La guerra economica è già cominciata: debito USA, droni e frammentazione globale
Ormai non solo non esistono più le mezze stagioni, ma anche quelle canoniche zoppicano e non lasciano alcuna stasi capace di ridare fiato ad attori con il respiro spezzato; il tutto senza contare che la guerra asimmetrica ha ormai ritagliato spazi sempre più estesi nei più ampi consessi accademici a cui lo stesso von Clausewitz avrebbe guardato con spiccata attenzione.
Il disordine egemonico mostra un quadro variegato, dove gli USA portano le stigmate di una crescita moderata ma disomogenea, di un’inflazione residua e persistente e di forti attriti dovuti a pressioni politiche, monetarie e fiscali.
Il peso del debito americano
A Washington, malgrado un’espansione economica vicina a potenziali di lungo termine, i consumi privati, motore primario del PIL americano, mostrano affaticamento, data l’erosione del risparmio e l’impatto prolungato dei tassi di interesse. Non c’è dubbio che uno dei problemi rimane l’interazione tra l’espansione del debito pubblico e la contrazione dell’accesso al credito, una criticità strutturale importante e complessa per la tenuta economica statunitense.
Debito pubblico e accesso al credito e dunque alle aperture all’investimento, sono fenomeni che si sostengono vicendevolmente grazie a dinamiche finanziarie dove 40.000 miliardi di dollari di pendenze (120% del PIL) pesano incomparabilmente anche per effetto della spesa per gli interessi che ne assorbe non meno del 15%. Occhio agli aggregati, perché se è vero che 40.000 miliardi pesano come debito federale complessivo, vanno tuttavia poi riconsiderati in funzione del debito detenuto dal pubblico, che comunque raggiunge la non trascurabile percentuale del 101% del PIL. Ecco che il 120%[1] include tutto il debito emesso dal tesoro, anche il debito intragovernativo, mentre il 101% riguarda la quota negoziata sul mercato. Quest’anno, questo aggregato raggiunge il 101% del PIL ma è proiettato dal CBO al 120% del PIL tra 10 anni. La cifra dei 40.000 miliardi corrisponde dunque all’intero debito lordo, mentre il debito effettivamente gravante sui mercati privati e istituzionali è pari a circa 32.000 miliardi, ossia al 101% del PIL.
Occhio allora all’effetto del crowding out, dello spiazzamento, per cui l’emissione di titoli del Tesoro drena quote significative di liquidità sui mercati dei capitali e mette fuori gioco i privati che non riescono ad attrarre investitori venendo colpiti da asimmetria creditizia; i grandi gruppi accedono più facilmente al credito, i piccoli no, pur essendo quelli più sparsi e reticolari come gangli nervosi sul tessuto economico vivente, insistendo su circuiti regionali che soffrono patologicamente l’aleggiante buco nero dei mutui immobiliari.
Con un rapporto debito/PIL così alto, qualsiasi shock geopolitico rende il deficit ancora più difficile da gestire a meno che non si intervenga su due nervi naturalmente scoperti, spesa e fisco, mentre i fondi di investimento privato occupano quote di mercato sempre più ampie, con tassi di interesse elevati e, soprattutto, scarsa regolamentazione a perenne ricordo di anni solo apparentemente ruggenti.
Le “sanzioni cinetiche” ucraine
Mentre negli USA ci si sforza di sorridere, gli attacchi ucraini contro aziende e infrastrutture logistiche su territorio russo stanno stabilendo l’evoluzione della campagna unmanned a lungo raggio. Di fatto, l’estensione delle operazioni si è ampliata così tanto da colpire economia reale, supply chain e morale della popolazione russa, privata di e-commerce e logistica globale. Wildberries, Ozon e Lenta ne sanno qualcosa, senza contare raffinazione e distribuzione di carburante notevolmente compromesse. Una debacle che ha annichilito sia la grande proprietà che centinaia di migliaia di piccoli esercenti terzi, con perdite assolutamente non ripianabili da un sistema bancario già in forte sofferenza.
Prime conseguenze: arrivo della guerra in città finora protette da una irreale normalità garantita da truppe di repubbliche fin troppo lontane o addirittura da forze straniere. I raid di Kiev hanno determinato modifiche unilaterali dei termini di atti negoziali ora condizionati da clausole di forza maggiore che lasciano tutti senza gli auspicati rimborsi automatici.
Oltre alle sanzioni, l’Ucraina ha aggiunto alle pressioni occidentali il peso di una dottrina di sanzioni cinetiche a lungo raggio volte a destabilizzare il tessuto economico russo, dopo essere riuscita a trasformare la propria economia in una filiera flessibile su modello danese.
