L’Iran, pivot degli equilibri euroasiatici
Il ritorno della competizione tra grandi potenze ha riportato al centro dell’analisi geopolitica il concetto ottocentesco di “Grande Gioco”, quella complessa partita a scacchi per il controllo dell’Eurasia che vide protagonisti, in epoche passate, l’Impero britannico e quello russo.
Oggi, in un contesto multipolare sempre più frammentato, caratterizzato dalla rivalità sino-americana e dalla riaffermazione russa in contrapposizione all’ordine unipolare occidentale, il cuore dell’Eurasia torna a essere il principale teatro di competizione strategica globale.
In questo scenario incandescente, l’Iran occupa una posizione del tutto peculiare: potenza regionale di medie dimensioni, fiera erede di una civiltà millenaria, attore apertamente revisionista determinato a ridefinire gli equilibri mediorientali e, al contempo, nodo geografico cruciale di connessione tra il Golfo Persico, l’Asia Centrale e il Mediterraneo orientale.
L’indagine sistematica di questa complessa postura iraniana costituisce il fulcro de L’Iran au cœur du Grand Jeu eurasiatique (Presses de l’Université du Québec, 2026), opera collettanea sotto la curatela di Pierre Pahlavi, Pierre Jolicoeur e Yann Breault, che raccoglie i contributi di specialisti e ricercatori afferenti all’Università del Québec.

Il saggio è strutturato in due ampie parti e si articola in 14 capitoli.
La prima sezione è dedicata agli elementi centrali della proiezione di potenza iraniana (tra cui la strategia asimmetrica, le capacità cibernetiche, l’arsenale missilistico e il programma nucleare), mentre la seconda si focalizza sulle relazioni estere con i principali interlocutori internazionali, quali Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti, Russia e Cina.
Adottando un approccio tipico dell’analisi strategica classica, attento agli interessi nazionali, ai rapporti di forza materiali e alle dinamiche di bilanciamento regionale, il saggio si propone quindi di decifrare in modo oggettivo e sistematico la singolare posizione della Repubblica Islamica, offrendo una disamina approfondita dei suoi strumenti di proiezione di potenza e delle sue relazioni strategiche.
La tesi centrale dell’opera si discosta nettamente dalle letture occidentalo-centriche che spesso liquidano l’Iran come uno Stato mosso da puro fanatismo irrazionale.
Al contrario, l’Iran emerge come un “attore pivot in piena mutazione”: un soggetto geopolitico che, pur operando da una posizione di relativa debolezza materiale rispetto alle superpotenze, è riuscito a ritagliarsi un ruolo centrale nel ridisegno degli equilibri eurasiatici.
Lungi dall’essere un attore isolato e marginale, come spesso rappresentato nella narrativa occidentale, l’Iran viene descritto come “motore di una nuova dinamica internazionale multipolare”, capace di sfruttare le fratture dell’ordine globale per ampliare i propri margini di manovra.
La politica estera e di difesa iraniana è forgiata da un imperativo di resistenza contro un ordine internazionale ritenuto “profondamente ingiusto”.
Questa postura revisionista non è meramente ideologica, ma affonda le proprie radici in una lettura realista degli interessi nazionali: la Repubblica Islamica percepisce l’ordine regionale post 1979 – caratterizzato dall’egemonia militare americana nel Golfo, dall’alleanza strategica tra Washington e Riyadh, e dal sostegno occidentale a Israele – come una minaccia esistenziale alla propria sicurezza e alla propria influenza regionale.
Di conseguenza, Teheran ha sviluppato una strategia di lungo periodo volta a erodere questo ordine attraverso mezzi indiretti, evitando il confronto diretto con avversari militarmente superiori.
Grazie alla sua posizione geografica strategica, alle proprie risorse energetiche e alla propria “resilienza storica”, l’Iran si batte per affermarsi come attore indispensabile in qualsiasi configurazione stabile del Medio Oriente.
Questa capacità di resistenza e adattamento, forgiata da decenni di sanzioni economiche e isolamento diplomatico, costituisce il nucleo della strategia iraniana.
Zona Grigia e il Dominio del “Meydan”
Il primo e più rilevante contributo concettuale dell’opera riguarda l’analisi degli strumenti di proiezione della potenza iraniana.
Nel Capitolo 1, Michael Eisenstadt concettualizza la strategia iraniana come il paradigma perfetto della cosiddetta “zona grigia” (Grey zone).
L’Iran è definito come “l’attore per eccellenza” di questo spazio ambiguo, situato tra la pace formale e la guerra aperta. Nata dal trauma del sanguinoso conflitto con l’Iraq negli anni Ottanta, questa strategia permette a Teheran di proiettare potenza e perseguire obiettivi revisionisti evitando rappresaglie dirette, le quali risulterebbero fatali per il suo obsoleto esercito convenzionale.
