La “pace asimmetrica”: perché il Memorandum con l’Iran è il peggior accordo possibile
Sic transit gloria mundi, direbbero i latini. La scorsa settimana sono stati resi noti i dettagli del Memorandum of Understanding fra gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran propedeutico al raggiungimento di un accordo di pace completo a seguito di quella che è stata già ridefinita la “Terza Guerra del Golfo”.
Dopo mesi di toni tronfi, di “spezzeremo le reni all’Iran” e di arroganti dichiarazioni presidenziali, la querelle negoziale di Islamabad, almeno nella sua fase preliminare, si è conclusa nel peggiore dei modi per Washington, per quanto l’entourage di Donald Trump e i suoi fedelissimi si siano affrettati a presentarlo come un successo epocale (ma di epocale c’è solo la perdita di credibilità americana).
Lasciando ad altri il compito di decostruire la propaganda governativa da social spicciolo della galassia MAGA, di seguito si proverà ad esaminare, punto per punto, il testo finale del pre-accordo, spiegando perché ogni singolo capito del MoU sia da considerarsi un passo indietro o un peggioramento rispetto allo status quo ante (considerando per esso, il contesto che aveva portato al JCPOA1 ratificato dalla presidenza Obama nel 2015 e prontamente vanificato dal ritiro degli USA durante il primo mandato di Trump2).
In primo luogo, l’attuale MoU non tratta il tema dei limiti quantitativi e qualitativi di arricchimento dell’uranio per usi civili, rinviando a successivi negoziati l’intero dossier nucleare. Nel 2015, la presidenza Obama era riuscita ad imporre sia il limite qualitativo del 3,67% dell’arricchimento dell’uranio, sia il doppio limite quantitativo delle scorte (non oltre i 300kg di uranio a basso arricchimento) e delle centrifughe3 (non oltre le 5060 unità e solo del modello più vecchio). Viene quasi da chiedersi se Donald Trump e i suoi sodali si siano dimenticati che la principale argomentazione, da loro addotta, per motivare la necessità improrogabile dell’aggressione all’Iran sia stata proprio la minaccia del programma nucleare di Teheran.
Il nuovo schema negoziale prevederebbe, inoltre, il rilascio di circa 25 miliardi di dollari in asset iraniani congelati a fronte di un equivalente rilascio con JCPOA di soli 1,7 miliardi (si noti che il testo del MoU non cita esplicitamente la cifra del rilascio, ma i 25 miliardi derivano dai briefing dei funzionari governativi statunitensi e dai calcoli del Dipartimento del Tesoro USA presentati internamente a corredo del testo). Con ulteriore sorpresa, al paragrafo n.11 del MoU in cui si citano tali asset, non compare alcun tipo di precondizione o di requisito. Insomma, tana libera tutti.
Se il rilascio di preziosi asset economici dell’Iran non bastasse, il MoU prevede anche l’obbligo per gli Stati Uniti di interrompere ogni tipo di sanzione nei confronti dell’Iran, laddove il JCPOA prevedeva la revoca o la sospensione esclusivamente delle sanzioni legate al programma nucleare, mentre le sanzioni primarie “non-nucleari” (es. per violazione dei diritti umani o per i finanziamenti di gruppi terroristici) e le sanzioni secondarie (settore missilistico e armi convenzionali) erano rimaste in essere con delle specifiche sunset clauses4.
Al di là del confronto fra i due testi negoziali, che rimane comunque parziale considerando che il MoU è da intendersi alla stregua di un “cessate il fuoco” preliminare5, risulta evidente dover evidenziare che a differenza del 2015, il nuovo accordo definitivo arriverebbe solo dopo una fase di conflitto militare (durata 100 giorni) e di tensioni regionali e ricadute economiche mondiali. Per dare un peso a queste dinamiche basta ricordare che durante la guerra, guardando solo in casa USA, ci sono stati 15 morti e quasi 500 feriti americani (oltre ai morti e ai feriti degli alleati del Golfo), e che solo per coprire le spese operative e i consumi di munizioni dei primi mesi, il Pentagono ha certificato un costo iniziale di 29 miliardi di dollari, sfociato proprio in questi giorni in una richiesta formale al Congresso da parte del DoD per ulteriori 80 miliardi di dollari di fondi supplementari.
Se allarghiamo lo sguardo, secondo i rapporti di giugno della Banca Mondiale e del Global Peace Index, lo shock geopolitico derivante dall’aggressione all’Iran avrebbe rallentato la crescita mondiale ai minimi dai tempi della pandemia bruciando circa 1.300 miliardi di dollari di PIL globale solo nel 2026. Ça va sans dire, il JCPOA, non solo aveva raggiunto risultati tecnici migliori, come sopra enunciato, ma lo aveva fatto senza la necessità di scatenare un conflitto regionale con portate macroeconomiche mondiali.
