La guerra dei droni: l’arsenale russo tra componenti cinesi, tecnologia occidentale e guerra ibrida
Nel settembre 2025 pubblicavo un compendioso dossier sulla produzione russa di droni da impiegare nel conflitto russo – ucraino dal titolo La cooperazione russo-iraniana per la produzione di droni e il contributo della Cina. Non è trascorso un anno, eppure, sotto il profilo dell’evoluzione tecnologica in questo settore, l’obsolescenza di questa tipologia di armi è rapidissima; ogni giorno su entrambi i fronti vengono adottate soluzioni nuove, sempre più economiche, sempre più micidiali, sempre più vantaggiose nel rapporto costi-benefici.
Questo non significa che quanto già prodotto sia accantonato o che non vi sia continuità nella produzione di sistemi già sperimentati e di provata efficacia. Da ambo le parti, tuttavia, come è nella logica della guerra, l’impegno nella continua ricerca di sistemi che prevalgano su quelli avversari è quasi ossessivo; definirei questa frenesia una forma di hustle culture dei droni. È interessante osservare come la marcata attività di intelligence, ampiamente svolta anche attraverso sistemi informatici (cyber-intellligence), sia sfruttata e integrata in un articolato sistema di infowar, proprio della guerra cognitiva.
Siamo in presenza di un esempio concreto e paradigmatico di “guerra ibrida”. È il caso del proclama postato sulla piattaforma Telegram al link https://t.me/kyivoperat/187918, in origine elaborato sulla base dell’intrusione di tale Yevgeny Volnov alias “Maggiore Chornobaev” (https://t.me/prankota_ch/35668), durante una riunione del Ministero dell’Industria e del Commercio della Federazione Russa, tenutasi online e riservata solo ai partecipanti convocati:
“Un altro saluto agli orchi da parte nostra!
La riunione “a porte chiuse” al Ministero dell’Industria e del Commercio sulla produzione di droni è stata molto produttiva. Per noi.
Mentre voi ve ne stavate lì a masticare il vostro muco, cercando di spacciare componenti cinesi per “prodotti russi” (ST-1) e tagliando il budget, noi abbiamo ascoltato ogni vostra parola.
Potete esercitare tutta la pressione che volete sui vostri uffici come “Albatross”, “Geoscan”, “Ufymets” e tutti gli altri, e pretendere da loro la “localizzazione”. Ma quando il 90% di tutto il vostro hardware dipende completamente da componenti cinesi – motori, elettronica, plastica, cavi – non siete produttori. Siete solo rivenditori che si aggrappano alla Cina e fingono di essere indipendenti.
Lo avete ammesso voi stessi durante la riunione: senza la Cina, per voi non vola nulla. E il Ministero dell’Industria e del Commercio continua a chiedere l’impossibile e a insistere sulla “sostituzione delle importazioni”, che in realtà non esiste.
Congratulazioni personali a tutti i partecipanti. Serdyuk, Plotnikov, Abdulov e tutta la vostra azienda: ognuno di voi è sotto il nostro controllo.
Nascondete i vostri dati nel GIS (Sistema di Informazioni Geografico, n.d.a.)? Sperate di essere protetti? Invano. Siamo ovunque.”
L’elemento saliente è che i produttori russi di droni importano il 90% dei componenti dalla Cina per assemblare i velivoli a pilotaggio remoto sul proprio territorio. Sembrerebbe, dunque, che il contributo di Pechino al sostegno alla campagna bellica della Federazione Russa sia tuttora una costante. Così come una costante sono i goffi tentativi dei due Paesi di negare questo consolidato rapporto fondato, con sfumature diverse, su reciproci interessi di natura politico-economica in opposizione all’Occidente. Durante l’incontro, funzionari e dirigenti del governo russo hanno discusso della produzione di droni e hanno confermato che l’industria del paese non è ancora attrezzata per produrre internamente la maggior parte dei componenti.
