Modena, lo sguardo che non scende dalla sella
Il pomeriggio di sabato sedici maggio una Citroën C3 grigia ha imboccato via Emilia Centro a velocità folle, ha puntato il marciapiede e ha falciato una decina di persone prima di schiantarsi contro la vetrina del negozio Dallari, in pieno centro a Modena. Alla guida c’era Salim El Koudri, trentun anni, nato a Seriate, residente a Ravarino, in cura presso un centro di salute mentale fino al 2024. Scendendo dall’auto ha colpito con un coltello uno dei cittadini che tentavano di fermarlo, Luca Signorelli, che si è poi visto applicare due fendenti, uno alla testa e uno schivato in direzione del cuore. Otto feriti, quattro in condizioni gravi, una donna a cui sono state amputate entrambe le gambe, una cittadina polacca e una turista tedesca in pericolo di vita. La Procura ha contestato il reato di strage e lesioni aggravate dall’uso di arma. Mattarella ha chiamato il sindaco Mezzetti, Meloni ha sentito il ministro Piantedosi, il gruppo terrorismo della Procura distrettuale di Bologna ha attivato la Digos.
Tutto questo è cronaca, ed è cronaca importante, ma non è ciò di cui voglio scrivere. Ciò di cui voglio scrivere è un dettaglio quasi marginale dentro quei trenta secondi documentati dalle telecamere del Teatro Storchi e delle attività commerciali della via, un dettaglio che la maggioranza dei commenti istituzionali ha giustamente lasciato sullo sfondo, perché contava di più ringraziare i cittadini intervenuti, che sono stati molti e coraggiosi, ma che dal punto di vista di chi studia la resilienza civile ha un peso analitico notevole.
Nelle immagini si vedono due uomini in bicicletta che si fermano davanti a uno dei feriti riverso sull’asfalto. Restano lì alcuni secondi. Osservano. Poi il primo si rimette in marcia e passa accanto al corpo a terra senza scendere dalla sella, senza chinarsi, senza fare nulla. Il secondo estrae il telefono, fotografa la persona ferita, e a sua volta si allontana. Nessuno dei due tocca con i piedi l’asfalto. Nessuno dei due trasforma la propria presenza in soccorso.

















Si potrebbe liquidare la scena come l’ennesimo episodio di indifferenza, ma sarebbe una lettura comoda e poco utile. Quei due uomini sono molto probabilmente cittadini ordinari, padri, lavoratori, persone che in altre circostanze racconteranno con sgomento di essere passate vicino a un fatto grave. Ciò che vediamo in quei secondi non è cattiveria, è qualcosa di più diffuso e di più preoccupante dal punto di vista della tenuta sociale: è la rappresentazione plastica di un cittadino che ha smesso di sentirsi parte attiva dell’evento, e che si percepisce come spettatore di un fenomeno che lo riguarda solo a livello visivo.
La psicologia sociale conosce da sessant’anni i meccanismi che producono questa inerzia. L’effetto spettatore, descritto da Darley e Latané dopo l’omicidio di Kitty Genovese a New York nel 1964, agisce attraverso tre ingranaggi che si rinforzano a vicenda. La diffusione di responsabilità, per cui in presenza di altri testimoni ciascuno presume che qualcun altro si stia occupando della cosa. L’ignoranza pluralistica, per cui in una situazione ambigua si guardano gli altri per decidere se la situazione sia davvero grave, e se nessuno si muove si conclude che probabilmente non lo sia. L’apprensione valutativa, per cui interviene la paura di sembrare goffi, di fare la mossa sbagliata, di trovarsi a gestire qualcosa che non si sa gestire. A questi tre ingranaggi va aggiunta la risposta neurofisiologica da congelamento, il freeze, che davanti a uno shock improvviso paralizza l’iniziativa molto più di quanto la nostra cultura dell’eroismo cinematografico ci abbia abituato a riconoscere.
Tutto questo, però, era già vero quarant’anni fa. Quello che è cambiato, e che rende quei due ciclisti modenesi un caso da studio, è la variabile che porta il nome di smartphone. Tirare fuori il telefono e fotografare un corpo a terra non è un gesto che si aggiunge alla scena, è un gesto che ridefinisce il ruolo dell’osservatore dentro la scena. Chi fotografa non sta più guardando una persona ferita, sta inquadrando un contenuto. Lo schermo, anche quando dura pochi secondi, opera una distanza cognitiva che trasforma il testimone in spettatore professionalizzato. L’immagine diventa la priorità, il soccorso una possibilità residuale. Susan Sontag lo aveva intuito già nel 2003 in Davanti al dolore degli altri, ma allora pensava al fotoreporter, oggi il fotoreporter è chiunque, e chiunque, in qualsiasi momento, può scivolare nello stesso meccanismo di disimpegno emotivo che protegge il professionista dell’immagine.