Oltre al danno, si aggiunge anche la beffa, visto che a quanto speso sinora il MoU aggiunge, al paragrafo n.6, un piano di finanziamenti USA di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran a titolo riparatorio.
Infine, analizzando anche alle conseguenze di medio-lungo periodo, emergono almeno tre principali considerazioni:
- A seguito delle modalità di conduzione sia del conflitto che, soprattutto, della fase negoziale, gli Stati Uniti d’America hanno subito una cocente sconfitta non già militare quanto politica e diplomatica in termini di credibilità e di proiezione di potenza. Quali saranno gli effetti sui prossimi teatri globali di tensione geopolitica (si pensi a Taiwan) è facile da intuire, per la felicità dell’altra superpotenza, la Cina, rimasta sornionamente a guardare durante l’harakiri a stelle e strisce in terra persiana.
- Nonostante l’aggressione all’Iran sia stata almeno in parte eterodiretta da Israele, principale (unico?) alleato di Washington, il MoU scontenta proprio Tel Aviv alla luce delle eccessive concessioni fatte a Teheran e dell’evidente rafforzamento della posizione negoziale Iraniana (nonché dei suoi programmi nucleari e di riarmo che vedono in Israele il principale obiettivo dichiarato). Quindi, dopo essersi inimicata mezza NATO, aver indispettito o finanche offeso quasi tutti gli alleati europei, l’amministrazione Trump è riuscita anche nell’inaspettata e alquanto complessa operazione di alienarsi anche Netanyahu e soci. Chapeau.
- Ultimo, ma non ultimo, il calcolo degli armamenti. Perché la guerra costa e le armi non sono infinite. Lo sa bene il CSIS (Centre for Strategic and International Studies) che ha pubblicato uno studio sul numero di missili letteralmente consumati dagli USA nel conflitto: più di 1000 Tomahawk su 3000, quasi la metà dei JASSM-ER/LRASM disponibili, circa 300 su 530 THAAD e più del 40% dell’arsenale di Patriot disponibili. Un impoverimento missilistico che richiederà anni (secondo il CSIS i Tomahawk non torneranno ai valori pre-guerra se non entro il 2030-2031) per essere restaurato. Sempre che non ci scappi un altro conflitto.
In ultima analisi, se sul piano militare convenzionale le forze statunitensi hanno confermato la propria superiorità tattica – pur senza riuscire ad annullare la capacità di risposta asimmetrica di Teheran –, su quello geopolitico il pre-accordo ratifica un paradosso drammatico. Il prezzo pagato in termini di vite umane6, stabilità macroeconomica e svuotamento degli arsenali strategici non ha prodotto il collasso del regime iraniano, bensì una sua paradossale legittimazione negoziale.
Dopo aver scatenato un conflitto globale per azzerare le ambizioni di Teheran, Washington si ritrova persino a firmare un compromesso più fragile del JCPOA, dimostrando l’insostenibilità di una guerra d’aggressione priva di una reale strategia d’uscita. Rimane quindi impressa in questa vicenda una lezione storica immutata: l’illusione di poter risolvere complessi nodi geopolitici con la sola forza d’urto militare si traduce, quasi sempre, in un costoso scacco alla capacità di deterrenza di una (presto ex?) superpotenza.
1 Joint Comprehensive Plan of Action, storico accordo internazionale sul programma nucleare iraniano firmato a Vienna il 14 luglio 2015 a seguito degli sforzi dell’amministrazione Obama fra l’Iran, gli USA e i P5+1 (Francia, Germania, Regno Unito, Russia, Cina e Unione Europea).
2 La fuoriuscita dal JCPOA degli USA nel 2018 costituisce, inoltre, il principale motivo dell’accresciuta pericolosità del programma nucleare iraniano secondo svariate fonti internazionali, AIEA inclusa.
3 Le centrifughe nucleari sono dispositivi industriali cilindrici in grado di ruotare ad altissima velocità e vengono utilizzate per arricchire l’uranio. Sfruttando la forza centrifuga, separano l’uranio-235 (l’isotopo fissile leggero usato per produrre energia) dall’uranio-238 (più pesante).
4 Vincolo negoziale che ne stabilisce la scadenza automatica (tramonto= sunset) dopo una certa data.
5 Le due potenze si sono date 60 giorni di tempo per condurre negoziati tecnici e arrivare a un trattato di pace definitivo, che si concentrerà in particolare sul futuro del programma atomico iraniano.
6 È opportuno ricordare che alle vittime statunitensi si aggiungono le stime sulle vittime iraniane (circa 3.000-6.000 persone) a seguito dei bombardamenti USA.
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