Mancano soldati: la nuova sfida degli eserciti occidentali
L’Europa aumenta le spese militari. Che piaccia o meno, questo sta accadendo, ma dietro a carri armati, droni e nuovi sistemi d’arma emerge un problema molto più semplice: trovare le persone disposte a indossare un’uniforme. Germania, Stati Uniti, così come altri Paesi occidentali, stanno scoprendo che il limite potrebbe essere umano prima ancora che economico.
Il caso tedesco e il problema europeo
Il caso tedesco è emblematico. Il nuovo sistema di servizio militare entrato in vigore nel 2026 prevede l’invio di questionari ai diciottenni per conoscere disponibilità e idoneità al servizio. Per gli uomini la risposta è obbligatoria, mentre per le donne rimane volontaria.
Al 25 giugno 2026 erano stati spediti quasi 300 mila questionari e circa 530 giovani provenienti da questo nuovo meccanismo erano già stati destinati al servizio volontario. Il numero può impressionare, ma va interpretato correttamente, perché nello stesso periodo la Bundeswehr aveva ricevuto complessivamente circa 38.500 candidature, il 24% in più rispetto all’anno precedente, e registrato circa 11 mila ingressi.
Il problema riguarda buona parte dell’Europa, tanto che l’International Institute for Strategic Studies osserva le difficoltà di molti eserciti europei sia nel raggiungere gli obiettivi di reclutamento e trattenere il personale già formato, sia nel creare riserve numericamente sufficienti.
Perché i giovani dicono no?
Una risposta interessante arriva dagli Stati Uniti, dove il problema viene studiato da anni. Il Pentagono interroga periodicamente i giovani sulle ragioni che li spingono verso o lontano dalle Forze armate.
Nell’indagine dell’autunno 2024, tra i ragazzi americani fra 16 e 21 anni, il 72% indicava il rischio di ferimento o morte fra le ragioni per non considerare il servizio militare. Seguivano il timore di sviluppare disturbi psicologici o un disturbo da stress post-traumatico (PTSD), indicato dal 63%, e la separazione da famiglia e amici, al 59%.
Emergono, tuttavia, motivazioni molto meno drammatiche e forse ancora più significative, come avere altri interessi professionali, non voler interrompere gli studi, dover vivere lontano da casa, non gradire lo stile di vita militare o considerare troppo lungo l’impegno richiesto.
Negli Stati Uniti esiste inoltre un secondo problema. Secondo il Dipartimento della Difesa, solo circa il 23% dei giovani tra i 17 e i 24 anni possiede i requisiti per arruolarsi senza necessità di una deroga, considerando complessivamente criteri sanitari e altri standard di accesso.
Ma qualcosa sta cambiando. Nel maggio 2026 l’U.S. Army ha annunciato di avere già raggiunto, con quattro mesi di anticipo, l’obiettivo annuale, superando 61.500 nuovi arruolati.
Non siamo quindi davanti a una generazione semplicemente “contraria alla divisa”. Piuttosto, è cambiato il rapporto tra vita civile e vita militare.
Il militare del futuro potrebbe essere anche civile?
Forse proprio qui esiste una strada ancora poco sfruttata. Un tecnico di qualsiasi campo, un autista di autobus, un meccanico, un informatico, un elettricista, un sanitario o uno specialista della logistica possiedono già professionalità utilizzabili anche da una Forza armata. Quindi, perché obbligarli necessariamente a scegliere tra vita civile o militare?
Si potrebbe immaginare una riserva volontaria molto più ampia, nella quale un lavoratore continui normalmente la propria professione civile, ma possa essere formato militarmente e richiamato periodicamente, mantenendo possibilmente la stessa specializzazione.
Un autista potrebbe, per esempio, essere qualificato sui mezzi militari e svolgere periodi di addestramento o servizio nella logistica. Terminato il richiamo, tornerebbe al proprio autobus o camion.
L’età, in un modello del genere, dovrebbe essere valutata insieme a idoneità fisica, esperienza e mansione, anziché immaginare che ogni riservista debba necessariamente possedere le caratteristiche di un ventenne destinato alla fanteria.
Chi paga il costo della riserva?
Naturalmente esiste un punto delicato: i costi. E questi non possono ricadere sulle imprese civili. Se lo Stato richiama per alcune settimane un dipendente, l’azienda perde temporaneamente una professionalità e può essere costretta a sostituirla.
Un sistema moderno di riserva dovrebbe quindi tutelare non soltanto il lavoratore, garantendogli il posto, ma anche il datore di lavoro, evitando per quanto possibile che il costo del richiamo ricada sull’impresa.
Non sarebbe un’idea completamente estranea ai sistemi occidentali. Negli Stati Uniti la normativa Uniformed Services Employment and Reemployment Rights Act (USERRA) tutela, a determinate condizioni, il diritto del militare o riservista a rientrare nel proprio lavoro civile. Anche la Germania prevede tutele occupazionali e meccanismi pubblici di compensazione della perdita di reddito del personale richiamato.
In Italia qualcosa di concettualmente simile esiste già, seppure in forma più limitata, che consente di impiegare professionalità provenienti dal mondo civile in funzione delle competenze possedute.
Se il problema europeo è davvero quello di costruire rapidamente riserve più ampie senza sottrarre definitivamente professionalità al mondo civile, forse è proprio su questo modello che occorre iniziare a decidere, e farlo velocemente.
L’articolo Mancano soldati: la nuova sfida degli eserciti occidentali proviene da Difesa Online.
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