Gli elementi cardine di questo approccio indiretto sono la flessibilità tattica, l’ambiguità calcolata, la reciprocità asimmetrica, la proporzionalità nell’uso calibrato della forza, e una pazienza strategica che sfrutta i cicli politici a breve termine delle democrazie occidentali.
La dissuasione costituisce l’elemento cardine. Non si tratta di dissuasione nucleare classica, ma di una dissuasione convenzionale e asimmetrica, che mira a imporre costi proibitivi agli avversari senza innescare un’escalation incontrollata.
Questo modello consente all’Iran di operare al di sotto della soglia del conflitto aperto, sfruttando le vulnerabilità degli avversari e le zone grigie del diritto internazionale.
La deterrenza si regge su una complessa “triade”: una marina di guerriglia (capace di minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz), un arsenale di missili e droni di precisione a lungo raggio (in grado di colpire obiettivi in tutto il Medio Oriente), e una fitta rete di mandatari o proxy, nota anche come “legione straniera sciita”, che proietta influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano, Yemen e Gaza.
A questi tre pilastri si è recentemente aggiunto un quarto: le operazioni informatiche offensive.
Militarizzazione della Politica Estera
Tuttavia, questa articolata architettura non è gestita attraverso i soli canali della diplomazia classica.
Come approfondito da Houchang Hassan-Yari, Ghadeer Al-Shibli e Hayedeh Toufighi, nel Capitolo 2, la politica estera della Repubblica Islamica è profondamente militarizzata e soggetta a un processo decisionale duale.
Gli obiettivi strategici non sono delineati dal Ministero degli Esteri, ma sono dominati dal Meydan (il campo di battaglia), ovvero dalle strutture parallele dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e dalla Forza Quds.
La diplomazia funge spesso da mera copertura istituzionale per un’agenda dettata dalla Guida Suprema, in cui la sopravvivenza del sistema rivoluzionario prevale in modo assoluto sull’interesse nazionale tradizionale.
Questa ideologia al potere si basa su una Costituzione messianica che obbliga a sostenere le “lotte dei diseredati” (mustaz’afin) [1], trasformando la diplomazia in un campo di battaglia morale.
Guerra Cognitiva, Cyber-guerriglia e Intelligenza Artificiale
Il volume evidenzia come la minaccia asimmetrica iraniana abbia trovato un nuovo e formidabile terreno di espansione nel dominio digitale e cognitivo.
Pierre Pahlavi, nel Capitolo 3, descrive l’impressionante sviluppo e trasformazione di un “cyber-esercito” iraniano. Nato originariamente come strumento di repressione interna e censura, in seguito allo shock causato dal virus Stuxnet nel 2010, esso è mutato in una vera e propria arma offensiva globale.
Questo “esercito cibernetico” opera su tre livelli: attacchi informatici offensivi contro infrastrutture critiche nemiche, operazioni di influenza e disinformazione, e controllo interno del flusso di informazioni.
Tali operazioni mirano, da un lato, a rafforzare il controllo interno del regime e, dall’altro, ad aumentare il suo impatto regionale, amplificando narrazioni favorevoli e delegittimando gli avversari.
Questa dimensione della strategia iraniana è spesso sottovalutata nelle analisi occidentali, che tendono a concentrarsi sugli aspetti militari convenzionali.
Il saggio di Pahlavi ha il merito di evidenziare come il dominio informativo e cognitivo sia diventato un campo di battaglia cruciale, in cui l’Iran compete con risorse limitate ma con crescente sofisticazione.
Oggi l’Iran è in grado di condurre attacchi informatici contro infrastrutture critiche occidentali, ricorrendo spesso al “subappalto digitale” tramite gruppi affiliati a Hezbollah per garantire la “denegabilità plausibile”(Plausible deniability).
Questa “difesa a mosaico”(mosaic defense) si sta evolvendo rapidamente verso una più complessa “difesa algoritmica”(algorithmic defense).
Nel Capitolo 4, Pierre Jolicoeur e Anthony Seaboyer esplorano l’utilizzo sempre più sofisticato dell’Intelligenza Artificiale da parte di Teheran.
L’ossessione tecnologica, accelerata dopo l’assassinio mirato del fisico nucleare Fakhrizadeh tramite armi gestite da IA, ha spinto il regime a investire massicciamente nell’automazione della guerra dell’informazione, ponendosi l’obiettivo di rientrare tra le prime dieci potenze globali in questo settore.
L’impiego di deepfake (come l’infiltrazione nelle trasmissioni BBC), la generazione automatizzata di disinformazione volta a influenzare i processi elettorali occidentali e il riconoscimento facciale per reprimere il dissenso interno dimostrano come il controllo del flusso informativo sia divenuto un campo di battaglia vitale.
L’Iran mira non solo a colpire i server avversari, ma ad “hackerare” il tessuto cognitivo e democratico dei nemici, cercando di sovvertire le loro certezze sociali.
Erosione dell’Asse della Resistenza
Il braccio operativo della proiezione asimmetrica iraniana è costituito dall’ “Asse della Resistenza”.
