Le donne che fermarono l’ISIS ora rischiano di scomparire
Il 25 agosto 2026, una notizia che in pochi in Italia hanno notato ha chiuso un capitolo lungo più di dieci anni: le Forze Democratiche Siriane, la coalizione a guida curda divenuta il principale partner terrestre della coalizione internazionale nella guerra contro lo Stato Islamico, si sono ufficialmente sciolte. Non sconfitte sul campo, ma assorbite, integrate nell’esercito regolare del nuovo governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa, l’ex ribelle islamista diventato presidente dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024.
È la fine di uno degli esperimenti politici più singolari nati dalla guerra siriana: il Rojava, la regione autonoma del nord-est della Siria dove per un decennio curdi, arabi e altre minoranze avevano costruito un sistema di autogoverno basato – sulla carta e spesso nei fatti – sulla parità tra uomini e donne. Un laboratorio nato dalle macerie della guerra civile siriana e reso famoso al mondo intero da un’immagine precisa: quella delle combattenti con il fucile in spalla e la treccia al vento, le donne delle YPJ (Yekîneyên Parastina Jin), le Unità di Protezione delle Donne.
Le YPJ
Fondate nel 2013, le YPJ sono una forza militare interamente femminile, con una propria catena di comando, distinta ma coordinata con quella delle YPG (Unità di Protezione del Popolo). Sono diventate note al mondo nel 2014, durante l’assedio di Kobane, quando centinaia di combattenti curde tennero testa per mesi ai miliziani dell’ISIS in quella che diventò una delle battaglie simbolo della guerra al Califfato.
Da allora sono cresciute fino a contare migliaia di volontarie tra i 18 e i 40 anni, diventando un pezzo fondamentale delle Forze Democratiche Siriane e un partner sul campo della coalizione internazionale a guida americana contro lo Stato Islamico.
Per le combattenti, imbracciare le armi non è stata solo una scelta militare. Lo hanno raccontato più volte le stesse protagoniste: la lotta contro l’ISIS e la lotta per l’autodeterminazione delle donne sono sempre state, nella loro visione, la stessa battaglia.
Il prezzo della pace
Quel modello ora si scontra con la realtà di uno Stato che non lo riconosce. Da quando ha preso il potere, il nuovo governo di Damasco non ha mai accettato l’idea di reparti militari composti solo da donne, e nei negoziati per l’integrazione questo è stato uno dei punti più difficili da sbloccare. Lo ha raccontato apertamente la portavoce delle YPJ, Rûksen Mihemed, spiegando che proprio le riserve di Damasco sulla presenza di unità militari femminili nell’esercito sono state uno dei principali ostacoli all’accordo finale.
Il negoziato, cominciato dopo un accordo firmato lo scorso gennaio e passato anche attraverso settimane di scontri armati tra le forze governative e quelle curde, è culminato nell’intesa del 25 agosto che ha sancito l’assorbimento delle SDF nelle forze regolari. Ma sul destino specifico delle combattenti donne la partita è rimasta aperta fino all’ultimo. Respinta l’ipotesi di una loro integrazione nell’esercito come reparto femminile autonomo, una delle proposte avanzate dalle YPJ prevede ora il loro inserimento nelle forze per operazioni speciali del Ministero dell’Interno, mantenendo una propria struttura organizzata. Il governo siriano non ha ancora dato una risposta definitiva.
Cosa chiedono le combattenti?
Per la loro portavoce, la questione non è procedurale ma politica: partecipare alla costruzione del nuovo esercito siriano, ha detto Mihemed, è “una questione di lotta”, e le donne devono poter avere voce nei processi decisionali della nuova istituzione militare. La condizione più importante, per le YPJ, è essere integrate come un corpo unico, mantenendo un’identità propria e riconoscibile all’interno delle nuove forze armate – non disperse, reparto per reparto, dentro un esercito che le vedrebbe come singole soldatesse e non più come ciò che sono state per un decennio: un progetto collettivo di autodifesa femminile.
È una richiesta che va oltre la Siria. Le stesse comandanti hanno più volte ribadito che l’eredità delle YPJ non riguarda solo le donne siriane: la loro esperienza – l’essere state, allo stesso tempo, una forza militare e un movimento sociale – è diventata un riferimento per chi, altrove nel mondo, si interroga su cosa significhi davvero includere le donne nella sicurezza e nella difesa, e non solo proteggerle da essa.
Perché è una storia da seguire?
Quello che succede oggi alle YPJ è un caso di scuola su un tema che riguarda molto più della Siria: cosa succede alle donne che hanno combattuto, quando la guerra cambia forma e il confronto si sposta dal campo di battaglia alla trattativa politica. Spesso, nella storia, i movimenti femminili nati nei conflitti vengono ringraziati e poi smobilitati, riassorbiti in strutture che non prevedono più uno spazio autonomo per loro.
Le YPJ stanno provando a scrivere un finale diverso, chiedendo di entrare nel nuovo esercito siriano da protagoniste e non da eccezione tollerata.
Se ci riusciranno, e in che forma, lo si capirà nelle prossime settimane – ma è già, di per sé, una domanda che vale la pena raccontare.
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