La Cina tra rallentamento e nazionalismo economico
A est, Pechino sta attraversando una fase di transizione contrassegnata da rallentamenti strutturali e deflazione con una contrazione del mercato immobiliare ed una riduzione dei consumi, a fronte di una sovraccapacità industriale. Mentre l’inverno demografico incombe, il Partito dirotta i capitali dall’edilizia ad altre attività ad alto valore aggiunto; insomma, una situazione altamente volatile, dove il presidente russo ha lanciato precisi avvertimenti circa i rischi derivanti da improvvide aperture di un vaso di Pandora economico ancora più temibile del solito e foriero di ritorsioni che andrebbero ad intaccare, tra gli altri, porti fluviali danubiani e hub ferroviari necessari allo stoccaggio ed al commercio del grano.
Nel mentre, il segretario al tesoro americano Bessent torna alla dottrina dell’isolamento economico coordinato alla Monroe in chiave anti Iran, che non prevede ammortizzatori ma una posizione binaria da con noi o contro di noi, a salvaguardia di una reciprocità non così facile alla luce della politica estera adottata che non agevola il friend-shoring.
Intanto a Pechino è scomparso l’ex premier Zhu Rongji, l’architetto dell’apertura economica e dell’entrata cinese nel mercato globale. Peccato che la sua visione di integrazione globale contrasti con l’attuale nazionalismo economico, posto quanto mai in risalto sia dall’ostracismo decretato a Hu Jintao sia dalla condanna a vita del titolare di China Evergrande, Xu Jiayin, utile simbolo di una corruzione che alligna, sembra, anche tra i vertici delle FA.
Negli ultimi anni la quota estera detenuta dalle banche centrali sovrane è andata a ridursi, un aspetto questo riscontrabile nelle operazioni di diversificazione cinese delle riserve e anche la Fed, con inversione della politica monetaria espansiva e mancato reinvestimento di parte dei titoli, ha ridotto le proprie quote trasferendo il peso dell’assorbimento delle nuove emissioni al mercato privato. A seguito del ridimensionamento dei titoli posseduti dalla BoC per diversificazione geopolitica, si è consolidata la rilevanza sia di investitori privati europei sia, soprattutto del Giappone, costretto a ricorrere al reperimento di liquidità in dollari a sostegno dello yen.
Il disinvestimento delle banche centrali estere sui titoli americani ha dato dunque il via al passaggio da un ordine finanziario unipolare a una frammentazione geoeconomica, con l’instaurazione di nuovi rapporti tra emittente e detentori; non a caso, asimmetricamente, la Banca Cinese ha preferito ridurre l’esposizione diretta ai titoli di stato americani investendo il surplus verso oro e asset strategici.
Alla fine dei giochi, la ridotta disponibilità ad accumulare debito americano ha ridotto sia la possibilità di Washington di finanziare deficit doppi, sia di far assorbire il debito grazie a investitori privati istituzionali, anche perché il capitale privato richiede un premio al rischio, cosa che aumenta la spesa per gli interessi. Il calo delle riserve in titoli americani sostiene il regolamento commerciale in valute nazionali volgendosi verso un sistema multipolare imperfetto, dove il dollaro conserva il primato nelle transazioni private globali, ma fatica nel rimanere riserva strategica per i governi non occidentali.
La guerra economica è già iniziata
Tra condanne, droni e ammonimenti, le istituzioni finanziarie pur non prevedendo crolli o recessioni, si attendono dunque frammentazioni e PIL indeboliti, fiaccati da crisi energetiche e geopolitiche in grado di innescare shock sistemici da stagnazione, con sistemi logistici infranti, insostenibilità del debito e tassi d’interesse elevati. Insomma il rischio bolla, specie sui ritorni di produttività tecnologica, è sempre incombente.
Se da un lato l’offesa diretta alla produttività ha destato reazioni veementi, e se dall’altro si è divisa la lavagna tra buoni e cattivi, mentre un regime partitocratico taglia le teste, è evidente che la guerra economica, che la si apprezzi o meno, è già cominciata.
[1] A livello assoluto, rispetto a un PIL di circa 32.000 miliardi di dollari, il rapporto debito/PIL è effettivamente pari a circa il 123–125%; il debito detenuto dal pubblico al 101% è il parametro di riferimento utilizzato dal Congressional Budget Office per valutare la sostenibilità fiscale e l’effetto spiazzamento sui tassi di interesse.
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