Chloé Berger e Didier Leroy, nel Capitolo 5, sviscerano le dinamiche di questa rete di proxy, come Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e gli Houthi in Yemen, evidenziando una struttura a cerchi concentrici che combina sostegno strategico iraniano e autonomia tattica locale.
Il primo cerchio comprende i fedelissimi come Hezbollah, il secondo include partner tattici, mentre il terzo raccoglie alleati opportunistici come gli Houthi.
Tuttavia, il capitolo pone interrogativi cruciali sulla tenuta di questo modello in seguito al collasso degli equilibri scaturito dopo il 7 ottobre 2023.
La guerra per procura sta affrontando sfide esistenziali: il logoramento militare e i tentativi di autonomia dei mandatari stanno mettendo a nudo la vulnerabilità strutturale di una dottrina fondata sul dislocamento dei combattimenti lontano dai propri confini.
È proprio in risposta a questa crescente pressione convenzionale che assume un rilievo vitale il programma nucleare e balistico, analizzato approfonditamente in tre capitoli centrali del libro.
Programma Nucleare e Arsenale Balistico
Ali Dizboni, nel Capitolo 6, e Clément Therme, nel Capitolo 7, offrono una rilettura storica del dossier atomico, sfatando il mito che esso sia una prerogativa esclusiva del regime islamico, e rintracciandone le radici nelle ambizioni imperiali dello Scià e nel programma “Atoms for Peace” degli anni Cinquanta.
Gli autori delineano la strategia iraniana della “soglia nucleare”: mantenere il programma sul filo del rasoio, possedendo tutti i componenti per assemblare un ordigno in tempi brevissimi (con un breakout time ridotto a una settimana), ma senza varcare formalmente il divieto religioso della fatwa di Khamenei.
Il testo evoca a tal proposito l’approccio neorealista di Kenneth Waltz, suggerendo che l’accelerazione verso la bomba non derivi da un irrazionalismo apocalittico, ma risponda all’imperativo razionale di instaurare un “Equilibrio del Terrore”(Balance of Terror)e di “Distruzione Mutua Assicurata”(Mutually Assured Destruction – MAD), che fungerebbe da ultima garanzia contro un regime change promosso da Washington e Tel Aviv.
L’eminente politologo della Columbia University, infatti, ha lungamente sostenuto che il possesso della bomba atomica da parte dell’Iran si sarebbe rivelato un fattore di stabilità e sicurezza nello scacchiere mediorientale, oggi teatro di un nuovo Grande Gioco regionale, riproponendo un clima di deterrenza e attualizzando il paradigma della Guerra Fredda [2].
Parallelamente, l’immenso arsenale missilistico iraniano è analizzato da Pierre Razoux nel Capitolo 8. I vettori balistici, come gli Shahab-3 e i più recenti missili ipersonici, costituiscono lo scudo essenziale per compensare l’inferiorità delle forze aeree convenzionali.
L’arsenale balistico iraniano è descritto come strumento di deterrenza e proiezione di potenza. Con migliaia di missili di varia gittata, l’Iran dispone della capacità di colpire obiettivi in tutto il Medio Oriente, inclusi basi militari americane e città israeliane.
Pur essendo una forza d’urto imponente, l’analisi tuttavia sottolinea che l’intercettabilità di tali armamenti da parte dei sistemi di difesa integrati occidentali e israeliani ne ridimensiona la presunta invulnerabilità, trasformando l’opzione missilistica da strumento di deterrenza assoluta a un gioco tattico di saturazione delle difese nemiche.
Tutto questo però ha un costo interno esorbitante: “l’economia delle centrifughe”[3], si scontra con il malcontento popolare, generando un’inflazione galoppante e una massiccia fuga di cervelli.
Rivalità Storica con l’Arabia Saudita e Relazioni Strategiche con le Monarchie del Golfo
La seconda parte del volume allarga l’orizzonte alle complesse relazioni regionali. La rivalità storica con l’Arabia Saudita è decostruita da Abdelkérim Ousman nel Capitolo 9.
Il riavvicinamento tattico siglato a Pechino nel 2023 viene letto non come un’inversione ideologica, ma come una mossa dettata da vulnerabilità reciproche.
Per Riyadh, la pacificazione è indispensabile per attrarre gli investimenti necessari alla “Vision 2030”; per Teheran, rappresenta una scialuppa di salvataggio per rompere l’accerchiamento diplomatico e concentrarsi sulla propria stabilità interna dopo le massicce proteste popolari, impedendo allo stesso tempo la saldatura dell’asse israelo-saudita.
Tuttavia, l’autore sottolinea che questa riconciliazione rimane fragile e limitata, fondata su convergenze tattiche piuttosto che su una risoluzione delle divergenze strutturali.
La competizione per l’influenza regionale, le differenze ideologiche e religiose, e gli opposti allineamenti internazionali continuano a caratterizzare la relazione bilaterale.
