Prima di esultare o indignarsi per AfD, contiamo gli italiani che non votano
C’è qualcosa di irresistibilmente provinciale nell’entusiasmo con cui, in Italia, una parte della politica ha salutato il successo di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt. AfD ha ottenuto il 43,8% dei voti, un risultato enorme, destinato ad avere conseguenze tedesche ed europee.
Il dato che da noantri dovrebbe suscitare più attenzione è tuttavia un altro: alle urne è andato il 77,8% degli aventi diritto. Quasi quattro elettori su cinque.
In Italia percentuali del genere appartengono ormai a un altro tempo. Alle politiche del 1996 votò l’82,9%; nel 2001 l’81,4%; nel 2006 l’83,6%; nel 2008 l’80,5%. Poi 75,2% nel 2013, 72,9% nel 2018 e 63,9% nel 2022. Una deriva trentennale con qualche rimbalzo, ma con una direzione difficilmente contestabile.
E nelle ultime grandi regionali italiane il quadro è perfino più brutale. Il 23 e 24 novembre 2025, tra Campania, Puglia e Veneto, votarono complessivamente circa 5,59 milioni di cittadini su 12,8 milioni di aventi diritto: affluenza media 43,66%. In Puglia si fermò addirittura al 41,83%, in Campania al 44,10% e in Veneto al 44,65%. Tradotto: la maggioranza degli elettori non ha scelto nessuno.
Eppure continuiamo a comportarci come se la grande questione fosse capire quale partito, dentro la minoranza che ancora vota, abbia guadagnato due o tre punti. Ci entusiasmiamo per AfD, per Le Pen, per la sinistra spagnola, per il sovranista di turno o per il tecnocrate successivo, dimenticando che in Italia il fenomeno politicamente più grande non è più un partito. È l’assenza.
Il voto tedesco, piaccia o meno AfD, avviene dentro una comunità politica che partecipa. Quel 43,8% pesa perché è maturato con un’affluenza del 77,8%. Da noi una coalizione può invece conquistare la maggioranza politica mentre rappresenta, sul corpo elettorale reale, una frazione assai più piccola del Paese.
Qui serve una precisazione. Stiamo parlando dell’Europa, cioè di Stati che coltivano – con maggiore o minore coerenza – velleità “democratiche” di fondo (reali o millantate che siano). È questa la cornice del confronto che ci interessa.
L’affluenza, da sola, non certifica infatti una democrazia. Altrimenti i regimi che annunciano partecipazioni del 90, 95 o 99% sarebbero fenomeni democratici perfetti. La partecipazione ha significato come indicatore solo dove esistono (o dovrebbero esistere…) competizione, libertà di scelta e informazione, pluralismo e possibilità concreta di cacciare chi governa.
Il dato italiano è allarmante. Non perché sotto il 50% una democrazia cessi giuridicamente di esserlo. Non esiste una soglia magica. Ma politicamente la differenza è enorme. Con il 50% più uno, almeno la maggioranza degli aventi diritto partecipa alla scelta. Con il 50% meno uno, la maggioranza decide di non parteciparvi.
Possiamo chiamare provocatoriamente la prima condizione “democrazia” e la seconda “reggenza democratica”: istituzioni perfettamente legittime sul piano formale, ma rette dal consenso di una minoranza.
Una parodia della legge Acerbo come soluzione?
In questo contesto appare suicida l’idea di risolvere il problema con un nuovo premio di “governabilità”. La riforma elettorale oggi in cantiere punta a garantire alla coalizione vincente il 55% dei seggi, mentre la soglia necessaria per ottenere il premio oscilla nel confronto parlamentare tra il 42 e il 41% dei voti validi. Il ballottaggio sembra ormai accantonato; restano premio e liste bloccate.
Non stiamo equiparando l’Italia del 2026 al fascismo del 1924. Sarebbe storicamente e intellettualmente ridicolo. Ma il meccanismo concettuale merita di essere ricordato. La legge Acerbo prevedeva che alla lista più votata, superato il 25% dei voti, andassero i due terzi dei seggi. Alle elezioni del 6 aprile 1924 votò il 63,78% degli aventi diritto, in un clima segnato da intimidazioni e violenze.
Persino allora, dunque, partecipò al voto una quota di elettori superiore a quella registrata in Italia alle politiche del 2022 e infinitamente superiore a quella delle amministrative odierne.
La storia non si ripete mai uguale. Ma la parodia è evidente: quando la rappresentanza si restringe, invece di domandarsi perché gli elettori se ne vadano si cerca di aumentare per legge il peso parlamentare di quelli rimasti.
