramento di radar, sistemi antiaerei e reparti proviene da intelligence israeliana riferita da fonti anonime, priva di datazione anche nella comunicazione agli alleati, e non trova al momento riscontro in fonti aperte. Il raid ha colpito l’infrastruttura prima che vi fosse alcun asset turco da colpire, ed è stato calibrato per evitare lo scontro diretto: Israele ha scelto una base non operativa invece di Taftanaz, a trenta chilometri, molto più rilevante e sede di un contingente turco consistente.
Nessuna azione cinetica tra Israele e Turchia dal 18 agosto. L’escalation delle ultime settantadue ore è stata interamente verbale, giudiziaria e diplomatica. Un ex responsabile dell’antiterrorismo del Mossad ha dichiarato a 103FM che nessuna delle due parti ha interesse a un confronto militare, certamente non ora.
Resta la struttura del problema, che nessuna dichiarazione risolve. Un membro NATO e un partner strategico americano hanno interessi incompatibili sullo stesso territorio, un governo siriano di transizione che ha bisogno di entrambi, un mediatore la cui credibilità è contestata da una delle parti, e un’alleanza di difesa collettiva appena firmata che potrebbe estendersi a Damasco. La variabile che tiene insieme tutto, e che nessuno dei tre attori regionali controlla, è il calendario elettorale israeliano fino al 27 ottobre.
Ad Abu al-Duhur, per ora, c’è una pista con otto crateri. È l’unico dato che nessuno contesta.
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Ad Abu al-Duhur Israele ha bombardato una base vuota per impedire che diventasse turca. È lo stesso copione di T4…
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