Una logica pragmatica simile guida i rapporti con le altre monarchie del Golfo, analizzate da Théo Nencini nel Capitolo 10. Attraverso il funambolismo commerciale degli Emirati Arabi Uniti – che si traduce nella capacità di mantenere solidi assi economici con l’Occidente pur ponendosi come hub finanziario strategico per aggirare le sanzioni, senza per questo rinnegare gli Accordi di Abramo –, la prudenza territoriale del Bahrein sotto tutela saudita e la costante mediazione silenziosa dell’Oman in qualità di architetto della diplomazia segreta, i vicini arabi mantengono verso l’Iran una diffidenza di buon vicinato.
Consapevoli del disimpegno americano dopo gli attacchi del 2019 e la paralisi post 7 ottobre, le monarchie del Golfo sono costrette a gestire la minaccia iraniana attraverso il dialogo diretto e affidandosi sempre più alle garanzie di potenze come Cina e Russia.
Questa precaria stabilità periferica fa da contraltare alla storica ostilità verso lo Stato Ebraico.
Rivalità Esistenziale con Israele
Alex Greenberg e Clément Therme, nel Capitolo 11, inquadrano lo scontro tra Iran e Israele come la vera anomalia geopolitica della regione.
Non essendoci dispute territoriali o competizioni per le risorse, la rivalità è puramente un costrutto ideologico, essenziale per la legittimazione rivoluzionaria della Repubblica Islamica post-1979.
Allo stesso modo, in un gioco di specchi, la costante polarizzazione contro la minaccia esistenziale del “nemico islamico” funge da formidabile catalizzatore per le dinamiche identitarie interne a Tel Aviv.
Negli ultimi decenni, la concezione stessa dello Stato israeliano ha subìto una profonda mutazione, allontanandosi in parte dal sionismo laico e socialista delle origini per assumere connotazioni non solo marcatamente religiose, ma caratterizzate da una progressiva e radicale torsione verso l’egemonia etnica[4],[5].
Questa deriva ha trovato la sua massima consacrazione istituzionale nell’approvazione della Legge Fondamentale del 19 luglio 2018 che definisce ufficialmente Israele come la “Nazione-Stato del Popolo Ebraico”[6], sancendo a livello costituzionale una gerarchia identitaria, che irrigidisce specularmente la postura di sicurezza del Paese.
Consapevole della propria inferiorità convenzionale, l’Iran ha imposto a Israele una spietata “Guerra Ibrida” (Jang-e Tarkibi), sfruttando la mancanza di profondità strategica di Tel Aviv stringendola in una tenaglia di proxy, e impiegando massicce campagne di antisemitismo strategico per logorarla socialmente e isolarla internazionalmente.
Tuttavia, il vero tallone d’Achille di Teheran è la rigidità dogmatica senza un “Piano B”: l’impossibilità ideologica di prevedere vie d’uscita diplomatiche ha condotto il regime in una paralisi di fronte all’imprevedibile escalation scaturita dopo gli eventi del 7 ottobre 2023, culminata con la rottura del tabù del confronto diretto nell’operazione “Promessa Giusta”(Operation True Promise).
Confronto con Washington
Il quadro internazionale si completa con l’analisi dell’insanabile sfiducia storica verso gli Stati Uniti.
Firouzeh Nahavandi, nel Capitolo 12, scava nelle culture politiche opposte che alimentano questo scontro permanente: da un lato l’eccezionalismo moralizzatore e la presunzione di innocenza americana, dall’altro l’orgoglio nazionalista ferito di una nazione persiana che si percepisce come perennemente assediata dall’imperialismo, a partire dal golpe contro Mossadegh nel 1953.
Il fallimento irreversibile dell’accordo nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action –JCPOA) e il ritorno ciclico delle politiche di “pressione massima” della presidenza Trump hanno definitivamente precluso a Teheran la via diplomatica occidentale.
Svolta a Oriente: Russia e Cina
Igor Delanoë, nel Capitolo 13, analizza la Ostpolitik iraniana, la svolta strategica verso Russia e Cina, come risposta all’isolamento occidentale, evidenziando come la degradazione delle relazioni con l’Occidente abbia spinto l’Iran a rafforzare i partenariati strategici con Mosca e Pechino, consolidando un “asse di resistenza” fondato su una convergenza politica ed ideologica basata sul concetto di “Stato-Civiltà”, opposta all’universalismo occidentale, e che postula una visione multipolare delle relazioni internazionali.
La cooperazione militare-tecnologica con la Russia è stata rivitalizzata, con l’Iran che fornisce droni e missili balistici – come i droni Shahed/Gueran prodotti ora anche in Tatarstan e i missili balistici Fath-360 – per Mosca, che a sua volta contribuisce ai progetti nucleari civili iraniani.
Il “Corridoio Nord-Sud”(International North-South Transport Corridor – INSTC) è presentato come progetto chiave per rafforzare i legami economici e logistici tra i due paesi, riducendo la dipendenza iraniana dalle rotte marittime controllate dall’Occidente.