C’è poi un piano italiano specifico che non possiamo permetterci di ignorare. Decenni di racconto mediatico hanno sedimentato nel cittadino medio la convinzione che soccorrere significhi rischiare, che fare qualcosa significhi essere chiamati a rispondere di quel qualcosa, che restare sopra la propria sella sia la posizione più prudente. È una credenza in larga parte infondata sul piano giuridico, ma è efficacissima sul piano comportamentale, perché funziona da razionalizzazione preventiva di un’inerzia che ha cause molto più profonde. A questa si somma una deresponsabilizzazione strutturale che nasce dalla densità dei servizi pubblici nelle nostre città: se la Polizia arriverà, se il 118 è già stato allertato, se qualcun altro chiamerà, il mio contributo è ridondante quando non addirittura d’intralcio. Ognuna di queste razionalizzazioni, presa singolarmente, ha un grano di verità. Sommate, producono il cittadino in bicicletta che osserva, fotografa, riparte.
Perché tutto questo, su una rivista come Difesa Online, dovrebbe interessarci più della cronaca? Perché la prontezza civile, la disponibilità del cittadino comune a trasformarsi in soccorritore di primo livello nei trenta secondi che precedono l’arrivo dei mezzi di soccorso, è un asset strategico di cui le società resilienti dispongono e di cui le società degradate non dispongono più. Nei rapporti sulla preparedness della Commissione europea, nelle dottrine di total defence dei Paesi nordici e baltici, nei manuali di civil resilience svedesi e finlandesi, la figura del cittadino capace di reagire viene trattata come moltiplicatore di forza per la sicurezza nazionale, non come dettaglio sociologico marginale. Il cittadino che non scende dalla bicicletta è il cittadino che, in caso di evento ibrido, di attacco multidimensionale, di crisi prolungata, non saprà cosa fare nemmeno per sé stesso.
La guerra cognitiva, di cui abbiamo discusso più volte su queste pagine come del sesto dominio operativo, agisce esattamente su questo terreno. Non punta a convincerci di una tesi politica specifica, punta a modificare in profondità il modo in cui processiamo gli eventi che ci accadono attorno. Una popolazione abituata a documentare invece che a intervenire è una popolazione più facile da disorientare, da paralizzare, da spettacolarizzare. Una popolazione che ha sostituito la prontezza con la cornice video è una popolazione che, di fronte a un attacco non convenzionale, reagirà tirando fuori il telefono. Sul piano militare, è la fine della profondità strategica civile. Sul piano della sicurezza interna, è la fine di quella riserva diffusa di buon senso operativo che per generazioni ha integrato, e in molti casi sostituito, l’intervento delle istituzioni.
Non è il caso di trarre da un singolo fotogramma conclusioni catastrofiche. A Modena, fortunatamente, molti cittadini sono intervenuti. Luca Signorelli ha pagato con due ferite al volto il prezzo del suo coraggio, altri si sono lanciati per immobilizzare l’aggressore in attesa della polizia, un uomo ha persino aperto la portiera convinto che il conducente stesse male, prima di rendersi conto di chi avesse di fronte. Il punto, però, non è il dato medio, è la varianza. È sapere che dentro una stessa scena, negli stessi secondi, può convivere chi mette a rischio la propria incolumità per fermare un assassino e chi non scende dalla bicicletta perché deve fotografare. La distanza tra queste due figure, e la direzione in cui si sta spostando il baricentro statistico, ci dice qualcosa di importante sul tipo di cittadinanza che stiamo costruendo, e quindi sul tipo di sicurezza nazionale di cui potremo disporre nei prossimi vent’anni.
Modena, in questo senso, non è stata soltanto una strage. È stata anche un test diagnostico, di quelli che le società conducono su sé stesse senza accorgersene. I risultati di quel test andrebbero letti con la stessa serietà con cui leggiamo i rapporti sulle minacce ibride, perché il punto debole, lo abbiamo scoperto in via Emilia Centro, non è soltanto la cybersicurezza delle nostre infrastrutture. È la prontezza dei nostri concittadini quando un’auto a folle velocità entra in una via pedonale di sabato pomeriggio, e qualcuno, sull’asfalto, ha bisogno che chi sta guardando smetta di guardare e cominci ad agire.
L’articolo Modena, lo sguardo che non scende dalla sella proviene da Difesa Online.
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