Uno dei principali temi affrontati è stato la necessità di incrementare la capacità produttiva a livello locale, riconoscendo che attualmente non esiste alcuna attività di produzione diretta di componenti in Russia: “Sì, assembliamo tutte le batterie internamente, ma utilizziamo materiali importati. Al momento, è impossibile reperire i componenti necessari sul territorio russo“, si legge in una dichiarazione rilasciata durante l’incontro e riferita dal sito Militarnyi. Hanno inoltre osservato che garantire la localizzazione era pressoché impossibile, dato che persino il filo di rame veniva prodotto e fornito alla Russia principalmente dalla Cina.
Un altro elemento su cui soffermarsi è la menzione delle aziende di cui alti dirigenti hanno partecipato alla videoconferenza: Albatross, Geoscan e Ufymets. Albatros S.r.l. è una nota azienda russa specializzata nella produzione di UAV per uso civile (agricoltura, sorveglianza del territorio) e militare, la cui sede per la produzione è dislocata presso l’impianto di Alabuga, nel Tatarstan e gli uffici commerciali a Mytishchi, nella regione di Mosca. Geoscan è un’azienda produttrice di droni e satelliti, molto attiva e in forte crescita, con sede a San Pietroburgo. Nel 2025-2026 ha completato con successo test orbitali per CubeSat di propria produzione, come InnoSat16 e Lobachevsky. Ufymets è anch’essa un’azienda per la produzione di sistemi aerei a pilotaggio remoto, con sede nella Repubblica del Bashkortostan (Ufa). L’impresa fa parte del cluster aeronautico senza pilota del Bashkortostan, ufficialmente considerato uno dei leader nella Federazione Russa in termini di numero di droni prodotti per la guerra contro l’Ucraina. L’azienda si presenta come specializzata nella creazione sia di velivoli completi, sia di componenti critici per il loro assemblaggio, come i motori brushless della serie XTA), che si propongono come sostituti degli analoghi occidentali e cinesi, allo scopo di ridurre le importazioni. Nonostante le affermazioni di una completa capacità di sostituzione delle importazioni, le indagini indicano che l’azienda rimane dipendente dalle forniture di componenti elettronici chiave provenienti dalla Cina.
A dispetto delle sanzioni imposte alle imprese russe, tuttavia, non solo la Cina contribuisce alla causa di Mosca attraverso le forniture di componenti per la produzione del comparto militare-industriale. Molto è già stato detto a tal proposito, ma vale la pena informare con qualche aggiornamento. Oltre ai componenti cinesi, la Russia utilizza anche attrezzature provenienti da Europa, Stati Uniti e Giappone. Sebbene alcuni componenti siano contraffatti o di scarsa qualità, la maggior parte sono prodotti originali di aziende americane, cinesi, giapponesi e tedesche.
Proprio sul coinvolgimento diretto della Germania in tali traffici vogliamo porre la nostra attenzione. Nonostante le sanzioni dell’Ue, infatti, componenti tecnologici occidentali, inclusi quelli tedeschi, continuano a finire nei sistemi d’arma russi attraverso catene di approvvigionamento complesse e difficili da controllare.
Come riferito dal sito Euronews:
“Centinaia di migliaia di componenti tedeschi sono installati nei droni russi. Il servizio d’intelligence ucraino (Hur) ha pubblicato un elenco di componenti che fanno funzionare i droni russi e tra questi figurano anche pezzi prodotti in Germania. Il portale War and Sanctions ne segnala 137: 59 sono installati nei droni. I restanti si trovano in missili, apparecchi radar, veicoli militari ed elicotteri.”
In particolare, vengono indicate tra le società tedesche più attive la Infineon Technologies e la Bosch; transistor prodotti dalla prima sono sarebbero stati trovati nei droni Geran-5, mentre la pompe di carburante e altri sette elementi di produzione della seconda sarebbero stati individuati nei droni Geran-3 e Shahed-36. Entrambe le ditte hanno tenuto a smentire una loro implicazione diretta in forniture alla Russia all’indomani del 22 febbraio 2022, data di invasione dell’Ucraina. Tuttavia hanno anche precisato che non possono esercitare il controllo sull’impiego della componentistica fornita alla Russia prima di tale data. È noto, ad esempio, che la Bosch in passato ha fornito all’esercito di Mosca materiale impiegato per il funzionamento di diversi veicoli militari, come il veicolo multiruolo KamAZ-63968, appartenente alla famiglia degli Mrap (Mine Resistant Ambush Protected), sviluppato per il trasporto di personale in condizioni di combattimento e il Zsa-T Linza, un veicolo sanitario corazzato russo, progettato per l’impiego specifico in zona di combattimento, per evacuare e trasportare feriti sotto protezione blindata.