Tuttavia, questa alleanza si scontra con limiti macroeconomici strutturali: gli scambi restano esigui ad appena 4 miliardi di dollari, le banche temono le sanzioni secondarie e le rispettive monete deboli complicano ogni transazione.
Le relazioni economiche con la Cina sono descritte come significative, con Pechino che rappresenta una parte importante del commercio iraniano e investe nei settori energetico e infrastrutturale.
Il “Piano di Cooperazione Globale di 25 anni”(Iran-China 25-Year Comprehensive Strategic Cooperation Agreement), firmato nel 2021 è analizzato come un tentativo di istituzionalizzare questa partnership, sebbene il saggio evidenzi le sfide legate alla dipendenza iraniana dalle esportazioni di materie prime e agli ostacoli alle transazioni finanziarie causati dalle sanzioni.
Tentativi istituzionali di superare questi ostacoli sono analizzati da Yann Breault, nel Capitolo 14, che esamina i faticosi sforzi di integrazione dell’Iran nell’Unione Economica Eurasiatica (Eurasian Economic Union – EAEU) e la costruzione del “Corridoio Nord-Sud”, progettati per creare un ecosistema logistico a prova di sanzioni.
Eppure, anche qui affiorano paradossi: Russia e Iran restano concorrenti diretti nell’esportazione di idrocarburi, con Mosca che spesso cannibalizza i clienti di Teheran offrendo petrolio a prezzi stracciati.
A chiudere il perimetro eurasiatico è l’imprescindibile ma asimmetrico rapporto con la Cina, esaminato da Olga Alexeeva, nel Capitolo 15.
L’autrice ridimensiona drasticamente il mito dell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari, mostrando come gli investimenti diretti cinesi siano crollati a poche decine di milioni.
La realtà mostra un rapporto in cui Pechino approfitta dell’isolamento iraniano per estrarre idrocarburi a prezzi super scontati, ma evita accuratamente di trasferire tecnologie avanzate o di effettuare investimenti infrastrutturali che potrebbero esporre i propri colossi industriali (come Huawei o CNPC) alle sanzioni secondarie del Tesoro statunitense.
La Cina utilizza l’Iran come pedina per la sua Iniziativa di Sicurezza Globale (Global Security Initiative – GSI) e come leva diplomatica, relegando Teheran a una posizione di subordinazione economica di stampo quasi neo-coloniale, in cui il pragmatismo commerciale cinese prevale sulle fantasie di un’alleanza anti-occidentale paritaria.
Considerazioni Conclusive
1. Resilienza Tattica e Fragilità Strategica
Il merito fondamentale dell’opera curata da Pahlavi, Jolicoeur e Breault risiede nel suo rigore realista: decostruisce l’armamentario strategico dell’Iran analizzandone con freddezza le capacità materiali, senza cedere a demonizzazioni. Il concetto di “zona grigia” e l’esplorazione del dualismo istituzionale iraniano forniscono uno strumento euristico formidabile per decodificare il revisionismo mediorientale.
Il volume è estremamente efficace nel dimostrare come non vi sia alcun distacco logico tra il lancio di un drone in Yemen, un attacco cyber in Europa e la firma di un accordo a Pechino: tutto risponde alla medesima logica di sopravvivenza.
Tuttavia, estendendo la riflessione oltre i confini militari del saggio, emerge con forza un limite analitico cruciale: la strutturale fragilità interna della Repubblica Islamica.
La proiezione imperiale verso l’esterno è finanziata a debito sul benessere della popolazione. Un’economia asfissiata dall’iperinflazione, una corruzione endemica e un malcontento sociale giovanile si sono ormai saldati con una crisi istituzionale senza precedenti.
L’instabilità interna ha infatti raggiunto un drammatico punto di rottura all’inizio del 2026 con l’uccisione della Guida Suprema Khamenei, evento che ha accelerato una complessa e tesa transizione di potere verso il figlio Mojtaba.
Questa fase si è innestata su un clima di fortissima rivolta popolare. Secondo documenti riservati dei Pasdaran trapelati sui media internazionali, la brutale repressione ordinata dal regime durante le proteste di gennaio avrebbe provocato la morte di alcune migliaia di civili [7].
A questo si aggiunge una necessaria postilla critica sulla narrazione della “Svolta a Oriente” (Ostpolitik). Integrandosi forzatamente nei BRICS , l’Iran sta tradendo il principio fondativo della Rivoluzione del 1979: “Né Est né Ovest”.
La Repubblica Islamica non è più un semplice junior partner, ma è stata assorbita in una profonda alleanza di mutua dipendenza asiatica, definita dagli analisti come asse CRINK (Cina-Russia-Iran-Corea del Nord) [8].