È un capolavoro di inversione logica. La governabilità non nasce regalando seggi. Nasce quando una maggioranza di cittadini riconosce un progetto, lo vota e accetta di esserne governata. Se metà del Paese non crede più all’offerta politica, moltiplicare artificialmente il peso dell’altra metà non ricostruisce fiducia. Potrebbe, al contrario, ottenere esattamente l’effetto opposto: trasformare la disaffezione in incazzatura vera…
Finché il cittadino pensa che la politica sia inutile, resta a casa. Quando però una “maggioranza” di una minoranza sempre più esigua sale sui trampoli del premio elettorale, si impettisce e proclama solennemente di rappresentare “la Nazione”, può accadere che chi era rimasto sul divano cominci a guardarla con un interesse inedito. Non necessariamente benevolo.
È spesso quello il momento in cui si innescano i “cambiamenti” veri.
Il problema non è dunque trovare un sistema elettorale abbastanza furbo* da fabbricare matematicamente una maggioranza. È costruire politicamente una maggioranza vera.
Per farlo serve ciò che manca da troppo tempo: un’idea.
Un’idea di Italia, prima ancora che di destra o di sinistra. Che cosa vogliamo essere tra vent’anni? Quale industria, quale scuola, quale difesa, quale politica energetica, quale ruolo nel Mediterraneo e nel mondo? Quali doveri oltre ai diritti? Quale sacrificio siamo disposti a chiedere ai cittadini e per quale risultato?
Su questo l’intero panorama politico italiano ha fallito. Non soltanto nel far crescere un’idea ma persino nel concepirla.
Al suo posto abbiamo professionisti della rappresentazione, eccellenti teatranti di mestiere o politici diventati tali, abituati a leggere copioni, provare battute, adottare cadenze e gestualità sorprendentemente intercambiabili da un partito all’altro, cambiare scenografia quando il sondaggio gira male… e chiamare “visione” il messaggio del giorno.
Un Paese non è un palcoscenico e un popolo non è una platea obbligata ad applaudire.
Ed è qui che il voto della Sassonia-Anhalt dovrebbe interessarci davvero. Non perché AfD sia un modello da importare, ma perché lì la protesta – giusta, sbagliata, civile, rabbiosa o inquietante che la si consideri – entra ancora massicciamente nell’urna.
Da noi non entra nemmeno nel seggio.
Europa sì, Europa no
In un’epoca tornata al confronto tra giganti – Stati Uniti, Cina, India, Russia e potenze che ragionano in termini di masse critiche, risorse, industria, tecnologia e forza – la debolezza democratica interna diventa inevitabilmente debolezza politica esterna.
Un’Europa composta da comunità sempre meno partecipi, sempre più sfiduciate e sempre più affidate alla recita del leader di turno difficilmente potrà comportarsi da “gigante”. Continuerà piuttosto a essere una collezione di ventisette nani. Progressisti o conservatori, sovranisti o federalisti, eterodiretti o meno, il punto cambia poco. Restano nani, che interpretano ventisette piccole favolette nazionali.
Abbiamo bisogno di cittadini che escano dalle dinamiche dei sudditi e tornino a credere che scegliere serva a qualcosa, e di una politica capace di offrire qualcosa che meriti di essere scelto.
Affidarsi al ducetto o alla ducetta di turno è comodo: qualcuno decide, qualcuno promette, qualcuno indica il nemico e qualcuno, alla fine, si assume (formalmente, per carità) la responsabilità al posto nostro. Molto più difficile è fare la propria parte, informarsi, scegliere, accettare il peso delle conseguenze e riconoscere che una democrazia non funziona per delega permanente.
Essere cittadini costa più fatica che essere sudditi, ma è proprio quella a separare una comunità politica da una platea.
Per questo, davanti al successo di AfD, più che festeggiare o strapparci i capelli guardiamo ancora una volta quel numero:
77,8%. Noi una partecipazione simile l’avevamo trent’anni fa.
Prima di chiederci chi vincerà le prossime elezioni italiane, sarebbe forse il caso di capire perché la vera maggioranza del Paese preferisce non partecipare. E, soprattutto… che cosa potrebbe succedere quando smetterà di essere rassegnata?
*furbo deriva dal francese fourbe, cioè imbroglione, truffatore. L’etimologia ne fissa una connotazione inequivocabilmente dispregiativa. La furbizia non è quindi intelligenza ma abilità esercitata a danno di qualcun altro.
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