Sempre secondo quanto riferito da Euronews, altre aziende tedesche coinvolte nel rifornimento di componentistica militare al Cremlino sarenbbero la TDK Electronics, la Würth Elektronik e la Pierburg, società controllata da Rheinmetall.
Torniamo, però, all’oggetto principale di questa breve disamina: gli UAV russi e la loro rapida evoluzione tecnologica. Nel saggio che ho citato in apertura, mi ero soffermato sulle modifiche dei droni iraniani Shahed-131 e Shahed-136 che hanno originato lo sviluppo dei Geran-1 e Geran-2 russi. Come ho detto, eravamo al mese di settembre del 2025. da allora ad oggi sono state sviluppate tre ulteriori versioni.
La prima è rappresentata dal Geran-3 un drone kamikaze dotato di motore a reazione, variante del Geran-2 basata sullo Shahed-238 iraniano. Esternamente il Geran-3 si differenzia dal Geran-2 unicamente per la sostituzione del motore a pistoni con un turbogetto e per la presenza di una presa d’aria aggiuntiva sullla parte terminale del dorso della fusoliera. Il fatto che finora meno di 200 unità siano state osservate sul territorio ucraino suggerisce che questi droni siano ancora prodotti su piccola scala, forse per il loro costo notevolmente più alto rispetto al Geran-2.
Successivamente è apparso il Geran-4 (o Geran-K), che si inserisce nel contesto dell’evoluzione russa dei droni iraniani Shahed-238, focalizzandosi su maggiore velocità e capacità di penetrazione delle difese aeree. Il drone presenta un muso più corto e una struttura migliorata, probabilmente con materiali compositi più avanzati, per gestire le maggiori sollecitazioni del volo a reazione. Sotto il profilo dell’impiego operativo, il verivolo ottimizzato per attacchi al suolo con testata esplosiva, ma si ipotizza anche la capacità di integrare missili aria-aria a corto raggio (come l’R-60) per difesa o attacco contro elicotteri.
Arriviamo, poi, al Geran-5, impiegato nel conflitto ucraino dal gennaio 2026, basato sul modello iraniano per l’impiego a lungo raggio Karrar. Il Geran-5, infatti, ha un profilo aerodinamico ottimizzato e utilizza un motore a reazione, presumibilmente il modello cinese Telefly TF-TJ2000A, che offre prestazioni superiori ai modelli precedenti. Questo UAV può raggiungere una velocità fino a 600 chilometri orari, ha un raggio d’azione di circa 950 chilometri e trasporta un carico utile di circa 90 chilogrammi. Progettato per l’integrazione con aerei Su-25 per il lancio aereo, può essere efficacemente impiegato per saturare le difese aeree avversarie grazie alle sue elevate velocità e capacità di volo, rappresentando una via di mezzo tra un drone a basso costo e un missile da crociera.
La velocità con cui questi sistemi d’arma progrediscono è impressionante e chi ne deve fare uso quotidiano per garantire la propria sopravvivenza non può sottrarsi a questa affannosa competizione che vede nella robotica e negli applicativi dell’intelligenza artificiale il dominio sul campo di battaglia nelle guerre future.
Senza auspicare che ve ne sia la necessità di un impiego bellico, viene comunque da chiedersi a che punto sia l’Italia per stare al passo nella difesa da questa tipologia di minaccia e, è bene ricordarlo, da un punto di vista militare la capacità difensiva non è rappresentata solo dai sistemi difensivi in senso stretto, ma anche da un’adeguata capacità di reazione.
In altre parole, capacità di condurre efficaci controffensive, cioè di “offendere” il nemico a nostra volta con adeguati sistemi d’armamento, per indurlo a desistere dai propri intenti aggressivi. Questo è il significato della “deterrenza”. Questo è il significato del principio costituzionale secondo cui “l’Italia ripudia la guerra sia come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, sia come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Come strumento di offesa, appunto, non di difesa.
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