Teheran ha letteralmente barattato la propria capacità industriale bellica, concedendo a Mosca linee di produzione per 10.000 droni Shahed all’anno nel polo industriale di Alabuga, in cambio di assistenza tecnica russa, fornitura di sistemi antiaerei e caccia Su-35, volti a compensare la propria obsoleta forza aerea [9].
Così facendo il regime rischia di smarrire l’agognata autonomia strategica, vedendo i propri margini di manovra assoggettati alle agende globali delle superpotenze.
2. Oltre la Zona Grigia, il Tramonto dell’Ambiguità Strategica e il Nuovo Pragmatismo
Le riflessioni finali di Pierre Pahlavi prefigurano traiettorie ad alto rischio per il breve termine. La sintesi dell’opera si salda inevitabilmente con la cruda instabilità generata dalla crisi del biennio 2024-2026.
L’architettura teorica del saggio trova un diretto riscontro fattuale nella grave crisi sistemica sviluppatasi in quest’arco temporale: l’ingresso in una fase di vera e propria guerra guerreggiata – segnata da massicci duelli balistici transfrontalieri e raid aerei diretti israelo-americani sul suolo iraniano – ha sancito la fine inequivocabile della “zona grigia”.
Il crollo strutturale della “denegabilità plausibile”(Plausible deniability) è stato innescato dalla sistematica distruzione della profondità strategica di Teheran. L’eliminazione dei leader storici dell’”Asse della Resistenza”, la mutilazione delle capacità belliche di Hezbollah e l’improvvisa caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria nel dicembre 2024, hanno brutalmente reciso le arterie logistiche iraniane terrestri verso il Mediterraneo[10].
Privata della sua rassicurante “frontiera virtuale”, l’illusione di poter combattere logoranti guerre per procura al riparo dei propri confini si è dissolta in modo irreparabile.
Questo shock ha spinto le forze armate iraniane (come confermato dal Maggiore Generale Mousavi) ad abbandonare storicamente la classica dottrina “difensiva”, formalizzando l’adozione di un paradigma di “guerra asimmetrica offensiva”(Offensive asymmetric warfare)[11].
Costretto ad abbandonare l’ombra per operare in campo aperto, l’Iran si è visto obbligato a riarticolare la propria dottrina in una inedita “Deterrenza Totale”(Total deterrence).
Il network Il delle forze per procura (proxy) superstiti ha registrato una profonda metamorfosi dottrinale. Esaurita la funzione originaria di scudi difensivi a tutela del regime iraniano, si sono trasformate in attori autonomi di guerra asimmetrica che operano come agenti di destabilizzazione permanente, mirati a generare un disordine e caos.
Questa mutazione si evince dalle recenti manovre in Iraq, dove il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha modificato le sue tattiche storiche: invece di affidarsi alle grandi milizie preesistenti, ha iniziato a formare nuove e ristrette cellule (di circa 10 uomini) composte da combattenti d’élite altamente ideologizzati, slegati dalla tradizionale catena di comando irachena e diretti specificamente da Teheran[12].
Il fine è scaricare le responsabilità dalle storiche milizie alleate, riducendo le pressioni di Washington per il disarmo su Baghdad, e lanciando attacchi contro i Paesi del Golfo per ricostruire artificialmente quella denegabilità plausibile perduta[13].
Milizie irachene e Houthi vengono impiegate come sciami tattici a basso costo per saturare i sistemi di difesa aerea occidentali (come Aegis o Iron Dome), aprendo varchi per i missili balistici ipersonici lanciati direttamente dal territorio sovrano iraniano in un perenne tentativo di logoramento e blocco logistico,
L’efficacia di questi vettori è stata di recente ribadita da alti funzionari militari iraniani, i quali hanno evidenziato l’utilizzo di missili balistici con testate a grappolo (cluster) progettati appositamente per sopraffare e saturare le difese aeree avversarie[14].
Eppure, intrappolato nella temibile “trappola dell’escalation”, il fronte oltranzista della Repubblica Islamica ha dovuto prendere atto di una verità incontrovertibile: la deterrenza convenzionale ha fallito.
I bombardamenti avversari hanno distrutto i due terzi dei lanciatori iraniani e dimezzato il vasto arsenale balistico[15].
L’accelerazione verso il breakout nucleare definitivo smette quindi i panni di leva di ricatto diplomatico per assumere le sembianze di un imperativo di sopravvivenza.
Più che mirare alla distensione, l’Iran ha adottato una cinica “dottrina di ricostruzione differenziale”.
Sfruttando i 60 giorni di tregua offerti dal Memorandum of Understanding (MoU) di Ginevra, Teheran subordina qualsiasi progresso sul dossier nucleare all’obbligo, per Washington, di imporre a Israele un cessate il fuoco e un ritiro in Libano[16].
A tal fine, il regime iraniano e Hezbollah stanno strumentalizzando il recente accordo quadro trilaterale del 26 giugno – che prevede il dispiegamento delle Forze Armate Libanesi (LAF) in due “zone pilota” al posto delle truppe israeliane – denunciandolo come una palese violazione del MoU. Questo espediente tattico viene utilizzato da Teheran per minacciare l’interruzione dei processi diplomatici e giustificare un ulteriore stallo nei negoziati[17].
Parallelamente, per dissuadere il governo libanese dall’attuare il disarmo previsto dall’accordo quadro, Hezbollah ha intensificato la propria pressione psicologica interna, minacciando apertamente lo scoppio di una guerra civile qualora le forze regolari libanesi dovessero intervenire[18].
In realtà, mentre incassa i vantaggi immediati dell’accordo come lo sblocco di 6 miliardi di dollari congelati nel solo Qatar [19] e l’ottenimento di specifiche deroghe statunitensi per l’esportazione di petrolio [20], l’Iran sfrutta questo tempo per accelerare massicciamente la fortificazione sotterranea profonda dei suoi siti nucleari a Fordow e nelle montagne di Natanz [21].
L’illusione di poter gestire all’infinito un conflitto asimmetrico e chirurgicamente calibrato è ormai cenere.
Al suo posto, il regime sta mostrando un puro “pragmatismo strategico”, piegando la retorica per salvaguardare il proprio sistema politico.
Questo si palesa anche nelle nuove conquiste diplomatiche di facciata, come l’istituzione di una “cellula di de-escalation” congiunta (USA, Qatar, Pakistan, Libano e Iran) che sostituisce i vecchi protocolli e, di fatto, estromette Israele dai meccanismi di monitoraggio del cessate il fuoco [22].
Allo stesso modo, nello Stretto di Hormuz l’Iran non ha semplicemente restaurato lo status quo pre-crisi, ma ha imposto nuovi schemi di separazione del traffico marittimo.
Siglando accordi con l’Oman per una gestione esclusiva dello Stretto, il regime tenta di obbligare le petroliere a sottoscrivere polizze con le proprie assicurazioni e a pagare enormi “pedaggi” [23],[24], arrivando a minacciare militarmente le rotte marittime sicure promosse dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) [25].
Questa coercizione sta tuttavia incontrando una ferma opposizione: a fine giugno, i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) e lo stesso Oman hanno esplicitamente respinto l’imposizione di pedaggi iraniani, richiamandosi alla libertà di navigazione internazionale [26].
In risposta a queste resistenze regionali e agli sforzi statunitensi volti a spezzarne il controllo, l’Iran ha intrapreso una pericolosa escalation militare: arrogandosi la “responsabilità esclusiva” sulla via d’acqua in virtù di un’interpretazione forzata del MoU, ha colpito navi commerciali (come la M/T Kiku) e ha lanciato attacchi diretti con droni e missili balistici contro la base della Quinta Flotta USA in Bahrein e la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait [27].
Al contempo, l’Iran non rinuncia alla via negoziale. Sta combinando diplomazia e coercizione militare per spingere i Paesi del Golfo verso un nuovo meccanismo di sicurezza regionale, con l’obiettivo primario di espellere le forze statunitensi dal Medio Oriente.
Attraverso attacchi mirati, Teheran cerca di screditare l’affidabilità di Washington come garante, offrendo in cambio stabilità e cooperazione.
Al centro di questa strategia vi è la ferma volontà di consolidare il controllo sullo Stretto di Hormuz usandolo come leva negoziale, ipotizzando l’imposizione di pedaggi marittimi nonostante i disaccordi con l’Oman e la netta opposizione regionale.
Parallelamente alle forzature sul campo, a Doha la diplomazia iraniana porta avanti anche colloqui per l’attuazione di un memorandum d’intesa con gli USA, volto a sbloccare fondi congelati, rifiutando però categoricamente incontri diretti e discussioni sul nucleare [28].
Come ci ricordano Pahlavi, Jolicoeur e Breault, l’Iran del 2026 non è più un problema confinato al Medio Oriente, ma il punto di massima frizione dove collidono le gigantesche placche tettoniche eurasiatiche e occidentali.
Per sottrarsi al collasso, il regime ha barattato quell’indipendenza assoluta che fu l’anima pulsante della sua Rivoluzione con la nuda e cruda sopravvivenza, legando inesorabilmente il proprio destino a un asse eurasiatico che si prepara a sfidare frontalmente le rovine dell’ordine mondiale.
La Repubblica Islamica, storicamente abile nel preservare per oltre quattro decenni il proprio apparato statale attraverso la strategia del “vincere non perdendo”, ha ormai raggiunto una soglia di non ritorno.
Nel mutato scacchiere della competizione egemonica globale, il paradigma dell’ambiguità strategica risulta ormai strutturalmente inattuabile, imponendo a Teheran una postura di deterrenza palese e ad altissimo rischio.
Ma ciò che appare certo è che l’Iran rimarrà un attore centrale nel Grande Gioco eurasiatico, un nodo geopolitico la cui evoluzione avrà profonde ripercussioni sugli equilibri regionali e globali.
Note
[1] L’espressione si riferisce all’imperativo ideologico e costituzionale della Repubblica Islamica (sancito dall’Articolo 154 della Costituzione del 1979), che obbliga il Paese a sostenere le popolazioni oppresse, i “diseredati” (o mustaz’afin), contro i capitalisti e l’imperialismo. Questa visione messianica giustifica formalmente la politica estera militarizzata di Teheran e il suo sostegno armato a milizie e insorgenze in tutto il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen.
[2] Cfr. Kenneth N. Waltz, Why Iran Should Get the Bomb: Nuclear Balancing Would Mean Stability, in “Foreign Affairs”, vol. 91, n. 4, luglio-agosto 2012, pp. 2-5. In questo saggio il teorico statunitense delle Relazioni Internazionali affronta la questione iraniana attraverso la logica del realismo strutturale, argomentando che l’acquisizione dell’arma atomica da parte di Teheran stabilizzerebbe il Medio Oriente bilanciando il prolungato monopolio nucleare israeliano. “In nessun’altra regione del mondo esiste un solo stato nucleare incontrollato. È l’arsenale nucleare di Israele, non il desiderio dell’Iran di averne uno, ad aver contribuito maggiormente alla crisi attuale [2012, N.d.R.]”. Ritenendo storicamente inefficaci le sanzioni, Waltz confuta i timori internazionali circa l’irrazionalità della leadership iraniana o il rischio di una proliferazione a catena nella regione. Basandosi sull’efficacia della deterrenza dimostrata da precedenti storici (come le dinamiche tra USA-URSS o India-Pakistan), l’autore conclude che il possesso di armi nucleari costringe gli Stati alla massima cautela strategica: un equilibrio di potenza militare paritario agisce, paradossalmente, come il più solido garante della pace globale.
[3] Questa espressione nasce dalla scommessa politica dell’ex presidente iraniano Rohani, il quale prometteva che “Le ruote dell’economia devono girare insieme alle centrifughe”.
[4] Sulla concettualizzazione di Israele come “democrazia etnica” e sulle sue intrinseche disuguaglianze istituzionalizzate, si veda l’opera del sociologo Sammy Smooha, in particolare i saggi: Ethnic Democracy: Israel as an Archetype, in “Israel Studies”, vol. 2, n. 2 (Fall 1997), pp. 198-241; The model of ethnic democracy: Israel as a Jewish and democratic state, in “Nations and Nationalism”, vol. 8, n. 4, 2002.
[5] Per una profonda critica storica all’involuzione etno-nazionalista del sionismo a discapito dei principi liberali e universali, si fa riferimento al fondamentale lavoro dello storico e politologo israeliano Zeev Sternhell, The founding myths of Israel: Nationalism, socialism, and the making of the Jewish state, Princeton University Press, 2009 (ed. it. Nascita d’Israele. Miti, storia, contraddizioni, Dalai Editore, 2002).
[6] La Legge Fondamentale (Basic Law) “Israele quale Stato nazione del popolo ebraico” è stata approvata dalla Knesset il 19 luglio 2018. Tra i suoi principi fondamentali, la legge stabilisce esplicitamente che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato d’Israele è esclusivo del popolo ebraico”.
[7] LAB 45, Strategic Assessment – Iranian Military Capability, marzo 2026. Reperibile all’indirizzo: https://static.lab45.id/2026/03/05/450/1549strategic-assessment-iranian-military-capabilitysh.pdf .
[8] Ibidem.
[9] Ibidem.
10] Ibidem.
[11] Ibidem.
[12] ISW (Institute for the Study of War), Iran Update Special Report, 19 giugno 2026. https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-june-19-2026/
[13] Ibidem.
[14] Ibidem.
[15] LAB 45, Strategic Assessment – Iranian Military Capability, marzo 2026, cit.
[16] ISW, Iran Update Special Report, 19, 20 e 21 giugno 2026, cit.
[17] ISW, Iran Update Special Report, 28 giugno 2026.https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-june-28-2026/
[18] Ibidem.
[19] ISW, Iran Update Special Report, 20 e 21 giugno 2026, cit.; JINSA (Jewish Institute for National Security of America), Iran War Update: 6/19/26 – 6/21/26, 21 giugno 2026.
[20] ISW, Iran Update Special Report, 22 giugno 2026.https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-june-22-2026/
[21] LAB 45, Strategic Assessment – Iranian Military Capability, marzo 2026, cit.
[22] ISW, Iran Update Special Report, 22 giugno 2026, cit.
[23] Idem, Iran Update Special Report, 23 giugno 2026.https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-june-23-2026/
[24] Idem, Iran Update Special Report, 25 giugno 2026 (con riferimenti anche al 19 giugno). https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-june-25-2026/
[25] Ibidem.
[26] ISW, Iran Update Special Report, 28 giugno 2026, cit
[27] Ibidem.
[28] Idem, Iran Update Special Report, 30 giugno 2026. https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-june-30-2026/
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